Omelia dell’inizio del ministero pastorale a Frosinone

marciano fr

LA «RIVOLUZIONE DELL’AMORE»!

Carissimi fratelli e sorelle,
«Una folla immensa andava dietro a Gesù». Inizia così il brano evangelico della Liturgia di questa domenica (Lc 14,25-33), invitandoci a guardare a Cristo in cammino verso Gerusalemme. Anche noi, questa sera, siamo in tanti. E ciò mi commuove, è bello e vi ringrazio. Siamo qui per legami di
affetto o appartenenza ecclesiale, ma siamo qui per seguire il Signore. A noi Egli ricorda che siamo comunità di discepoli e apostoli. E il cammino che oggi iniziamo è anzitutto discepolato. È essere insieme, vescovo e popolo, per camminare dietro a Gesù.
La Chiesa è sempre in cammino e, iniziando il nostro cammino, verrebbe spontaneo chiedersi quale sia il Programma Pastorale. Pregando, nei giorni scorsi, ho colto che esso ci veniva consegnato dalla Parola di Dio di oggi, straordinariamente calata nell’oggi della Chiesa, con i primi passi del
Ministero di Papa Leone. Lo riassumerei in una sua pregnante espressione: la «Rivoluzione dell’amore» 1 . Ecco il Programma del mio ministero e del nostro comune discepolato! Anche le parole di Gesù nel Vangelo sono, a loro modo, rivoluzionarie; invocano una rivoluzione dell’amore.
Per spiegarla Gesù, dice Luca, «si volta».

