Chi e’ Gesù per te?

jesus

Chi è Gesù per te?

La gente chi dice che sia

il Figlio dell'uomo?  (Mt 16, 13)

 

 

Lettera pastorale per gli anni 2006/2010

parte prima

 

Primo il Vangelo

 

 

Con lo sguardo fisso su Gesù

1. Chi è Gesù? È una delle domande più inquietanti che il Maestro pose ai suoi discepoli per spronare la

Chiesa nascente, e quella di ogni tempo, a dialogare con il mondo. È una domanda, sempre attuale, che impone alla Chiesa di interrogare se stessa, di valutare i risultati del proprio annuncio ed essere sempre pronta a mettere in discussione la pastorale dell'evangelizzazione.

Se compito della Chiesa è seminare la Parola in terra buona, allora è necessario dissodare il terreno dai sassi e dalle spine, sgomberare il campo dagli equivoci ideologici e culturali, dal pensiero magico, dalla superstizione e da tutto ciò che allontani la gente da quella Verità che il Padre rivelò a Pietro per far sì che tutti gli uomini comprendano che Gesù è il Cristo, il Figlio del Dio vivente.

È necessario seguire la pedagogia del Maestro (cfr. Lc 24) e partire da ciò che pensa la gente, la nostra gente, quella che vive le contraddizioni del nostro tempo, accecata dai falsi valori che il mondo propone, la gente che la domenica viene a Messa e quella che preferisce andare altrove, quella che, smarritasi nei labirinti del relativismo etico e culturale, non

sa più dove andare. È a questa gente che bisogna continuare a chiedere: "Chi è per voi il Figlio dell'uomo?"

Da questa domanda deve partire l'analisi socio pastorale della nostra Diocesi e, se avremo il coraggio di ascoltare davvero le risposte della gente, ci accorgeremo che per molti, come ai tempi del Maestro, il

Figlio dell'uomo è solo un grande profeta, un precursore del socialismo, un eccezionale psicologo; uno dotato di grandi poteri taumaturgici, capace di guarire con la forza della suggestione; un uomo di grande carisma, un santo, il più importante, a cui rivolgersi per ottenere una grazia. Qualcuno dirà che è il Figlio di Dio, come ha imparato da bambino al catechismo, ma

senza capire cosa significhi affermare che Gesù è il Cristo, il Risorto che ha fatto nuove tutte le cose.

2. La gente pur avvertendo, mai come oggi, un forte bisogno di spiritualità si è allontanata dall'autenticità del messaggio cristiano. Spesso anche coloro che si definiscono praticanti vengono a Messa, si sposano in chiesa e fanno battezzare i propri figli, più per tradizione culturale che per una scelta di fede.  A questa nostra gente, a questa porzione di popolo che Dio ci ha affidato, dobbiamo annunciare Gesù. Dobbiamo avere l'umiltà di ricominciare da capo ogni volta che volendo rispondere alla domanda del Maestro: "La gente chi dice che sia il Figlio dell'uomo?". Proveremo la delusione per il vuoto, per la diffidenza, per il sospetto di uomini e donne ancora lontani dalla verità di Cristo.

Chiediamo alla gente: "Tu che vai a Messa la domenica, tu che ti confessi solo a Pasqua, tu che non sei mai entrato in una chiesa, tu che sei ammalato, tu che ti senti solo e abbandonato, tu che hai fame e sete della giustizia, tu che non hai lavoro, tu che sei ricco e potente, tu che non temi la guerra, tu che lotti per la pace…: chi è Gesù per te?".

Raccoglieremo risposte banali, preconfezionate, disimpegnate, addirittura umilianti, ma non possiamo desistere; dobbiamo avere la capacità di applicare l'antica arte della maieutica, per far sì che ognuno risponda in prima persona, senza nascondersi dietro le risposte convenzionali, perché ciò che conta non è sapere dalla gente chi sia Gesù per la Chiesa, per gli storici o per gli psicologi: ciò che conta è sapere chi sia Gesù per ognuno di loro. Ci accorgeremo come siano molti coloro che ancora brancolano nel buio e, incapaci di vedere la luce di Cristo, non sono in grado di rispondere; come il cieco nato descritto da Giovanni nel suo Vangelo dicono: "Non lo so!" (Gv 9, 12).  Tuttavia sono molti quelli che dal profondo dell'anima, dove il cuore comprende ciò che la ragione non conosce, attendono, senza nemmeno saperlo, che qualcuno apra i loro occhi.

