Il non voto è praticamente e prudenzialmente
vincolante
dal Corriere della Sera
di Gian
Guido Vecchi
La linea è chiara come l'«irrinunciabile
diritto-dovere» della Chiesa di
intervenire su scelte «che decidono il futuro stesso dell'umanità» e
indicare il non voto quale mezzo più efficace per non peggiorare una legge
che è già «al limite della soglia di tollerabilità». Ma la questione,
spiega l'arcivescovo di Milano Dionigi Tettamanzi, non può finire con il
referendum. Disteso, l'aria serena, il cardinale parla al primo piano
dell'Arcivescovado con accenti tolleranti, spiega che le indicazioni della
Chiesa sono come quelle «di una madre a un figlio» e mette in guardia i
cattolici dalla tentazione, letteralmente «diabolica», di dividersi:
«Evitino ogni forma più o meno larvata di "reciproca scomunica"». Anche
perché l'impegno dovrà proseguire ben oltre il voto, «quella della vita è
una delle sfide principali del nostro tempo».
Che effetto le ha
fatto, eminenza, il dibattito degli ultimi mesi sulla procreazione
assistita?
«Rilevo che il dibattito presenta un aspetto positivo, perché
attira l'attenzione di tanti ad interessarsi di questioni di cui spesso si
tace, mentre sono importanti e decisive per ogni uomo e per la società.
Devo però aggiungere che questo dibattito non sempre è stato corretto e
non sempre ha saputo affrontare alcune questioni. Da parte di molti si è
preferito parlare per slogan, semplificando e assolutizzando alcuni
aspetti, giungendo persino a falsare i termini dei problemi in
discussione. Di più: non sempre sono stati messi in luce i valori in
gioco; e, quando lo si è fatto, non si è discusso adeguatamente il
tema-importante e, per qualche verso, discriminante in ordine ad un
confronto referendario – del rapporto tra la legge morale e quella civile.
Devo dire, ancora, di alcune prese di posizione pregiudizialmente chiuse a
ogni vero e serio confronto. Così, ad esempio, la contrapposizione tra
cultura cattolica e cultura laica: la ritengo del tutto inaccettabile,
perché qui in gioco non è una "questione cattolica", ma una questione
pienamente "umana". È in gioco la vita umana, il bene fondamentale per
ogni persona, sia essa cattolica o no, credente o no, di destra o di
sinistra».
Che cosa
risponderebbe a chi ha attaccato il cardinale Ruini, per l'indicazione del
"non voto"?
«La Chiesa-se non vuole venir meno alla sua identità e missione –
non può esimersi dall'intervenire di fronte a scelte etiche e legislative
di primaria importanza come quelle che toccano la vita dell'uomo e,
quindi, la sua inviolabile dignità di persona e che decidono del futuro
stesso dell'umanità. Gli interventi del presidente della Cei scaturiscono
da questo "diritto-dovere" della Chiesa, lo esprimono e lo esercitano. Si
tratta di un "diritto-dovere" irrinunciabile che, in una società veramente
libera e democratica, non può essere soggetto a nessuna forma di
limitazione, a meno di dimostrare che l'esercitarlo sia contro il bene
comune!»
In questo caso,
però, non ci si limitava al principio, si indicava un comportamento…
«Se si rileggono con pacatezza e onestà gli interventi del
cardinale Ruini, si nota immediatamente che essi offrono, anzitutto, gli
elementi essenziali per un giudizio etico sulla legge sottoposta a
referendum. Sottolineano, poi, con insistenza la necessità di
un'informazione corretta ed equilibrata e di una formazione davvero
attenta ai valori in gioco. Dando anche voce all'indicazione del Comitato
"Scienza vita" di non partecipare al voto, affermano che "in concreto è
necessaria la più grande compattezza nell'aderire all'indicazione del
Comitato, per non favorire, sia pure involontariamente, il disegno
referendario", che consiste nel sopprimere alcune parti della legge 40,
con il risultato di peggiorarla da un punto di vista etico. Aggiungo che
lo stesso presidente della Cei, insieme con i vescovi del Consiglio
permanente, ha precisato con cura che il senso autentico di questa
indicazione non è affatto una scelta di disimpegno, ma l'esatto
contrario».