L’evangelista Luca è un pittore, nelle immagini sa trasferire bene gli stati d’animo; così, nel voltarsi di Gesù, possiamo vedere un cambio di prospettiva che oggi viene richiesto anche a noi. E la rivoluzione è proprio cambiamento, capovolgimento: sul piano personale e relazionale, ecclesiale e sociale.
La Rivoluzione dell’amore ci coinvolge sul piano personale, dunque è prima di tutto interiore. Gesù, cioè, sconvolge la nostra idea di amore; sembra quasi invitarci a «odiare» proprio coloro ai quali sarebbe più naturale voler bene. Il termine greco miséo è molto forte ma non si riferisce a quel
sentire emotivo che, seppur importante, non arriva a spiegare l’amore. La Rivoluzione di Cristo, oggi ancor più necessaria, parte proprio dal capire cosa sia l’amore. «L’uomo non può vivere senza amore» 2 , gridava San Giovanni Paolo II all’inizio del suo Pontificato. E amare non è sentire o
sentirsi bene ma «perdere», donare la propria vita, spiega Gesù; portare la «croce», con Lui e come Lui: ecco la Parola rivoluzionaria!
Come vorrei che questa Parola raggiungesse anzitutto il cuore dei giovani, perché possano crescere in un amore che è vera passione solo se è rispetto, sacrificio. La Rivoluzione dell’amore, cari giovani, ci pone dinanzi l’amore non solo come sentimento, ma come dinamica di tutta la persona: corpo, psiche, spirito, intelligenza, volontà. L’hanno capito bene Carlo Acutis e Piergiorgio Frassati, che il Papa proprio oggi ha proclamato Santi: due giovani come voi, i quali hanno scelto di donarsi per amore, diventando dono per tutti. Ricordate cosa diceva Carlo: “Dio ha scritto per ognuno di noi una storia d’amore unica e irripetibile, ma ci ha lasciato la libertà di scriverne la fine”.
C’è dunque una volontà d’amore racchiusa nel dono della vita: «donare sé stessi è la felicità», vi ha detto il Papa nella meravigliosa Veglia di Tor Vergata 3 . E c’è una volontà d’amore racchiusa nella Croce di Cristo e dell’uomo. Amare significa accorgersi di questa croce e portarla; significa, dice ancora Leone XIV citando Benedetto XVI, lasciarsi «spezzare il cuore» 4 .
Tanti, tra noi, hanno il cuore spezzato da tribolazioni o sofferenze che li toccano personalmente: per aver subito torti, ingiustizie, violenze; perché visitati dalla malattia o dalla solitudine; o anche perché capaci di una compassione che permette loro di partecipare alle sofferenze dei fratelli, quelli vicini e quelli lontani. Sì, bisogna lasciarsi spezzare il cuore dalle immagini strazianti della guerra, con le morti continue e crudeli dei bambini, così come dalle tante situazioni di povertà, rifiuto, isolamento, bisogno che sono tra noi. Quanti sofferenti abitano le nostre città… quanti si prendono cura dei loro cuori spezzati, lasciandosi spezzare a loro volta il cuore! Non siete soli, vorrei gridarlo a tutti: la Chiesa non vi lascia soli! Sono fortemente convinto che nessun programma pastorale può esistere laddove non ci si impegni a superare l’indifferenza che, diceva Madre Teresa di Calcutta, è oggi il più grande male. Come Paolo a Filemone nella seconda Lettura, Gesù consegna a ciascuno
l’altro quale «fratello nel Signore» (Filemone 1,9b-10.12-17).
La Rivoluzione dell’amore ha, infatti, un significato relazionale, non si fa da soli: l’altro è incluso, è protagonista, pure se non ama; addirittura se tradisce, ha recentemente affermato Papa Leone, ricordandoci la forza rivoluzionaria, trasfigurante, disarmante del «perdono» che Gesù dona e rende capaci di donare 5 . Un «perdono» che è «gioia di Dio prima ancora che gioia dell’uomo» 6 , gridava proprio qui a Frosinone Giovanni Paolo II nel 2001.
Il Vangelo ci consegna l’impegno a essere comunità che mette l’altro al centro; che impara a camminare insieme accorgendosi di chi resta indietro, di chi perde le forze, di chi forse ha gettato la spugna e pensa che non ci sia più nulla da fare. È questo il cuore della Chiesa in cammino sinodale!
Cari amici, se non vogliamo che il Sinodo diventi una sorta di “parlamento” che cerca rivendicazioni o maggioranze – rischi da cui ci ha messo in guardia Papa Francesco – deve essere, direi, Pellegrinaggio. E come non pensare che questo cammino inizia per noi nel Giubileo che ci vede Pellegrini di speranza? Come la folla dietro a Gesù, siamo comunità di pellegrini verso Gerusalemme, città che, nonostante guerre e fatiche, rimane simbolo della Chiesa terrena e celeste.
Arriviamo così al significato ecclesiale della Rivoluzione dell’amore: la comunione! Comunione come identità della Chiesa e sua unità infrangibile in un mondo frammentato. «La Chiesa è, in Cristo, come Sacramento, cioè segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il
genere umano» 7 . È così che la definisce il Concilio Vaticano II. Se una priorità sento affidata da Dio nel ministero che inizio è proprio l’unità, la comunione nella nostra Chiesa. Di essa il Vescovo è a servizio, quale «visibile principio e fondamento» 8 , insegna ancora la Lumen Gentium. Unità che si nutre della consapevolezza e del rispetto della dignità intrinseca di ogni essere umano e si fonda in Cristo. Unità che si alimenta del riconoscimento dei carismi dello Spirito 9 e della loro valorizzazione per la maturazione della Chiesa stessa. Unità che, a noi, chiede la comunione tra le due Diocesi, come esaltazione delle diversità e ricchezza della complementarietà: una grammatica che solo l’amore suscita e riconosce. Soprattutto, unità che esige comunione tra vescovo e presbiteri, tra presbiteri, nelle comunità religiose, in famiglia… Sì, cari amici: la comunione!