3. Come apostoli del Signore, inviati ad annunciare ai poveri un lieto messaggio, a proclamare ai prigionieri la liberazione, a donare la vista ai ciechi, abbiamo il compito di aprire gli occhi per donare la luce di Cristo a chi accecato dall'ignoranza o dalla presunzione, dal dolore o dall'opulenza, dalla superbia e dall'avarizia, dall'ansia di apparire a tutti i livelli, non può far altro che cadere nella disperazione o elemosinare alla vita quelle gioie effimere che terminato il giorno sono incapaci di illuminare la notte.

La conversione è un processo che presuppone un lungo cammino fatto di slanci e di cadute, perché convertirsi significa operare una inversione di rotta e orientare la propria vita in maniera diversa. Non si è cristiani per nascita, per razza o per cultura o semplicemente perché si è ricevuto il battesimo; essere cristiani significa fare l'esperienza della paternità di un Dio tenero e misericordioso che ha tanto amato il mondo da mandare il suo Figlio unigenito, affinché noi tutti diventassimo figli suoi.

4. Convertirsi, direbbe il Maestro, significa rinascere dall'Alto (cfr. Gv 3, 3). È compito della Chiesa aiutare l'uomo in quel cammino di rinascita che determina il graduale passaggio dall'uomo vecchio all'uomo nuovo, dall'accettazione gioiosa del primo annuncio a quella maturità di fede di chi alla sequela di Cristo sa guardare il mondo con occhi nuovi. Forse non è un caso che tra i tanti miracoli operati da Gesù, più volte come narrano i Vangeli, il Signore aprì gli occhi ai ciechi, quasi a voler indicare ai suoi discepoli la via maestra dell'annuncio: restituire la vista a coloro che vivono nelle tenebre, affinché tutti possano passare dal buio alla luce.

Sta a noi dunque, con lo sguardo fisso su Gesù, operare il miracolo e fare in modo che gli uomini aprendo gli occhi possano aderire alla fede, approfondire la fede e vivere la fede, finché Egli non sia formato in tutti.

Chiedo a me, ai presbiteri, ai consacrati, ai battezzati impegnati, di prendere coscienza che abbiamo bisogno, noi per primi, che qualcuno apra i nostri occhi per renderci idonei al servizio dei fratelli.

Quel giorno un cieco aprì gli occhi

5. Ricominciare da Gesù! Egli non rimane nella sua Nazaret ad aspettare le folle che sarebbero accorse al primo miracolo, ma scende a Cafarnao a cercare quelli che mai sarebbero saliti da lui. Egli sceglie e chiama i discepoli, sfama le folle, guarisce gli ammalati, consola gli afflitti, perdona i peccatori. Non lo predica soltanto: è sempre lui a fare il primo passo, a provocare il dialogo, a smentire le menzogne, a cacciare i mercanti dalla casa del Padre, ad annunciare la Verità e ad accogliere i fanciulli. È sempre sua l'iniziativa di aprire gli occhi ai ciechi per costruire sulla terra il Regno di Dio.

Senza attendere che il mondo fosse pronto ad accogliere la sua Parola, senza aspettarsi né gloria né ricompensa, Gesù iniziò la sua missione superando la tentazione di trasformare la fede in una sorta di fenomeno magico e spettacolare, capace di trasformare le pietre in pane (cfr. Mt 4, 1-3).

6. All'epoca di Gesù il mondo non era certo migliore del nostro, spietatamente diviso tra oppressori ed oppressi, la maggioranza della gente viveva nella povertà assoluta; storpi e ciechi erano abbandonati al proprio destino anche da chi, in nome di Dio, riteneva la loro condizione una punizione divina. Eppure è in quel mondo che il Maestro volle essere dalla parte degli ultimi, dei deboli, dei diseredati, testimoniando l'amore del Padre per squarciare le tenebre e aprire il cuore degli uomini alla fede. "Finché sono nel mondo, – diceva Gesù – sono la luce del mondo" (Gv 9, 5).

Per riportare gli uomini alla luce indicò un itinerario che Giovanni esplicita nel racconto della guarigione del cieco nato (Gv 9), un miracolo che l'evangelista usa come metafora del graduale cammino di conversione che ciascuno di noi, per primo, deve percorrere.

7. A ben riflettere infatti, Gesù avrebbe potuto semplicemente dire al cieco: "Ti siano aperti gli occhi!". Sarebbe bastata una sua parola, invece quasi a voler sottolineare che la nascita dell'uomo nuovo è possibile solo dopo un lungo e faticoso percorso: "…sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Va' a lavarti nella piscina di Siloe (che significa inviato)»" (Gv 9, 6-7).

