In preparazione al Convegno di Firenze

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Giovedì 9 luglio (ore 19.30, in Curia) incontro di verifica dell’anno pastorale trascorso e di preparazione al Convegno Ecclesiale Nazionale. Di seguito il testo dell’intervento tenuto a Frosinone da mons. Domenico Pompili, sottosegretario Cei, in occasione dell’incontro organizzato il 27 aprile scorso dall’ufficio catechistico diocesano in vista del Convegno di Firenze.  
Sono invitati i membri del Consiglio Pastorale Diocesano, i direttori e collaboratori degli uffici di Curia, i referenti delle aggregazioni laicali presenti in Diocesi.



La posta in gioco di Firenze 2015

1. Firenze? Molto più di un convegno Riscattare la parola ‘convegno’ dal senso di noia e di inutilità a cui istintivamente la associamo è un affare serio. Tuttavia non è impossibile guardando indietro alla storia dei convegni ecclesiali nazionali perché questo appuntamento a cadenza decennale certifica un fatto indubitabile: la penetrazione del Vaticano II nel nostro paese.


E la recezione coinvolge tutte le componenti del popolo di Dio (pastori e laici, uomini e donne, giovani, adulti e anziani) in una forma di confronto inedito che inaugura in ciascuna chiesa locale un processo ‘sinodale’ che non sara’ più abbandonato. Da ultimo, ma non per ultimo, ogni appuntamento è segnato dalla presenza del papa che di volta in volta introduce un elemento di accelerazione e di urgenza che configura la fase successiva. Non è difficile, peraltro, cogliere nella sequenza di Roma (1976), Loreto (1985), Palermo (1995) e Verona (2006) i tratti di un cammino che nel ridisegnare i rapporti della Chiesa con il mondo moderno, mette a fuoco la sua missione oggi. Pur consapevole dei limiti di ogni periodizzazione, l’essere Firenze collocato alla foce di un cammino così interessante consente di intuire almeno due tornanti. Il primo è quello dei due convegni di Roma e di Loreto; il secondo è relativo ai convegni di Palermo e di Verona. Se i primi due, fino all’arrivo del papa, sono per così dire la tesi, gli altri due sono, per certi versi, l’antitesi. Forse è giunto il momento di provare a sperimentare – a ridosso del 50° anniversario della chiusura del Concilio e in coincidenza con il Giubileo straordinario della Misericordia – la sintesi, per quanto si tratti di un obiettivo ambizioso e mai raggiunto definitivamente. Negli Anni ’70 la chiesa italiana appena uscita dal Vaticano II ricentra la sua attenzione sull’evangelizzazione perché sulla propria pelle sta sperimentando il divario crescente tra fede e mentalità diffusa. Il referendum sul divorzio è simbolicamente la presa d’atto di un paese non più cristiano, che si confronta con il boom economico che ha velocemente cambiato i suoi abituali riferimenti. Si sta operando una mutazione anche se lo scenario sembra immutato giacchè la fede cristiana è ridotta a folklore. Uno spirito laico, Pier Paolo Pasolini, è impietoso nel descrivere questo cambio di passo nei suoi “Scritti corsari” (1975): ”Noi siamo un paese senza memoria. Il che equivale a dire senza storia. L’Italia rimuove il suo passato prossimo, lo perde nell’oblio dell’etere televisivo, ne tiene solo i ricordi, i frammenti che potrebbero farle comodo per le sue contorsioni, per le sue conversioni. Ma l’Italia è un paese circolare, gattopardesco, in cui tutto cambia per restare com’è. In cui tutto scorre per non passare davvero. Se l’Italia avesse cura della sua storia, della sua memoria, si accorgerebbe che i regimi non nascono dal nulla, sono il portato di veleni antichi, di metastasi invincibili, imparerebbe che questo Paese è speciale nel vivere alla grande, ma con le pezze al culo, che i suoi vizi sono ciclici, si ripetono incarnati da uomini diversi con lo stesso cinismo, la medesima indifferenza per l’etica, con l’identica allergia alla coerenza. A una tensione morale“. Nel leggere questa metamorfosi la chiesa non si pone come dirimpettaia della storia, non assume la forma della ‘vittima’ della secolarizzazione, ma sente di essere chiamata in causa per prima. Intuisce che il suolo umano si sta impoverendo, si è svuotato del suo humus di relazioni, legami, responsabilità, è divenuto friabile ed inconsistente. Non si erge a giudice, ma riconosce in senso autocritico: “se non abbiamo fatto abbastanza nel mondo non è perché siamo cristiani, ma perché non lo siamo abbastanza” (La Chiesa e le prospettive del paese, 13, 1981). Per questo bisogna tornare semplicemente al Vangelo. E porsi in un atteggiamento di confronto sulla scia di Paolo VI che dalla Ecclesiam Suam in poi ha ispirato il dialogo che non tace sulla stanchezza degli uomini e delle donne, ma incita a ritrovare le radici dell’umano. A Loreto sul finire degli anni ’80, quando ormai il tracollo morale sta per trasformarsi in crisi economica, Giovanni Paolo II conferma la diagnosi, ma reagisce, da par suo, per ritrovare l’energia di un impegno pubblico e culturale. Nel suo discorso all’interno del palazzetto dello Sport afferma: “Anche in una società pluralista e parzialmente scristianizzata la Chiesa è chiamata ad operare con umile coraggio e piena fiducia nel Signore affinché la fede cristiana abbia o recuperi un ruolo-guida e un’efficacia trainante nel cammino verso il futuro”. Per il papa la prognosi è il Vangelo, ma dentro i processi sociali che vanno orientati con precise prese di posizione rispetto alle questioni della vita. Si inaugura così un altro tornante che avrà in Palermo (1995) la sua più esplicita definizione quando si metterà in evidenza che la carità non è solo un principio per affrontare la patologia ma anche la stessa fisiologia della società. Come a dire che il Vangelo ha qualcosa da dire positivamente alla costruzione dell’umano e non può essere confinato a lato della vita soltanto nelle sue emergenze. Questa accentuazione culturale finisce per imbattersi anche in precise opzioni in campo sociale e politico e la chiesa viene talora percepita come un attore fra gli altri dello scenario civile, non più super partes. Tuttavia a Verona (2006) si intravvedono le avvisaglie di un cambio. E’ lo stesso Benedetto XVI a farsi interprete di una sensibilità che riconcilia l’approccio più pastorale e quello più culturale, dicendo: ”La forte unità che si è realizzata nella Chiesa dei primi secoli tra una fede amica dell’intelligenza e una prassi di vita caratterizzata dall’amore reciproco e dall’attenzione premurosa si poveri e ai sofferenti ha reso possibile la prima grande espansione missionaria del cristianesimo nel mondo ellenistico-romano”. E arriviamo ai nostri giorni. Firenze 2015 non sarebbe stato lo stesso senza il 13 marzo 2013. Il fatto che Francesco prima di arrivare al Convegno ecclesiale faccia tappa a Prato non è un indizio secondario. E’ semmai la chiave interpretativa giusta: non un convegno dall’alto in basso, non semplicemente analisi sociologiche corredate da pensosi interventi, ma testimonianze, esperienze e racconti dal basso, purché diano a sperare nel cambiamento. Non a caso sia l’Invito che la Traccia del Convegno recano impressa questa medesima caratteristica: la strada da seguire non è disegnare in astratto i termini e i confini di un nuovo umanesimo, ma partire dalle testimonianze che sono esperienza vissuta della fede cristiana e che si sono tradotte in spazi di vita buona del vangelo per l’intera società. Si trova in questa scelta la ‘quadra’ che riconcilia i due tornanti del post-concilio in Italia: incrociare finalmente pastorale e cultura, dialogo e non subalternità, per camminare dentro la modernità. La strada è ormai quella tracciata dall’Esortazione Apostolica di Francesco: “Se qualcosa deve santamente inquietarci e preoccupare la nostra coscienza è che tanti nostri fratelli vivono senza la forza, la luce e la consolazione dell’amicizia con Gesù Cristo, senza una comunità di fede che li accolga, senza un orizzonte di senso e di vita” (Evangelii Gaudium, 49). Dunque, Firenze non può essere un momento autoreferenziale, ma un’occasione per uscire incontro all’umanità di oggi che ha bisogno di ritrovare l’amicizia con Gesù Cristo e una comunità di fede accogliente: insomma un orizzonte di senso e di vita in un mondo sempre più piatto ed asfittico. L’individualismo e un certo pensiero libertario che dagli anni Settanta in poi ha disegnato l’uomo come artefice di se stesso, guidato solo dalle proprie scelte e dai propri desideri mostra la corda e chiede di essere convertito in una prospettiva più umana dove ritessere i rapporti tra le generazioni e tornare a prendersi cura di ognuno.