Aiutatemi voi, prima di tutto voi sacerdoti, parte amata del mio ministero, a percorrere questo cammino che, solo, farà crescere la Chiesa e ci farà crescere nell’amore.
La vera Rivoluzione, oggi, è ripartire da tale unità. È cambiare la prospettiva dell’individualismo imperante che sa di egoismo e solitudine, violenze e abusi, disperazione e morte: quanti problemi, anche etici, hanno qui la loro radice più profonda e necessitano di essere passati al vaglio dell’amore! È vero, nel Vangelo Gesù sembra mettere in secondo piano i legami umani; in realtà, ci invita a riscoprirli come sacramento dell’amore di Dio, dell’Alleanza sponsale tra Cristo e la Chiesa, perché la persona si realizzi nel dono e nella fraternità. I legami radicati in Cristo non chiudono, non costringono, non possiedono, non accomodano nell’autosufficienza, ma sono radice e sicurezza per vivere la libertà, la giustizia, la pace.
Ecco, allora, che la Rivoluzione dell’amore assume un significato sociale; è fondamento e fine della Dottrina Sociale della Chiesa, grazie alla quale possiamo incarnare il Vangelo nella città dell’uomo e servirla, in collaborazione con le nostre istituzioni e, non ultimo, valorizzando il creato e il patrimonio culturale che arricchisce la nostra terra. Gesù ci invita a stare al mondo in modo realistico, addirittura calcolando le risorse; il cristiano sa e deve farlo. Ma è singolare che il calcolo dei propri averi, anche delle proprie forze, sfoci poi nella «rinuncia». La lettura sociale del brano evangelico è interessante: non c’è «avere», anche economico, che non serva a «dare»; non c’è «potere», anche politico, che non sia finalizzato alla «pace», dunque al bene comune.
Sono fortemente convinto di quanto l’impegno per la giustizia, per l’accoglienza di tutti – dal bimbo nel grembo materno al morente, dallo straniero al povero – sia un fecondo germe di pace, come affermava ancora Madre Teresa. L’ho sperimentato in modo forte nel ministero tra i militari italiani
e, con gioia, lo vedo confermato nell’impegno vivo della nostra Chiesa: in voi laici maturi, coerenti, capaci di tradurre la fede in opere; di operare un «bene non forzato, ma volontario», direi parafrasando le parole di Paolo. E ciò è vero tanto per i singoli quanto per le comunità, i gruppi, le associazioni, custodi di preziosi carismi; tutti ringrazio e invito a un discernimento profondo; da padre e pastore, vi aiuterò a portarlo avanti. La prima Lettura (Sap 9,13-18) lo chiama «sapienza» che viene «dallo Spirito» e ci permette di leggere le «cose della terra» alla luce delle «cose del cielo».
Cari amici, per attuare la Rivoluzione dell’amore Gesù si volta verso noi, ci guarda negli occhi,attende il nostro sguardo e ci consegna la prospettiva del Cielo. È interessante che se, da una parte, rivoluzione vuol dire capovolgimento, dall’altra indica il movimento che un pianeta, ad esempio la terra, compie attorno al sole. Senza tale “moto di rivoluzione”, l’ordine non si armonizzerebbe nell’universo e la terra continuerebbe a girare su sé stessa, smarrendo la direzione.
La Rivoluzione dell’amore ripropone la centralità di Dio; ci dona di vivere attirati nella sua orbita – è meraviglioso! – tenendo fisso lo sguardo su Gesù che ci guarda. È il primato della vita interiore; è l’invito a riscoprire e valorizzare il patrimonio di spiritualità monastica, claustrale, eremitica della nostra terra, sentendolo per tutti noi intercessione potente e insegnamento di vita. Ai contemplativi, ai consacrati, nonché a tutti coloro che pregano e offrono, ricordo che la vostra preghiera, fermamente e fedelmente orientata al «Sole che sorge» (Lc 1,78), sostiene il muoversi della nostra Chiesa, perché non sia un avvilupparsi su sé stessa ma richiami costantemente l’esigenza di relativizzare tutto a Dio, impegnandosi a ripartire dalla Sua Parola, che sarà indispensabile conoscere, meditare, spezzare assieme, per seguire veramente Lui e non l’immagine che di Lui
abbiamo. Lo raccomandava pure Giovanni Paolo II, invitandoci a moltiplicare «nelle comunità parrocchiali i momenti forti di studio e di riflessione sulla Parola di Dio» 10 , di preghiera, di adorazione. È quello che faremo!
Pellegrinaggio è cammino verso Gesù, incontro a Lui.
Fratelli, sorelle, con gioia iniziamo il nostro cammino affidandolo all’intercessione dei nostri Santi Patroni, Santa Maria Salome e Sant’Ambrogio Martire, e alla protezione materna di Maria, della quale domani celebreremo la Natività. Nei Suoi primi passi vediamo i nostri, certi che il Signore è con noi, ci prende per mano, ci benedice. Tutti! Non temete! “Nulla è impossibile a Dio” (Lc 1,37).
A Lui, e a tutti voi, il mio Grazie. E così sia!

 Santo Marcianò

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