La luce improvvisa in un primo momento acceca, disorienta il cieco guarito dal Maestro che nel rispondere ai farisei increduli di fronte al miracolo, percorse le tappe di un autentico itinerario di conversione. I farisei chiesero al cieco: "Come dunque ti furono aperti gli occhi… Dov'è questo tale?" (Gv 9, 10.12), egli rispose: "Non lo so" (Gv 9, 12).

Alla domanda successiva: "Tu, che dici di lui…?" Il cieco guarito fa un passo avanti e dice: "È un profeta" (Gv 9, 17). Alla stessa domanda, postagli per la terza volta, l'uomo rispose in maniera ancora più convinta: "…una cosa so: che prima ero cieco e ora ci vedo" (Gv 9, 25). Solo infine, dopo aver davvero conosciuto il Figlio dell'uomo, rispose al Maestro, dal profondo del cuore: "Io credo, Signore!" (Gv 9, 38).

Il cieco non passò immediatamente dal buio alla luce, ma gradualmente da uno stato di confusione interiore provocatagli da Gesù all'abbandono fiducioso.

8. Per troppo tempo abbiamo creduto che bastasse battezzare i bambini per ritrovarci un giorno dei cristiani adulti. Troppe volte abbiamo considerato cristiani coloro che la domenica riempiono le nostre chiese, senza renderci conto che sta a noi prendere l'iniziativa, aprire gli occhi dei fedeli, aiutarli a porsi delle domande. "Testimoniando la speranza che è in noi", bisogna fare in modo che la gente si senta rinata e sia in grado di rispondere in prima persona alle domande esistenziali e di senso che la "quotidianità" pone in ogni momento, affermando: "Prima ero cieco e ora ci vedo!" (Gv 9, 25).

Ci siamo arresi di fronte all'indifferenza della gente e non ci siamo resi conto che l'annuncio del Regno non può prescindere da una gradualità che rispetti le fasi di sviluppo che consentono all'uomo nuovo di vivere la fede e poter dire come il cieco solo nella quarta risposta: "Io credo, Signore!" (Gv 9, 38).

Forse non abbiamo vigilato abbastanza per impedire che lentamente la Fede si riducesse a gesti ritualistici anche devoti, ma staccati dalla vita.

Il Concilio Vaticano II nel suo primo documento sulla vita liturgica ci aveva messo in guardia, dicevano infatti i Padri: "Prima che gli uomini possano accostarsi alla liturgia, bisogna che siano chiamati alla fede e alla conversione" (SC 9).

Un cammino di conversione si impone ed è urgente, a partire da ciascuno di noi, se vogliamo essere credibili ed efficaci nella nostra pastorale.

L'ascolto della Parola: itinerario di conversione

9. Per convertirci dobbiamo crescere nella Parola: "lo sguardo fisso su Gesù" indica nell'ascolto della Parola la via da seguire.

A partire dal Concilio Vaticano II, si parla spesso di nuova evangelizzazione o meglio di pre-evangelizzazione, anche nel nostro Paese che pur ritenendosi cattolico è stato travolto dall'onda di un relativismo etico e culturale che ha messo in crisi valori un tempo consolidati. I Vescovi italiani se ne erano accorti da diverso tempo, tanto che già nel 1971 nel profetico documento pastorale: Vivere la fede oggi, esprimevano una serie di interrogativi attualissimi e preoccupanti: "A prima vista – dicono – si potrebbe avere l'impressione che il popolo italiano conservi intatto il patrimonio religioso tradizionale. La nostra gente, quasi dovunque, continua a chiedere il battesimo, la comunione e la cresima per i propri figli, vuole celebrare il matrimonio in chiesa ed esige la sepoltura religiosa…

Ma quanti sono consapevoli degli impegni di vita cristiana che questi sacramenti presuppongono e coinvolgono? Le feste si rinnovano con puntualità e solennità, secondo le antiche consuetudini; ma si può sempre dire che tutto questo nasca da un profondo senso religioso, da una autentica fede cristiana"?[1]

Nel 1971 era un allarme, oggi è una dolorosa realtà.

