Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani 2019
Abbazia di Casamari (Veroli)
Preghiera ecumenica interdiocesana – 24.01.2019
Deuteronomio 16,11 – 20
Commento del pastore Massimo Aquilante
Ascolta Israele! E’ così che inizia l’antico credente del Deuteronomio per arrivare al principio fondamentale della vita: “La giustizia, solo la giustizia seguirai”. Ed è così che anche noi iniziamo stasera la nostra preghiera comune. Ascolta chiesa di Gesù Cristo.
Siamo messi di fronte a un appello all’obbedienza e a un monito a ricordare. Appello all’obbedienza perché tu, cara chiesa, non sei un’entità amorfa e fluttuante, esposta ai venti capricciosi della storia, ma hai un progetto ben preciso che ti orienta: la giustizia da diffondere in un mondo ingiusto; monito a ricordare perché questo tuo progetto ha un punto d’inizio specifico che ti chiarisce il presente e ti illumina il futuro: la giustizia che ti è donata quando sei vittima della schiavitù dell’ingiustizia. Ascolta, perché tu, chiesa di Gesù Cristo, sei stata costituita per muoverti dentro il patto con Dio, e lì ricevere le benedizioni di cui hai bisogno; e ascolta, perché tramite il patto stabilito con te in Cristo, Dio rivendica per sé il mondo intero, la creazione tutta: neppure una virgola di questo mondo passerà senza che Dio abbia compiuto la sua promessa di fedeltà. Ascolta, chiesa di Gesù Cristo, perché la tua vocazione, ciò che ti suscita e ti tiene in vita, ciò che motiva la tua esistenza agli occhi di Dio e del mondo, è seguire la giustizia, e solo la giustizia.
Siamo dunque chiamati a intrecciare le nostre vicende di chiese le une con le altre, e tutte insieme con quel governo di Dio che Gesù è venuto a inaugurare nella storia, come ci annuncia il vangelo di Luca che ascolteremo tra poco: intercettare il regno di Dio e ad esso annodarci. Vi è in questa antica parola una santa concretezza che non può e non deve rimanere celata: ascoltare per seguire la giustizia – seguire la giustizia per vivere la vocazione in Cristo. Sempre daccapo, sempre di nuovo.
E’ la grande sfida che il Deuteronomio stesso presenta così: “Io ti ho posto davanti la vita e la morte; scegli dunque la vita, affinché tu viva, tu e la tua discendenza (30,19). A CHI noi cristiane e cristiani del XXI secolo, noi chiese, scegliamo di consacrarci, radicalmente e incessantemente? CHI annunciamo quale “nostro” Dio, il Dio che anima ogni nostra fiducia e da cui attendiamo ogni benedizione? CHI è la nostra vera e unica identità? E’ il Dio di Gesù Cristo, così come testimoniato nelle Sacre Scritture: un Dio che non impone né si impone, che si fa conoscere nella sconfitta della croce e non nei successi della storia – e che proprio perciò è il Dio della vita, per tutti e per chiunque? Oppure è un Dio a nostra misura (a misura delle nostre rispettive identità storiche, teologiche, liturgiche, spirituali, ecc.), tarato sulla nostra ricerca di affermazione, calibrato sulle nostre paure di perdere rispettabilità agli occhi del mondo – e perciò un idolo, che non può far altro che condurre alla rovina: noi, la nostra discendenza, il mondo? CHI?
Senza questa decisione sul CHI, che comprendiamo bene essere una vera e propria crisi per qualsiasi tradizione cristiana, non vi è predicazione, testimonianza, preghiera: non vi è chiesa. Ma se i cristiani e le chiese di oggi accettano la sfida, accettano di passare attraverso la crisi, allora il CHI acquista per davvero i tratti del Cristo, e la conversione diventa possibile. Se i cristiani e le chiese di oggi raggiungono la consapevolezza che gli idoli mortiferi che oggi dominano le società umane sono il frutto anche delle loro corresponsabilità e infedeltà, allora la resistenza al fascino e alle seduzioni di tali idoli diventa autentica decisione di vita: diventa un seguire la giustizia. E il mondo riceve futuro, per ogni generazione.
