IL GIORNO DEL SIGNORE UN REGALO CHE DIO HA FATTO ALL’UMANITA’


IL GIORNO DEL
SIGNORE UN REGALO CHE DIO HA FATTO ALL'UMANITA',

L'EUCARISTIA E' LO
SPAZIO PER ACCOGLIERLO E VIVERLO

 

Di Domenico
Sigalini

 


Se c'è un
elemento evidentissimo oggi che
permette a tutti gli italiani una visibilità della comunità
cristiana è la domenica. Purtroppo l'abbiamo ridotta ad un
precetto, invece è il regalo delle "grandi cose" che Dio ha fatto
per il suo popolo. Si tratta intanto di difendere un precetto,
quanto di gioire di un tesoro, accoglierlo nella sua novità
perenne, farlo diventare per i cristiani un fatto determinante,
capace di ri-significare la vita credente, e fare di tutto per
condividerlo. Quel primo giorno dopo il sabato, Dio Padre ci ha
regalato risorto Gesù il crocifisso, morto e sepolto. Questa è per
noi la domenica; è il giorno del Signore, il giorno in cui Dio fa
festa al Figlio che risorge e gli dona una umanità rinnovata, è il
suo santuario collocato nel tempo. Per questo la domenica non è
assimilabile ai giorni sacri delle altre religioni. Abbiamo molto
da apprendere dal popolo ebraico, dalla sua dedizione e
venerazione del sabato, dal suo rigore nell'osservare il riposo,
tanto da apparire ridicolo alle nostre mentalità, ma noi nel
giorno del Signore celebriamo qualcosa di completamente diverso:
la Risurrezione. (…)

Attorno
all'assemblea eucaristica della domenica i cristiani devono poter
fare una esperienza significativa di vita cristiana, trovare il
sostegno decisivo per la propria fede, poter sentire tutti gli
stimoli per personalizzarla, incontrare la sorgente per la sete di
senso, sentirsi accolti e mandati, non accontentati e a deposito.
Se l'assemblea eucaristica, che non è solo liturgica, non è in
grado di formare cristiani significa che stiamo tradendo il dono
più bello che Dio ci ha dato, l'esperienza più qualificante della
vita credente. È il perno di una comunità cristiana e deve essere
vissuto in maniera da farsi perno della formazione della coscienza
di ogni credente. È la massima esperienza della vita di una
comunità cristiana che si incontra a decidere di mettere la vita
al servizio del mondo come Gesù e non può produrre solo
tradizione, vecchio culto, abitudini e selezione. È possibile oggi
far diventare la celebrazione dell'Eucaristia domenicale, non
l'assolvimento di un dovere ma la sorgente di una felicità e la
forza di una vita quotidiana vissuta nell'amore di Dio e del
prossimo. Anche per questo la rinnovata Azione Cattolica ha
deciso di offrire a tutti gli aderenti ogni anno il vangelo che
viene proclamato nelle domeniche perché ogni credente a questo
momento faccia riferimento, a questa comunità che celebra si senta
legato, a questo incontro con il Risorto leghi
la sua crescita spirituale. (…)

Occorre
restituire a Dio il giorno che
è suo, ne è geloso e fare quindi una proposta chiara
del giorno del Signore che
è a rischio di laicizzazione. Non diventa vero giorno del Signore
automaticamente se non ci si applica con una progettualità di
tutta la comunità. Non è operazione di schegge che da sole per
qualcuno fanno molto bene. Riflettere sulla vita dei movimenti
perché abitino sempre la comunità, perché non si facciano
chiesuole ma chiese è assolutamente discriminante tra una proposta
vera del giorno del Signore e un adattamento alla costruzione di
comunità gruccia cui ciascuno appende le sue attese e si ritaglia
il suo incontro con il Cristo, che
non è più l'incontro col Risorto che
salva l'umanità. La qualità tipicamente umana dell'essere chiesa,
nella sua forma di Chiesa
locale, di popolo di Dio, corpo di Cristo e comunione con lo
Spirito è continuamente da rinnovare. (…)