10. Anche Franco Garelli al III Convegno Ecclesiale di Palermo nel 1995 condivideva che la domanda religiosa era ancora abbastanza presente nel nostro Paese e riguardava, in generale, la richiesta dei sacramenti e di alcuni gesti religiosi come la benedizione delle case ed altro, tuttavia sottolineava che "la società italiana partecipa della mutazione antropologica tipica della modernità, in cui prevale lo smarrimento del senso ultimo, il venir meno di valori fondamentali, l'assenza di certezze assolute. In tale contesto le omologazioni culturali e le tendenze individualistiche possono prendere il sopravvento"[2].

I dati sull'aborto e sul divorzio, le scelte nella vita sessuale, le continue statistiche riguardo al sentire diverso di tanti cattolici rispetto all'insegnamento del Magistero, indicano quanto nelle famiglie italiane sia venuto meno lo spirito cristiano e quanto sia urgente ripartire dalla domanda del Maestro: "La gente chi dice che sia il Figlio dell'uomo?" (Mt 16, 13).

Annunciare Cristo in un mondo che cambia, sempre più secolarizzato e scristianizzato, è come essere in terra di missione là dove è necessario ripartire dall'annuncio del kerigma, dalla forza di una testimonianza viva e operante. Forse bisognerebbe ricordare le parole di Paolo VI quando sosteneva che "… l'uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, o, se ascolta i maestri, lo fa perché sono testimoni" [3].

11. Come Cristo annunciava l'amore del Padre guarendo gli ammalati, provando compassione per chi aveva fame, così la nostra Chiesa locale deve testimoniare in maniera concreta l'amore per il prossimo, perché da questo riconosceranno che siamo suoi discepoli. Se la Chiesa è madre e maestra, non può proporre la Parola del Signore senza testimoniare quella carità gratuita che rende credibile il messaggio che annuncia. Il testimone non dimostra una tesi, ma mostra ciò che è avvenuto in lui dal momento che ha accettato il messaggio che adesso annuncia.

Come in terra di missione, dobbiamo partire dai suggerimenti del Decreto Conciliare – Ad gentes – là dove si ricorda che la pre-evangelizzazione non può prescindere dalla presenza, dalla testimonianza, dal dialogo e dal servizio (cfr. AG n. 10-13). In altre parole ci viene chiesto di "esserci", proprio lì dove nasce il grido della disperazione; di testimoniare la presenza; di ascoltare il bisogno che non sempre è di segno materiale, ma invoca dignità, rispetto, solidarietà; di mettersi al servizio. Se vogliamo annunciare Gesù, il Signore della vita e della storia, dobbiamo ripercorrere la via di Emmaus e farci compagni di viaggio dell'uomo deluso, avvilito, in fuga.

Partire dunque dalla carità, cioè dalla Parola testimoniata, per annunciare profeticamente il Regno di Dio significa provocare nella gente una prima domanda: "perché lo fai? Quanto ti interesso io? E Dio dov'è?".

Quando i Vescovi invitano a "rifare con la carità il tessuto delle nostre comunità cristiane", intendono dire che "dobbiamo edificare comunità di carità vissuta, che siano segno tangibile della novità di Cristo nella storia, lievito umile, ma fecondo, nella società individualistica e conflittuale"[4]. Penso alle comunità esperienziali del "vieni e vedi" delle quali tante volte vi ho parlato in questi anni (cfr. Gv 1, 39). È una strada

da percorrere che non solo il Vescovo, ma anche il Consiglio Pastorale della Diocesi incoraggia ad avviare.

 

parte seconda

 

Le vie della evangelizzazione

 

 

Parola testimoniata

12. "L'amore del prossimo radicato n

ell'amore di Dio è anzitutto un compito per ogni singolo fedele, ma è anche un compito per l'intera comunità ecclesiale, e questo a tutti i suoi livelli: dalla comunità locale alla Chiesa particolare fino alla Chiesa universale nella sua globalità. Anche la Chiesa in quanto comunità deve praticare l'amore. Conseguenza di ciò è che l'amore ha bisogno anche di organizzazione quale presupposto per un servizio comunitario ordinato"[5].

Seguire l'itinerario indicatoci da Gesù nella guarigione del cieco nato, significa innanzitutto testimoniare l'amore della Chiesa per gli ultimi. In questi termini la carità non può essere intesa solo come azione individuale ed episodica, ma deve divenire il pilastro sul quale far crescere la vita della nostra Diocesi, per rendere visibile l'amore di Dio che si china sull'uomo. Come nel Vangelo l'iniziativa è sempre di Gesù, anche la Comunità cristiana dovrà avviare nelle singole parrocchie non solo dei centri di ascolto, coordinati tra loro, ma anche osservatori permanenti dei bisogni che siano in grado di individuare le situazioni di deprivazione del territorio e dare risposte concrete, senza attendere che siano le persone in difficoltà a chiedere aiuto. Spesso, seppur in buona fede, nelle parrocchie si va incontro ai bisognosi dando risposte occasionali e parziali, senza preoccuparsi, al contempo, di fare propri i problemi dei fratelli. Forse questi interventi fatti "a pioggia" possono dare soddisfazione al singolo, ma certamente non rispettano la persona e la dignità del povero.