2. La “terza via” della comunicazione web a Firenze 2015
La scelta di investire nel campo della comunicazione digitale non è semplicemente una necessità dei tempi, ma anche la convinta adesione ad uno stile partecipativo che facilita il ‘camminare insieme’. Rispetto a Verona 2006 l’ambiente digitale (a 10 anni da Youtube e a 5 anni dalla messa in circolazione dell’ I Pad) è profondamente trasformato. Il web 2.0 coincide con il pieno sviluppo ‘social’ e pertanto il sito non può essere più concepito come una sorta di vetrina elettronica con una serie di informazioni e contenuti da offrire, ma come uno spazio da condividere e da abitare insieme. Non si tratta di perseguire una logica quantitativa che amplifichi i contenuti da veicolare, quanto piuttosto una logica qualitativa che renda possibile un reale coinvolgimento e una concreta partecipazione. Per questo la nuova condizione digitale, al netto delle sue ambiguità e delle sue zone d’ombra, si rivela una straordinaria occasione per sperimentare quanto i nuovi territori digitali possano favorire una autentica cultura dell’incontro, secondo la pressante indicazione di papa Francesco. Nel Messaggio per la 48 Giornata Mondiale delle comunicazioni sociali si legge: ”I media possono aiutare a farci sentire più prossimi gli uni agli altri; a farci percepire un rinnovato senso di unità della famiglia umana che spinge alla solidarietà e all’impegno serio per una vita più dignitosa. Comunicare bene ci aiuta ad essere più vicini e a conoscerci meglio tra di noi, ad essere più uniti. I muri che ci dividono possono essere superati solamente se siamo pronti ad ascoltarci e ad imparare gli uni dagli altri (…). In particolare internet può offrire maggiori possibilità di incontro e di solidarietà tra tutti, e questa è una cosa buona, è un dono di Dio (…) Proprio per questo la testimonianza cristiana, grazie alla rete, può raggiungere le periferie esistenziali”. Questa postura che cerca l’incontro, che prende l’iniziativa e che non si lascia irretire dalle retoriche dell’assedio è più che una semplice scelta tecnologica. Descrive un atteggiamento non reattivo né rinunziatario che dice molto di più dei suoi stessi contenuti. La chiesa infatti non può continuare ad attendere, ritenendosi al centro del villaggio, ma deve ‘uscire’, intercettare le persone dove si trovano, stanare i più distratti dalle loro false certezze e dai loro atavici pregiudizi. Del resto anche nel Messaggio di quest’anno per la prossima Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, riflettendo sull’icona della Visitazione, il Papa suggerisce che l’iniziativa di prossimità non è solo una generica disponibilità, ma implica un coinvolgimento che rispetta la libertà dell’altro, ma lo chiama in causa; propone anche se non impone; ascolta prima di parlare. Per acquisire uno stile di comunità che comunica occorre, dunque, che ci si lasci ispirare da questo nuovo modello comunicativo che implica un confronto aperto, interattivo, non senza la possibilità di incorrere in qualche rischio e perfino in qualche banalizzazione. La chiesa grazie al web esce dai propri luoghi protetti e nello stesso tempo il web grazie alla chiesa esce dalle modalità superficialmente ludiche e autoreferenziali per farsi luogo di incontro. Si realizza così un reciproco scambio che per un verso aiuta la chiesa a ‘sprovincializzarsi’ rispetto ai suoi abituali interlocutori e per altro verso forza la logica piatta ed orizzontale della rete, introducendola su questioni che vanno oltre l’immediato. E soprattutto dimostra che si dà una terza via tra il rifiuto di abitare il web e l’esserne circoscritti. Non è pensabile estraniarsi da questa dimensione quotidiana dove scorre la vita quotidiana di tanti oggi, ma senza per questo lasciarsi ipnotizzare da una logica solo economica e ludica, mentre sono possibili anche altre forme di condivisione, non esclusa quella della fede. Tale modo di abitare il web influisce profondamente anche sul linguaggio della chiesa e capovolge la struttura informativa classica: invece di proporre contenuti chiusi e prodotti a prescindere dall’interazione, il portale www.firenze.2015.it è aperto a esperienze, iniziative, riflessioni e testimonianze. Favorisce così il dialogo tra centro e periferia ma anche tra periferia e periferia e non si limita a recepire, ma svolge anche un compiuto lavoro redazionale che non teme di verificare i contenuti, di mediarli, di sistematizzarli. Il modello sinodale che in tal modo si introduce rende praticabile quella aspirazione ad una opinione pubblica nella chiesa che sembra essere un’attesa mai pienamente realizzata. Con un gesto nel suo piccolo rivoluzionario, è stato chiesto che il logo stesso del convegno fosse la risposta