
GARRISCE DA TRE ANNI IL NUOVO MARCHIO DEL GIORNALE
L'Av sul pennone
Francesco Ognibene
Verso sera, arrivò improvvisa la notizia dell'omicidio di Pym Fortuyn, il "Le Pen olandese", e dettò il titolo di apertura del giorno dopo, 7 maggio 2002. Un titolo un po' fosco, per un debutto. Ma le notizie sono notizie, e nemmeno un giornale che taglia il traguardo di un radicale rinnovamento può sottrarsi alla regola. Tre anni fa, oggi, il «nuovo Avvenire» mollava gli ormeggi e lasciava il bacino di carenaggio dove per oltre un anno si era lavorato ad allestirlo, mentre il «vecchio» quotidiano compiva il suo servizio fino all'ultimo giorno, prima di affidarsi agli archivi. E sopra quel titolo di cronaca nera, spuntava per la prima volta il logo bianco su fondo azzurro, che in tre anni s'è poi consolidato come il marchio del giornale ma che a lungo prima dell'esordio fu oggetto di studi, riflessioni, test, confronti: non sarebbe stato un azzardo l'«Av» inalberato da un giorno all'altro dove prima si stendeva a chiare lettere un nome denso di significati? I lettori – quelli consueti, e i nuovi, ai quali si cercava di aprirsi ancor più di prima – avrebbero capito che dentro una formula editoriale e una grafica rivoluzionate batteva lo stesso cuore, senza astuzie o mimetismi? Tre anni sono un tempo sufficiente – appena sufficiente, nel delicato rapporto tra un lettore e il suo giornale nell'era dell'informazione "a getto" – per sbilanciarsi e dire che tra Avvenire (anzi, «Av») e chi lo legge s'è stretto un patto di fiducia che intreccia contenuti e valori a una struttura calibrata per incoraggiare, con la lettura, anche la piena consapevolezza di sfide e interrogativi, risposte e percorsi, sempre con la coscienza desta. A bordo dell'attualità si sale così col biglietto di un quotidiano che aiuta a formarsi pazientemente un giudizio libero e maturo, senza la pretesa di convincere a forza di parole o – peggio – di blandire a colpi di supplementi. Il giornale dei cattolici s'è dunque schiarito la voce e ha ripreso a parlare la lingua di sempre ma con una dizione forse più limpida, stando alla reazione di chi ha continuato ad apprezzarlo e dei tanti (davvero tanti, in tempi di bassissima marea per i quotidiani) che l'hanno scoperto, complice magari sequenze di eventi eccezionali come nell'aprile appena concluso. Chi frequenta Avvenire da trent'anni o da tre giorni percepisce che queste pagine non diffondono solo "informazione" ma il senso di una comunità di gente attiva, più "avanti", che scruta oltre la prima impressione. Che poi questo terzo compleanno del nuovo Avvenire cada alla vigilia della Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, in programma domani, pare l'indicazione di un compito: per chi il giornale lo confeziona, come per chi, apprezzandolo, sente l'esigenza di farlo conoscere ad altri. Sono gli animatori della cultura e della comunicazione, che in ogni parrocchia ora possono moltiplicare la comunità di italiani "pensanti" per i quali, in tre anni, quell'«Av» si è fatto uno di casa.