13. Vi ho già parlato, riportando la prolusione del Cardinale Ruini alla 52° Assemblea della CEI, della necessità di una pastorale integrata che esige una reale collaborazione tra le parrocchie vicine e il coinvolgimento effettivo delle diverse realtà ecclesiali presenti sul territorio; dalle comunità religiose alle associazioni e ai movimenti ecclesiali[6]. Nelle conclusioni del Convegno Diocesano di Veroli 2005, con forza e determinazione, ho esclamato: "Basta coi navigatori solitari, si lavora insieme!". È tempo allora che le singole comunità parrocchiali della stessa vicaria lavorino in rete e in maniera organica. In questo senso abbiamo dato vita a cinque – opere segno – una per ogni vicaria, affinché poi ogni parrocchia possa attivarsi per rispondere in maniera coordinata alle diverse esigenze, ad esempio: una parrocchia si occuperà di distribuire generi alimentari, un'altra di offrire assistenza medica gratuita per visite specialistiche che i poveri non si possono permettere, un'altra ancora di creare un centro di ascolto per condividere le preoccupazioni dei pensionati; degli extra comunitari; delle ragazze madri; di quanti, per ignoranza o a causa di una burocrazia incancrenita, non sono in grado di far valere i propri diritti… In altri termini ogni parrocchia deve organizzare al suo interno una piccola struttura di impegno sociale per colmare là dov'è necessario l'assenza delle Istituzioni, dando vita

a dei veri e propri centri di ascolto e consultori, per rispondere alle tante situazioni di estrema solitudine presenti nella nostra provincia.

I problemi dei nostri fratelli ci interpellano

14. Se pensiamo che il tasso di disoccupazione nella fascia d'età 25-29 anni nella nostra provincia è superiore alla media regionale (25,76% rispetto al 17,58% del Lazio), e che i dati sull'aborto e sul suicidio rivelano situazioni drammatiche, ci rendiamo conto che amare i poveri, come li ama Cristo, non significa soltanto provvedere alle necessità primarie degli indigenti.

Se i dati statistici del 2004 rilevano che a Frosinone i suicidi sono tra i livelli massimi della regione (5,5 per 100.000 abitanti rispetto al 4,3 del Lazio) e che l'indice d'Interruzione Volontaria di Gravidanza del 2002 cela una sorta di "emigrazione clandestina" per abortire (Indice di emigrazione delle IVG 222,56 rispetto al 13,20 del Lazio) significa che dobbiamo aprire il cuore a quelle forme di povertà meno evidenti, ma molto più disperate, dovute a situazioni di abbandono, a mancanza di amore, all'impossibilità di potersi affidare a qualcuno. Quale solitudine dell'anima deve provare chi arriva al gesto estremo di togliersi la vita? Quante donne giungono alla dolorosa scelta dell'aborto perché si sentono sole ed incapaci di affrontare la responsabilità di un figlio?

Una Chiesa che non fosse in grado di testimoniare la compagnia nella notte della vita, non sarebbe credibile, perché Gesù ha detto: "Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò" (Mt 11, 28). E non c'è altra via all'infuori della carità per illuminare la notte di chi è solo, perché se anche parlassimo le lingue degli angeli, se anche avessimo il dono della profezia, se conoscessimo tutti i misteri e tutta la scienza, se possedessimo la pienezza della fede e se anche distribuissimo tutte le nostre sostanze, a nulla gioverebbe senza la carità (cfr. 1Cor 13, 1-3), quella che si basa sulla forza del dialogo e dell'apertura alla differenza.

Nessuno può testimoniare l'amore di Cristo, se opera discriminazioni nel rapporto con gli altri, se è pronto a giudicare o a chiudere la porta a chi è diverso per natura, per età, per ceto sociale o per razza. Se Gesù, contro l'ipocrisia di scribi e farisei, sedeva a tavola con prostitute e pubblicani, una parrocchia deve saper accogliere tutti, soprattutto chi è lontano dalla nostra cultura, dalle nostre idee o dal nostro credo.

