Avvenire sul Referendum per la Fecondazione assistita

Appunti formativi sul Referendum del 12 – 13 Giugno tratti da Avvenire on line

http://www.avvenire.it/

 

Da "Avvenire" di Domenica 8 maggio 2005

È dal 1987 che i politici la scelgono

La via dell'astensione Ah, quanti appassionati

 

Marco Olivetti

Nel 2002 l'amministrazione di centro-sinistra del Comune di Serracapriola, in Provincia di Foggia, decise di costruire un centro di accoglienza per immigrati. Contro questa decisione, gli esponenti locali di Alleanza Nazionale richiesero un referendum, al fine di costringere il Comune a modificare la sua decisione. Durante la campagna elettorale, gli esponenti del centro-sinistra e la Chiesa locale invitarono gli elettori ad astenersi nel voto: lo statuto comunale, infatti, prevedeva che il referendum sarebbe stato valido solo se fosse stato raggiunto il quorum della metà più uno degli elettori. Secondo le forze politiche e la Chiesa, il carattere demagogico dell'iniziativa referendaria non avrebbe consentito di giocare la partita su un piano di parità e pertanto l'unico modo di contrastarla era l'astensione. Nel voto dei cittadini, i contrari al centro di accoglienza superarono i favorevoli, ma non raggiunsero il quorum per la validità del referendum. Il centro di accoglienza per immigrati rimase quindi al suo posto. La storiella locale può sembrare di scarsa rilevanza, ma essa è utile per tornare sulla campagna per il non voto nel referendum, messa ultimamente sotto accusa da vari esponenti della sinistra (D'Alema, Violante, Amato). È appena il caso di ricordare che la via dell'astensione nei referendum non è stata certo inventata dalla Cei, nello scorso gennaio. Né quello di Serracapriola è l'unico precedente. Per tornare ai referendum nazionali – ben 55 dal 1970 ad oggi – l'invito a non votare ha cominciato a fare la sua apparizione, senza successo, nel voto sulle centrali nucleari e sulla responsabilità dei giudici del 1987. Nel 1990, per la prima volta, la tattica funzionò: le associazioni di cacciatori riuscirono a bloccare tre referendum verdi su caccia e pesticidi. Dopo tre tornate elettorali valide (1991, 1993 e 1995), nelle quali l'invito a restare a casa non fu usato, o venne male utilizzato dai suoi promotori, il ricorso all'astensione per bloccare i referendum è divenuto la regola ed è stato utilizzato, di volta in volta, da tutte le forze politiche. Per queste ragioni, sono falliti i referendum del 1997, del 1999, del 2000 e del 2003. Fra l'altro l'invito ad astenersi è stato utilizzato da Rifondazione comunista contro il referendum che nel 1999 e nel 2000 voleva ampliare l'operatività del sistema maggioritario alla Camera e dai Democratici di Sinistra nel voto sull'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori nel 2003. Dunque, se "la campagna per il non voto è un peccato", davvero nessuno (tranne forse i radicali) ne è esente. In realtà, le ragioni per il ricorso all'astensione stavolta ci sono tutte: il tono populistico utilizzato dai promotori già durante la raccolta delle firme; l'intitolazione dei quesiti (che prometteva la cura di ogni malattia a chi avesse firmato i referendum); i pesanti interessi economici in gioco dietro lo slogan della libertà di ricerca; lo squilibrio tra le posizioni sui media. D'altro canto, vanno respinte le obiezioni secondo cui l'invito al non voto abbia dato luogo al silenzio sui problemi posti dalla legge n. 40. L'informazione articolata e puntuale offerta per esempio da questo giornale, ma non solo, e la mobilitazione in atto in molte parrocchie e in gran parte delle diocesi italiane ne è un segno. Piuttosto, un buon contributo al dibattito potrebbe venire da un passo indietro della classe politica, che lasci spazio alla società civile e alla sua autonomia. Non perché la società civile sia migliore, ma perché il referendum è il suo spazio, che la politica di partito non deve invadere. E sarebbe meglio abbandonare obiezioni "procedurali" (il moralismo da quattro soldi contro l'astensionismo, o contro presunte lesioni della laicità dello Stato), per concentrare il dibattito sui veri problemi: la tutela dell'embrione e la definizione delle forme in cui la fecondazione assistita può essere praticata. Solo così – qualunque sarà il risultato – la campagna referendaria non sarà stat a inutile.

 

 

Da "Avvenire" di Domenica 15 maggio 2005

Principio di realtà

Quando il no vale un sì

 

Interessantissima l'intervista di Giuliano Amato, ieri su "Repubblica", in tema di fecondazione. E sotto vari profili. Segno, forse, che s'è finalmente capito che non si può restare per mesi incollati alle stesse parole d'ordine, ripetute talora a dispetto anche dell'intelligenza altrui. Una cosa, più di altre, merita rilievo. Dice infatti Amato che con questo referendum si è «realisticamente… davanti a due ipotesi sole: o che non si raggiunga il quorum, perché prevalgono le astensioni, o che vinca il Sì». E aggiunge: «Considerare l'ipotesi del No mi sembra onestamente una perdita di tempo…». Beh, difficile dargli torto, e difficile soprattutto non vedere qui un'apprezzabile onestà intellettuale. Con ciò, egli non solo ribadisce la piena legittimità costituzionale della campagna per l'astensione, cosa di cui noi – per la verità – eravamo già convinti. Ma «realisticamente» ammette che l'astensione è il vero e unico modo per dire no a questi referendum. In altre parole, chi non vuole la brutale demolizione della legge 40, in quanto riconosce che tutto considerato essa è una diga saggia contro il far west procreatico, non può «realisticamente» che astenersi dalle urne. Andarci per votare no, è – in pratica – un altro modo per votare sì. Possiamo protestare, indignarci, urlare ma è così. Non per malizia carognesca di qualcuno, ma per il principio di realtà. Da qui non si scappa. Ed è un punto di chiarezza su cui non sarà male riflettere. Con calma. E davanti sempre alla propria coscienza, ovvio.

 

 

Guida completa ai quattro quesiti referendari per il Referendum del 12 – 13 Giugno qui

altri stimoli di Riflessione li trovate su http://www.impegnoreferendum.it/

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