alla proposta di riflessione sull’umano, anche in questo caso con risultati inaspettati. La decisione di affidare la scelta a un contest aperto a tutti, e quindi ad una votazione popolare sui social, si è rivelata a posteriori una felice intuizione e un altro segno dello stile inclusivo che vuole caratterizzare la preparazione, la celebrazione e la prosecuzione di questo importante appuntamento ecclesiale. La proposta selezionata tra le tre più votate, nella sua semplicità da disegno a mano libera, esprime bene il doppio movimento di “salire” verso la croce per poter “uscire” nel mondo. Le frecce, che rappresentano i cinque colori dell’anno liturgico, si prestano altrettanto bene a suggerire le cinque vie “dinamiche” di umanizzazione, suggerite nell’ultima parte della Traccia e a indicare la dimensione dell’accompagnarsi a vicenda che sono la cifra distintiva della chiesa di papa Francesco. Dire ‘vie’ evoca subito un approccio concreto ed esigente. La prima è uscire, cioè decentrare il modo abituale di guardare alla realtà che ci colloca sempre al centro mentre le cose stanno diversamente. Questa via significa imparare a guardare le cose da vicino, senza frapporre i nostri pregiudizi consolidati e lasciandosi misurare dalla realtà che è sempre più stimolante delle nostre idee su di essa. Percorrere questa via vuol dire ritrovare il realismo che non ci consegna ad astratti principi e si lascia stanare dalla complessità di una cultura che annaspa, sotto l’impulso di una tecnica e di una economia che snaturano gli esseri umani. Poi c’è la via dell’annunciare che indica la missione della chiesa chiamata a dar voce al Vangelo di cui molti hanno perso il gusto, confondendolo con una delle morali e delle ideologie a disposizione nel mercato del sacro. Camminare su questa via significa riproporre il volto autentico di Dio come è testimoniato dalla vicenda di Gesù di Nazareth consentendo quella conoscenza di prima mano che sempre affascina e convince anche i più lontani. Come annota infatti, Evangelii Gaudium:”Tutta la vita di Gesù, il suo modo di trattare i poveri, i suoi gesti, la sua coerenza, la sua generosità quotidiana e semplice, e infine la sua dedizione totale tutto è prezioso e parla alla nostra vita personale. Ogni volta che si torna a scoprirlo, ci si convince che proprio questo è ciò di cui gli altri hanno bisogno…” (265). Quindi c’è la via dell’abitare che tradisce la scelta di una condivisione non episodica o di facciata, ma una vera adesione alla serie dei problemi sul tappeto con l’impegno a porvi rimedio. Il cattolicesimo italiano si è sempre distinto per il suo carattere popolare, cioè di immersione dentro le fatiche e le sofferenze della gente. Questa strada va percorsa ancora grazie alla capacità della comunità cristiana di essere là dove molti se ne vanno, garantendo presidi di umanità e di socialità laddove anche le istituzioni tendono a battere in ritirata. Non sono solo le parrocchie sempre dislocate nei nuovi quartieri-dormitorio ad essere chiamate in causa, ma anche e ancor prima la capacità di pensare alla città. Ciò sarà possibile solo grazie a persone che facciano dell’impegno politico un’occasione di trasformazione al di là di facili populismi e di abituali conservatorismi. Ancora la via dell’educare ci si para davanti a ritrovare la strada maestra di concentrarsi sulla formazione delle persone e delle coscienze prima e al di là di altri pur necessari investimenti. La qualità viene sempre prima della quantità e soltanto un’educazione che insegni a pensare criticamente ed offra un percorso di maturazione nei valori abilita ad un esercizio della libertà che resta la meta della vita umana, anche se spesso contraddetta da sempre nuove e sofisticate contraffazioni. Infine ci si imbatte nella via del trasfigurare che svela una maniera di guardare alle cose che non è prigioniero dei dati di fatto e si lascia ispirare da un’altra percezione che fa vedere oltre le apparenze. Corollario di questa possibilità è un diverso rapporto con il tempo che va sottratto alla presa totalitaria del fare e va ricondotto nell’alveo del contemplare, non senza momenti di pausa e di interruzione del meccanismo della produzione che ci rende poi dei semplici consumatori a nostra volta. Da questo punto di vista la domenica appare come una battaglia di civiltà prima ancora che di spiritualità perché restituisce l’uomo alla sua nativa capacità di vivere per vivere e non semplicemente per lavorare. Percorrendo queste vie, la posta in gioco di Firenze sarà garantita: non una autocelebrazione della chiesa che è in Italia, ma una festa dell’umano che riguarda tutti e chiama in causa ogni uomo e ogni donna del nostro paese.

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