15. Il Centro Pastorale per la Ministerialità e la Testimonianza della Carità, in stretta collaborazione con la Caritas diocesana, unitamente a tutte le associazioni di servizio e di volontariato, coordinate tra loro dalla Consulta delle opere, propone corsi di formazione per operatori della carità avendo ben chiara la convinzione che senza l'adeguata formazione correlata alla Parola di Dio ed ai Sacramenti si corre il rischio di diventare supplenza o, assai peggio, concorrenza con le strutture pubbliche.

È indubbio che la visibilità del servizio della carità è assai più ampia di qualsiasi altra espressione della Diocesi, ma la sua vera efficacia davanti al progetto di Gesù Cristo è la capacità di essere testimone dell'Amore di Dio che scopre nella Parola del Signore e sostanzia nei Sacramenti.

Parola annunciata

16. La Parola di Dio, nelle diversità delle forme, deve essere annunciata attraverso un itinerario graduale che permetta ad ognuno il passaggio dalla prima e spontanea adesione alla fede all'esigenza di sapere davvero chi sia Gesù, per poi poter dire: "Prima ero cieco e ora ci vedo!" (Gv 9, 25) e, infine, aderire alla vita della Chiesa.

"La Chiesa – si legge nell'enciclica di Papa Benedetto – non può trascurare il servizio della carità così come non può tralasciare i Sacramenti e la Parola"[7].

Alla Parola testimoniata deve dunque seguire la Parola annunciata e la Parola celebrata.

L'approfondimento della fede deve passare attraverso una catechesi permanente fatta di Vangelo e di celebrazione o si corre il rischio di riempire le chiese di gente che, terminata la Messa domenicale per il resto della settimana si comporta "come se Dio non esistesse". Dobbiamo convincerci che la liturgia, Parola celebrata, ha una funzione evangelizzatrice e catechetica solo se è sostenuta dalla formazione interiore di un cammino permanente di fede che consenta di giungere a quella maturità di fede di chi, come il cieco guarito, è messo in grado di dire: "Io credo, Signore!" (Gv 9, 38).

Purtroppo, però, le nostre parrocchie sono spesso vissute come stazioni di servizio per l'amministrazione dei sacramenti, richiesti a volte più per necessità sociale o consuetudine culturale che per autentica conversione. E lo stesso accade per l'annuncio della Parola e la catechesi permanente.

Terminata nell'infanzia la preparazione alla Prima comunione, raramente gli adolescenti e ancor meno gli adulti, sentono la necessità di approfondire la Parola di Dio. La maggioranza degli adulti si sente obbligata a subire i corsi di preparazione ai sacramenti più che sentirsi affascinata dall'annuncio. Se dunque vogliamo coinvolgere i fedeli in percorsi di formazione permanente, non finalizzati solo alla celebrazione, le nostre comunità devono anche saper proporre l'annuncio della Parola in forme e tempi congeniali alle esigenze e agli interessi della vita di oggi.

17. Parlare di una catechesi permanente significa organizzare la catechesi in orari serali, compatibili con gli impegni di chi lavora e di chi ha famiglia e soprattutto saper attualizzare la Parola, calarla nella realtà odierna per rispondere alle tante domande che mai come oggi la coscienza impone. Un annuncio che fosse sganciato dai dubbi e dai problemi reali che affliggono l'uomo, rimarrebbe niente più che un sapiente sermone imposto dall'alto, ma incapace di scuotere le coscienze e portare gli uomini a rispondere in prima persona alla domanda del Maestro: "Tu, proprio tu, chi dici che io sia?" (cfr. Mt 16, 14-17;  Mc 8, 27-30; Lc 9, 18-21; Gv 6, 69).

Tutti abbiamo bisogno di testimoni coraggiosi e proprio per questo, mai come oggi, è necessario puntare sulla catechesi degli adulti che in famiglia e sul lavoro formeranno le nuove generazioni.

Se non si compie un itinerario pastorale tale da consentire un lungo e faticoso cammino di fede imperniato sulla testimonianza della carità e sull'ascolto della Parola, le nostre parrocchie continueranno ad essere delle stazioni di servizio più che vere e proprie comunità, più che Chiesa che vive tra le case degli uomini[8].

