Preghiera ecumenica interdiocesana
Chiesa Santa Maria del Carmine ad Alatri
Venerdì 19 gennaio 2024 Genesi 18,1-8
Commento del Pastore Massimo Aquilante
Chiesa Santa Maria del Carmine ad Alatri
Venerdì 19 gennaio 2024 Genesi 18,1-8
Commento del Pastore Massimo Aquilante
Siamo qui stasera per dare il nostro contributo al progetto ecumenico. L’ecumenismo è una proposta forte perché è una pratica: una pratica in cui si cresce, si scoprono di volta in volta scenari di condivisione nuovi e insospettati, si cambia. Ma in questo sta anche la sua drammatica debolezza: se questa pratica non viene esercitata, ricercata oltre ogni egoismo e pigrizia spirituali, l’ecumenismo semplicemente non nasce, perché non lo si può fare da soli.
Questa tensione interna all’ecumenismo è rappresentata molto bene nel racconto della Genesi appena riascoltato.
Abbiamo una cornice e una scena centrale: ciascuna delle due parti getta luce sull’altra. La cornice è semplicissima: l’arrivo inaspettato di tre visitatori nell’accampamento. Abramo avvia spontaneamente una serie di gesti d’accoglienza che lasciano senza fiato. Tutto si svolge in un’atmosfera di grande concitazione. Abramo vede i tre uomini in piedi davanti a sé; è mezzogiorno, l’ora più calda, ed essi hanno bisogno di assistenza; non aspetta neanche che parlino, corre loro incontro, addirittura si prostra a terra. Li invita a entrare e ordina che sia portata dell’acqua, che sia preparato del pane e che sia cotto un vitello tenero e buono.
Per inciso, è straordinario come l’accoglienza esercitata da Abramo riverberi sulle storie del NT, in particolare del vangelo di Luca. L’acqua per lavarsi ricorda l’episodio di Gesù a casa di Simone il fariseo, dove una donna usa le proprie lacrime per rinfrancare il Signore. Ma soprattutto il vitello rimanda a quel capolavoro che è la parabola del padre e dei due figli.
Questa tensione interna all’ecumenismo è rappresentata molto bene nel racconto della Genesi appena riascoltato.
Abbiamo una cornice e una scena centrale: ciascuna delle due parti getta luce sull’altra. La cornice è semplicissima: l’arrivo inaspettato di tre visitatori nell’accampamento. Abramo avvia spontaneamente una serie di gesti d’accoglienza che lasciano senza fiato. Tutto si svolge in un’atmosfera di grande concitazione. Abramo vede i tre uomini in piedi davanti a sé; è mezzogiorno, l’ora più calda, ed essi hanno bisogno di assistenza; non aspetta neanche che parlino, corre loro incontro, addirittura si prostra a terra. Li invita a entrare e ordina che sia portata dell’acqua, che sia preparato del pane e che sia cotto un vitello tenero e buono.
Per inciso, è straordinario come l’accoglienza esercitata da Abramo riverberi sulle storie del NT, in particolare del vangelo di Luca. L’acqua per lavarsi ricorda l’episodio di Gesù a casa di Simone il fariseo, dove una donna usa le proprie lacrime per rinfrancare il Signore. Ma soprattutto il vitello rimanda a quel capolavoro che è la parabola del padre e dei due figli.
L’accoglienza di Abramo è immediata, sincera e totale. Un’immagine commovente per dire che cosa accade quando le diverse confessioni cristiane si slanciano nella stessa esperienza: nasce l’incontro, la conoscenza, la collaborazione, la reciprocità. Stasera noi ci stiamo scambiando quest’accoglienza. Come Abramo con i tre viaggiatori, ci riconosciamo gli uni negli altri, gli uni nei bisogni degli altri. Una semplice cornice narrativa che si traduce nella pratica della koinonia in Cristo, dell’esperienza dell’ecumene cristiana, anzi: dell’ecumene umana, perché la parola “ecumene” vuol dire appunto “terra abitata”. Una pratica, dunque, che si fa indicazione al mondo. Che cosa potremmo volere di più? L’ecumenismo funziona!