Sì, ma per la
Chiesa è legittimo consigliare il non voto?
«Questo consiglio è di per se stesso del tutto legittimo, a
prescindere da chi lo formula. Come precisano, infatti, gli esperti del
diritto e come, per altro, è stato indicato da esponenti politici di primo
piano in altre occasioni referendarie, la non partecipazione al voto nel
caso dei referendumabrogativi è una delle scelte possibili previste già
nella nostra Costituzione. Il non votare, allora, è un modo per esprimere
democraticamente la propria volontà di cittadini, che è il primo gradino
della libertà democratica. Al dire dei giuristi, nel caso dei referendum
abrogativi, diversamente che nelle elezioni amministrative e politiche,
non sussiste un dovere civico di votare. Anzi, la libera scelta di votare
o di non votare è un ingrediente essenziale del congegno referendario. Ora
se il consiglio del non votare è legittimo, legittimo rimane da chiunque
venga dato: anche dalla Chiesa e, in essa, anche dai vescovi. Perché
meravigliarsene o rimanerne scandalizzati?»
Forse perché viene
visto come un'ingerenza?
«La Chiesa è "madre e maestra", come ci ha ricordato Giovanni XXIII
in una sua famosa enciclica sociale. Come "maestra", ha il compito di
"insegnare", ossia di annunciare la verità del Vangelo e la fede con tutte
le sue conseguenze sui valori e sulle esigenze etiche dell'uomo. Come
"madre", può e deve orientare e guidare i suoi figli, indicando la strada
più sicura per vivere in fedeltà al Vangelo. E questo tanto più se la
Chiesa, come vuole il Signore e quindi come è il suo "ruolo", rimane
pienamente inserita nelle vicende e nelle problematiche del mondo,
testimoniando nella società quei valori che le vengono dal Vangelo e che
sono capaci di rendere più giusta e più umana l'intera convivenza. E sono
valori che la Chiesa è chiamata a proporre in modo coerente e convincente,
con gesti e argomentazioni che sanno interrogare anche chi non è cristiano
e suscitare e favorire anche il suo consenso. È innanzitutto in questa
prospettiva di Chiesa "madre e maestra" che si pone, e dunque va letto, il
consiglio espresso dai vescovi».
L'indicazione è
vincolante, per un cattolico?
«Per la verità, le indicazioni dei vescovi sono più di una. La
prima, la più sostanziale e vincolante, è che a partire dalla retta
ragione ci sono diritti fondamentali che vanno salvaguardati: il diritto
alla vita e all'integrità fisica di ogni essere umano, compreso
l'embrione; i diritti della famiglia e del matrimonio come istituzione; il
diritto per il figlio ad essere concepito, messo al mondo ed educato dai
suoi genitori in un contesto di vita matrimoniale».
Ma una legge dello
Stato può assumere tali valori?
«Si tratta di diritti che costituiscono dei "limiti invalicabili" oltre i
quali la legge civile, proprio in forza della propria finalizzazione al
bene comune, non può andare, senza la sua perdita di forza e di
credibilità. Sono come la "soglia di tolleranza" che non può essere
oltrepassata. Se invece venisse superata, ad essere negato sarebbe qualche
cosa di intrinsecamente essenziale alla dignità della persona umana, così
come a non poter essere ottenuto sarebbe lo stesso bene comune, cui la
legge deve sempre mirare».