18. In questi anni il Centro Pastorale per la Nuova Evangelizzazione ha elaborato per tutti i fedeli degli interessanti ed efficaci percorsi formativi in Avvento ed in Quaresima; al contempo ha curato anche la formazione degli insegnanti di religione, dei catechisti e degli operatori pastorali per la famiglia. È stato ed è un impegno notevole di tempo ed energie messe a disposizione del Vangelo, sostenuto dalla convinzione che il Mandato del Vescovo, eco di quello del Signore, "Andate in tutto il mondo ed annunciate ad ogni creatura…" (Mc 16, 15), coinvolge in prima persona. Mentre ringrazio per tanta disponibilità, anche a nome di tutta la Diocesi, esorto quanti – ascoltando l'invito del Signore – sentono di poter rispondere generosamente a questa vocazione di annuncio e testimonianza del Vangelo.

Devo anche dire che di fatto già si stanno sviluppando interessanti itinerari di nuova evangelizzazione che io stesso in prima persona seguo con grande attenzione. Mi riferisco all'esperienza delle parrocchie di Ceprano che da due anni hanno avviato un percorso di annuncio del Vangelo, casa per casa, dando vita a dei centri di ascolto della parola di Dio. È talmente importante ed innovativo questo modo di annunciare Gesù che ho nominato un Vicario episcopale che segua l'esperienza e ne promuova la diffusione in Diocesi.

Altra esperienza di Nuova Evangelizzazione è sostenuta efficacemente dai giovani di Nuovi Orizzonti che nella evangelizzazione di strada hanno individuato

forme di annuncio a quanti, altrimenti, non sarebbero raggiunti dalla novità di Gesù Signore.

forme di annuncio a quanti, altrimenti, non sarebbero raggiunti dalla novità di Gesù Signore.

Parola celebrata

19. Indubbiamente l'E

ucaristia, memoriale della salvezza, è il cuore della vita cristiana, perché vana sarebbe la nostra fede se Cristo non fosse realmente risorto (cfr. 1Cor 15, 14). Se l'annuncio si fermasse alla sola condizione umana, ai principi della giustizia, senza entrare nel mistero dell'incarnazione, morte e resurrezione del Signore sarebbe riduttivo. Il cristianesimo non è riducibile ad un semplice umanesimo ed è per questo che "La Liturgia è il culmine verso cui tende l'azione della Chiesa e, insieme, la fonte da cui promana tutta la sua virtù" (SC 10).

Purtroppo troviamo da una parte chi non sempre è attento alla cura liturgica, alla fedeltà alle norme, al gusto del canto del coro e del popolo; dall'altra troviamo chi è attentissimo alla cura delle celebrazioni, degli addobbi floreali, della scelta dei canti: ma in tutti e due i casi, si corre il rischio di non chiedersi correttamente se la gente davvero comprenda cosa significhi partecipare all'Eucaristia o se, invece, ascolti la Messa in maniera distratta, come se recitasse un copione predefinito. Ancora oggi per molti fedeli andare a Messa la domenica significa solo assolvere un precetto che, almeno una volta l'anno, in occasione della Santa Pasqua va rispettato ad ogni costo.

In verità è rimasta un'eredità del sacro, ancorata alla pietà popolare che la nostra Diocesi ha cercato di rispettare, anzi onorare. Certo, dalla esperienza che ho fatto qui in Ciociaria, indubbiamente traspare una fede ingenua, ma profondamente sentita.

Personalmente sono intervenuto a gran parte delle feste e processioni delle nostre parrocchie, portando sempre una nota di incoraggiamento e di sostegno a vivere la fede ogni giorno, anche e soprattutto oltre la festa. Con grande attenzione sono andato in pellegrinaggio in Canada a portare ai nostri Ciociari emigrati il calore delle nostre tradizioni lasciateci dai padri. Sempre vi ho chiesto di superare lo scollamento tra fede e vita quotidiana, incoraggiandovi a compiere gesti di carità, ad approfondire le verità della fede, a celebrare solennemente il Giorno del Signore. Invece, a volte, si ha la sensazione che sia più importante il segno che il contenuto, il gesto che non la fede e ci si accosti ai Sacramenti per una sorta di superstizione, quasi a volersi ingraziare il buon Dio nella speranza che "trasformi le pietre in pane".

Quanti comprendono i segni della liturgia, quelli solenni dei Sacramenti – spesso così bistrattati – o i segni più elementari dall'incenso all'acqua santa, dai colori dei paramenti alle gestualità richieste?

Ci dobbiamo chiedere se ha ancora senso usare segni che non hanno più la valenza simbolica che richiamino il Mistero, se poi non li spieghiamo.