Dentro la cornice si svolge la scena centrale: non l’abbiamo letta ma è molto importante. Qui l’aria cambia. All’atmosfera concitata subentra un ritmo rallentato, al senso di solennità subentra l’ironia del riso di Sara quando sente che rimarrà incinta. La scena trasmette un senso di sfiduciato stupore. Il visitatore formula la promessa di un figlio per Abramo e Sara, ma i due coniugi dubitano, resistono, frappongono considerazioni che, ammantate di realismo (siamo sterili!), non sono altro che una forma di opposizione alla promessa. Anche in questo caso, non possiamo non farci venire alla mente l’episodio dell’angelo che annuncia a Zaccaria la nascita di Giovanni e di Zaccaria che diventa muto perché non si fida. Luca doveva essere veramente un grande conoscitore delle Scritture ebraiche!
Con la loro reazione, Abramo e Sara smentiscono tutto ciò che di promettente è accaduto nella cornice: a una accoglienza incondizionata e tesa verso l’altro fa da contraltare un atteggiamento di chiusura impastato di reazioni autoreferenziali. I due si rinchiudono nell’orizzonte percettivo entro cui si sono sempre mossi e che non vogliono abbandonare: si sono ormai abituati alla loro condizione di sterilità, e sono compiaciuti della loro identità.
Ed ecco dipinto a tinte vive l’altro lato dell’ecumenismo, quello che vanifica ogni gesto di accoglienza. Anche questa dimensione fa parte della nostra esperienza di stasera. Non possiamo certo dimenticarci del fatto che le nostre rispettive chiese reagiscono esattamente come i due protagonisti del racconto: il nostro status non si cambia, l’orizzonte resta quello che è sempre stato. La mia chiesa è l’unica vera chiesa di Gesù Cristo: questo è il motivo dominante della scena che noi tutti, ciascuno a suo modo, costruiamo dentro la cornice; questo è il nostro peccato condiviso che distrugge la cornice. Se io, come Sara, sorrido ironicamente di te, quando tu mi parli dell’importanza che ha per te il magistero ecclesiale, e se tu, come Sara, sorridi ironicamente di me, quando io ti parlo dell’importanza che ha per me il sacerdozio universale dei credenti, vuol dire, di fatto, che sia io che tu abbiamo già deciso di rimanere dentro i nostri rispettivi universi chiusi e autoreferenziali, in cui tutto è già dato, tutto è prevedibile – e senza speranza. E – cosa perfino peggiore – vuol dire che stiamo già trascinando nel vortice dell’autoreferenzialità l’intera terra abitata.
C’è un unico modo per uscire da questa spirale drammatica: riascoltare quella domandina che l’interlocutore pone ad Abramo: “Vi è forse qualcosa che sia troppo difficile per il Signore”? Con questa domanda, la scena che appare monoliticamente determinata, refrattaria alla novità, incentrata esclusivamente sulla sapienza delle abitudini consolidate, viene ora incrinata. Si crea un punto di frattura. Ascoltando la domanda, Abramo e Sara (e noi con loro) vengono scossi nei loro punti fermi, devono mettere in discussione i loro convincimenti e il loro modo di vivere.
Attenzione, però. Abramo e Sara non rispondono. Il racconto, cioè, non scodella una ricetta già pronta, ma lascia che la domanda resti lì, a risuonare all’interno dell’universo di vita della coppia, a inquietare le loro certezze e le loro acquisizioni. C’è qualcosa di impossibile per Dio? Le chiese non sono chiamate a dare una rispostina imparata a pappagallo. Hanno, però, a disposizione la domanda critica che le interpella sulla loro prassi: non offuscare più la cornice a favore della scena centrale solo perché in questa si sentono a loro agio. La possibilità, cioè, di tenere in vita la spontanea, autentica, totale accoglienza praticata da Abramo. Magari la cornice non è già disegnata, è fatta di tanti tasselli sparsi da comporre insieme, come in un mosaico. Ma i pezzi ci sono, si tratta di maneggiarli.
Il NT accetterà in nome di Gesù Cristo questa sfida e questa fatica. E la Lettera agli Ebrei potrà esortare così: “Non dimenticate l’ospitalità; perché alcuni, praticandola, senza saperlo, hanno ospitato angeli” (Eb 13,2). Un’esortazione che ripristina una pratica di accoglienza e di condivisione affinché risuoni forte, nell’ecumene umana, la domanda di grazia del visitatore: “C’è forse qualcosa di impossibile per Dio?”.
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