Gesù è venuto
al mondo per salvare tutte le creature umane, è morto perché
ogni persona possa essere felice, perché
ogni persona sia salva, faccia della sua vita un capolavoro di
bontà, di generosità, di vita bella, perché i giovani si prendano
in mano la vita un capolavoro di bontà, di generosità, di vita
bella, perché i giovani si prendano in mano la vita e cambino il
mondo in un regno di giustizia e di pace, perché gli adulti siano
responsabili del bene sommo che
è la vita. La passione che ha
consumato la vita di Gesù è stata proprio quella di salvare gli
uomini, renderli capaci di dare lode a Dio, di vivere comunione
con Lui e con tutti gli altri uomini. È il regalo più bello fatto
all'umanità e a ogni singolo credente. I laici credenti allora
dicono: questa proposta di Gesù ci interessa. È bellissimo vivere
il vangelo. Dobbiamo farlo arrivare a tutti; Gesù ci ha detto:
andate in tutto il mondo e annunciate il vangelo: mettiamoci
assieme, godiamo del vangelo, costruiamo famiglie dedicate a
diffondere la sua Parola. Facciamo splendere il vangelo nel
lavoro, nello studio, negli affari, nelle nostre relazioni. Dio
vuole che il nuovo culto non sia più fatto da sacrifici separati
dalla vita, magari fatti con sangue di animali, ma che sia la
nostra vita, i nostri affetti, il nostro amore, il nostro lavoro…
Il Tempio non c'è più. Questo avevano capito i primi cristiani.
Non erano più andati al tempio a chiedere ai sacerdoti se
ammazzavano per loro un vitello da offrire a Dio, sapevano che Dio
s'aspettava da loro solo comunione di vita con Lui e solidarietà
coi fratelli. (…)

C'è una
conversione da fare: il vero sacerdozio è quello comune, è il più
importante, è posseduto da tutti. Lo scopo del sacrificio di
Cristo è stato quello di "inventare", dare vita, origine al
sacerdozio comune. Il sacerdozio comune, che
è di tutti, preti compresi, religiosi e religiose compresi, è un
sacerdozio reale, esistenziale, dà la capacità di fare della
propria vita una offerta a Dio; il sacerdozio ministeriale dei
presbiteri è un sacerdozio sacramentale, di mediazione. Sono due
realtà volute da Cristo, entrambe collegate e quanto più
collaborano tanto meglio si realizza la comunione e la crescita
della Chiesa
e quindi della parrocchia.
Non è predominio numerico o qualitativo dei preti sui laici che
fa crescere la Chiesa
ma è la comunione. La parrocchia è allora una comunità di
battezzati che
si fanno aiutare dal prete a vivere la comunione e la missione.
(…)

La  comunità
cristiana che
sta in attesa è destinata a diventare insignificante per i
giovani, a tenere per sé il Vangelo e nello stesso tempo a vivere
senza le risorse che essi sono. In molte molte chiese si ha ancora
la convinzione che il centro siamo noi, noi abbiamo cose
necessarie da offrire, ci attrezziamo al meglio, mettiamo tutte le
carte in regola, facciamo bene il  nostro lavoro liturgico,
celebriamo le nostre feste e vedrai che alla lunga i giovani si
faranno vivi, verranno a chiederci
di Dio. Invece i giovani hanno altre
strade e nemmeno sospettano che
le nostre comunità si dividono il territorio e credono di
spartirsi anche
i giovani. In questo modo può capitare che
in una città universitaria i giovani, che
possono essere anche svariate migliaia, non siano di nessuno; che
gli spostamenti strutturali siano lasciati senza un minimo di
attenzione della comunità. Prima di divedersi il territorio,
dovremmo salire su un elicottero, fotografare gli assembramenti
giovanili e da qui ridefinire le responsabilità territoriali della
comunità cristiana. Non sono le sacrestie che
devono decidere la pastorale giovanile.

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