Diceva che le
indicazioni sono più d'una…
«L'altra indicazione dei vescovi è che la legge 40 è una legge che
"sotto diversi e importanti profili non corrisponde all'insegnamento etico
della Chiesa, ma ha comunque il merito di salvaguardare alcuni principi e
criteri essenziali". In altre parole, è una legge la cui "soglia di
tollerabilità" è già al limite: non può, dunque, essere superata, come
avverrebbe abrogando le parti indicate nei quesiti referendari. Di qui
un'altra precisa e vincolante indicazione: questa legge non può – non deve
– essere peggiorata. Ma questo avverrebbe votando "sì" ai referendum,
mentre rimarrebbero aperte come eticamente possibili (almeno sotto il
profilo teorico) le due strade del votare "no" e del "non votare". In
particolare, l'indicazione della "non partecipazione al voto" deve dirsi
"vincolante" in forza delle ragioni, di ordine "pratico e prudenziale",
che vengono portate per difenderla e promuoverla. E sono ragioni non
deboli né peregrine che molte persone del mondo scientifico, culturale,
professionale e politico – persone competenti e di diversa appartenenza
non solo partitica, ma anche culturale e religiosa -hanno illustrato in
questi mesi e che il Comitato "Scienza vita" ha cercato e continua a
cercare di diffondere e di chiarire. Nella prospettiva ecclesiale sopra
ricordata, leggo l'indicazione del "non votare" analogamente a quella che
una madre – guidata da vero amore per i figli, di cui comunque riconosce
la maturità e rispetta la libertà – si sente in dovere di dare a un
proprio figlio quando è di fronte a scelte importanti, addirittura
decisive, per la sua esistenza. È un'indicazione da prendere in grande
considerazione e che solo per gravi motivi si potrebbe disattendere senza
sentirsi in qualche modo a disagio o in colpa».
Cosa direbbe ai
cattolici che invece vogliono votare?
«Direi che non devono, con il loro voto, peggiorare la legge.
Chiederei, poi, che prendano in seria considerazione le motivazioni che
accompagnano il consiglio, da più parti espresso, di non andare a votare,
esprimendo così "un doppio no": il "no" al peggioramento di questa legge e
il "no" ad un uso dell'istituto referendario che, anche in questa
occasione, sembra quanto mai discutibile, se non addirittura guidato da
inaccettabili strumentalizzazioni. Li inviterei, ancora, ad interrogarsi
sugli effetti che, nel concreto panorama attuale delle posizioni, questa
loro scelta potrebbe avere: sia in ordine al raggiungimento del "quorum"
per la validità del referendum, sia in ordine ad un'eventuale affermazione
dei "sì", che porterebbero all'inaccettabile peggioramento della legge.
Sento, infine, vivo il bisogno di rivolgere un forte e accorato invito a
tutti i cattolici: evitino ogni forma, più o meno larvata, di "reciproca
scomunica". Non è forse una tentazione "diabolica" che, se seguita,
porterebbe a deleterie e infondate "divisioni" e "lacerazioni" del tessuto
ecclesiale?»
Che dice, invece,
ai fedeli della sua diocesi?
«Dico, anzitutto, che su questi temi è necessaria una più limpida e
costante opera di informazione e di formazione, che è parte integrante e
permanente della missione evangelizzatrice della Chiesa. Ed è, quindi,
un'opera che deve continuare anche dopo il referendum.Eal riguardo tutti,
con competenze e forme diverse, dobbiamo sentirci fortemente
responsabilizzati».
In che senso?
«Quella della vita, in realtà, è una delle "sfide" principali del
nostro tempo, anche nel nostro Paese e nella nostra comunità cristiana:
accogliere, tutelare e promuovere la vita umana di ogni persona e in tutte
le sue condizioni e fasi di sviluppo è un grave dovere morale, che ci
interpella come uomini e come cristiani. Ma, nello stesso tempo e nonmeno,
questo è un grave dovere civile, che ci interpella come cittadini. Lo è
perché la vita fisica, per ogni uomo e donna, costituisce il fondamento di
ogni altro bene di cui l'uomo possa godere sulla terra: la libertà,
l'amore, la pace, la salute, lo sviluppo, la cultura, le relazioni
interpersonali, il benessere economico e altri ancora. Accogliere,
tutelare e promuovere la vita umana, allora, è la condizione originaria e
necessaria perché si possa realizzare il bene comune. Interessarsi di
questi problemi e partecipare attivamente a livello culturale, sociale e
politico perché- di fronte a ogni minaccia e ad una sempre più diffusa
"cultura della morte"-si affermi e si diffonda una vera "cultura della
vita", è questione di tale portata presente e futura che non può lasciare
indifferente e inerte nessuno! E nel segno della concretezza devo dire che
la "partecipazione", di cui sto parlando, chiede di esprimersi anche in
questa vicenda referendaria, con scelte precise che non portino ad un
peggioramento dell'attuale legge italiana sulla procreazione medicalmente
assistita».
Gian Guido Vecchi
17 maggio 2005