Torna alla nostra attenzione in tutta la sua radicalità la parola di Isaia: “Il digiuno (l’ascolto, l’adorazione, la fedeltà) che io gradisco non è forse questo: che si spezzino le catene della malvagità, che si sciolgano i legami del giogo, che si lascino liberi gli oppressi e che si spezzi ogni tipo di giogo? Non è forse questo: che tu divida il tuo pane con chi ha fame, che tu conduca a casa tua gli infelici privi di riparo, che quando vedi uno nudo tu lo copra e che tu non ti nasconda a colui che è carne della tua carne?” (58,5-7). Si tratta di riappropriarsi di quel patto con Dio che tutto modella e riempie di sé. Si tratta, per dirla con l’apostolo Paolo, di non piegarsi, non conformarsi alle logiche del presente secolo malvagio, in ogni dimensione delle nostre vite personali e di chiese. Si tratta di rappresentare l’ordine nuovo di Dio: sedersi al banchetto del regno di Dio e lì pregustare i segni del compimento. Senza lasciare fuori niente e nessuno: nemmeno un orfano, nemmeno una vedova, nemmeno uno straniero di quelli che abitano nelle tue città.
“La giustizia, solo la giustizia seguirai”: vivere nella pienezza della comunione. Con il Signore della chiesa e con il creato, con gli elementi animati e con gli elementi inanimati; con l’altro uomo, l’altra donna, quelli vicini e quelli lontani che stanno per essere tuoi vicini; con quelli che si rivolgono a JHVH o a Gesù o a Allah, o a Buddha, ecc., o che non hanno alcuna problematica di fede o spirituale; con i maschi e con le femmine; con chi nella chiesa ricopre incarichi di preminenza e con chi svolge il lavoro di manovalanza.
“La giustizia, solo la giustizia seguirai”: apparecchiare la festa del regno di Dio, così come il padre della parabola ordinò la festa per il ritorno di un figlio e addirittura uscì a convincere l’altro figlio a entrare; oppure come la povera donna dell’altra parabola invitò le sue amiche a festeggiare il ritrovamento della singola misera moneta che aveva perduto. E apparecchiarla, questa festa, laicamente, con i materiali che abbiamo veramente a disposizione: cioè le nostre scelte di campo, le nostre battaglie, le nostre testimonianze, le nostre bocche.
“La giustizia, solo la giustizia seguirai”: il principio sabbatico all’opera, un’esplosione di liberazione che tutto coinvolge e avvolge. Il mondo deve fermarsi nella sua corsa all’autodistruzione! L’uomo e la donna del potere, che nella loro arroganza non vogliono essere sottoposti ad alcun giudizio critico, devono fermarsi! Fermarsi e restituire. Restituite la fertilità alla terra, la respirabilità all’aria, la freschezza all’acqua; restituite la libertà a chi è perseguitato, alla donna trafficata, al bambino privato della sua fanciullezza; restituite dignità a chi lavora, a chi è straniero, a chi è solo, a chi è nero, a chi è omosessuale; restituite il pane, e i soldi, e il loro legittimo posto nella società umana a chi è povero per causa vostra. Restituite, perché per questo Gesù è venuto.
La festa della giustizia è un “no” secco e irrevocabile gridato sull’incessante susseguirsi di eventi distruttivi che appaiono immutabili; un “no” gridato sulla convinzione, odierno indiscusso principio-guida che spesso e volentieri si insinua anche nei nostri cuori, che non possa esservi liberazione per chi è schiavo, perché la catena causa-effetto rimane sempre la stessa in questo mondo; un “no” gridato su un sistema di ricchezze e povertà che lega inesorabilmente al debito le persone e i popoli; un “no” gridato sulla pretesa che la terra possa essere trattata come una merce qualunque; un “no” gridato sul riprodursi della povertà accettato come dato ineliminabile. La festa della giustizia grida che il tempo che ha prodotto la povertà, il debito, la fatica vana, la schiavitù, la corruzione, la mancanza di terra per mangiare e di acqua per bere, deve fermarsi. C’è un momento di rottura e di libertà. E questo momento per noi cristiani è Gesù Cristo. Le cose non si riproducono semplicemente com’erano prima della liberazione portata dal Signore. I rapporti umani, in ogni loro dimensione, sono rinnovati e ripartono lungo sentieri nuovi. “La giustizia, solo la giustizia seguirai”.
Sono trascorse poche settimane da quando nelle nostre chiese è risuonato il meraviglioso cantico di Maria, il Magnificat. Riascoltiamone un passaggio, con l’animo sereno e fiducioso di chi oggi non teme di seguire controcorrente la giustizia e la giustizia soltanto: “Egli ha operato potentemente con il suo braccio; ha disperso quelli che erano superbi nei pensieri del loro cuore; ha tratto giù dal trono i potenti e ha innalzato gli umili; ha colmato di beni gli affamati, e ha rimandato a mani vuote i ricchi” (Luca 1,51-53). Amen.
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Fotografie: Fotogallery Veglia Ecumenica 2019