20. Sull'esempio del Maestro che parlava di pastori e pescatori per calare il messaggio nella cultura del suo tempo, anche noi ministri ed operatori pastorali, dovremmo porre maggiore attenzione ai linguaggi che usiamo per offrire efficacemente la fede. È inutile, ad esempio, distinguere la Messa dei fanciulli da quella della comunità se proponiamo ad entrambi la stessa celebrazione e con lo stesso linguaggio. Se i bambini e i ragazzi di oggi, cresciuti nella cultura della televisione, sono poco abituati all'ascolto, non sarebbe più opportuno articolare la Messa dei fanciulli in maniera diversa, senza avere timore di utilizzare sussidi, anche semplici cartelloni, capaci però di mediare il messaggio in un linguaggio a loro familiare? Progettualità pastorale non significa soltanto moltiplicare le attività di una parrocchia, correndo il rischio che il troppo attivismo la trasformi in qualcosa d'altro, ma continuare ad annunciare la verità di Dio e l'amore di Cristo nelle forme e nei linguaggi del nostro tempo; "i rubinetti chiusi a monte" significano anche questa incomprensione dei segni e dei linguaggi che noi usiamo!

Da almeno due anni i responsabili del Centro Pastorale per il Culto e la Santificazione della Diocesi si stanno impegnando con tanta generosità per offrire, in questa direzione, itinerari di formazione liturgica a quanti – presbiteri, laici e religiosi – si sono resi disponibili a lasciarsi formare, ben convinti che l'educazione alla corretta celebrazione eleva lo spirito, illumina il mistero che avvolge il Sacramento, libera dal vuoto ritualismo, avvia una spiritualità profonda.

Esorto tutti a voler frequentare e vivere la formazione liturgica della Diocesi ma, al contempo, chiedo ai parroci di voler accogliere, dare spazio e guidare questi operatori liturgici

che possano offrire un autentico servizio alla comunità.

L'incontro con l'uomo di oggi: il ruolo dei laici

21. Un tema oggi

scottante è il ruolo dei laici nella Chiesa. Il Concilio ha loro assegnato il compito di ordinare secondo Dio le cose della terra (cfr. LG 31).

Si tratta allora di preparare battezzati impegnati a saper "annunciare Gesù Cristo nei fenomeni emergenti nel tempo del lavoro, nello spazio della famiglia, della scuola, dei giovani, degli anziani; nelle situazioni molteplici del disagio e della ricerca di senso, ma anche nello sport, nel turismo; senza dimenticare i piccoli e i poveri; i nomadi, gli immigrati, i carcerati: affrontando il problema occupazionale dei giovani e i rischi della cassa integrazione degli adulti…

…Annunciare Gesù Cristo nella cooperazione sinergica – non certo collaterale – con le Istituzioni Civili, per un miglior servizio all'Uomo e per la crescita della persona.

…Annunciare Gesù Cristo nella Cultura e nella Comunicazione.

…Annunciare Gesù Cristo all'Uomo della città, del paese, della parrocchia, del vicinato, perché la Chiesa sia partecipe delle gioie, delle speranze, delle sofferenze e delle attese di un mondo in fermento, al quale vogliamo annunciare che Gesù Cristo è il Signore della Storia e della Vita, che ha sconfitto la morte, che ama ogni uomo.

In altre parole: passare da una parrocchia la cui pastorale è di conservazione, rivolta ai "nostri", ad una parrocchia aperta all'azione dello Spirito Santo ove tutti vivono la piena ministerialità e sono in servizio permanente per annunciare: "Gesù Cristo è il Signore!" (cfr. conclusioni del Convegno diocesano – Casamari 2005)

Per attuare il Vangelo della carità nelle nostre parrocchie è necessario, nell'ottica del dialogo, il coinvolgimento effettivo del laicato. Troppo spesso il ruolo dei laici, e non solo quello dei giovani, viene limitato a compiti secondari senza dare loro l'opportunità di condividere le scelte, le prospettive, le verifiche… così accade che tante persone che vorrebbero dedicarsi al volontariato ed al servizio non trovano spazi congeniali al loro carisma o al desiderio di aiutare gli altri. Sarebbe opportuno, invece, organizzare una sorta di Banca del tempo per reperire in maniera razionale la disponibilità delle persone e selezionare le richieste di volontariato secondo le diverse attitudini e professioni; infatti per realizzare le Caritas parrocchiali, coordinate dalla Caritas diocesana, come strutture di impegno caritative nel sociale è necessaria la collaborazione volontaria di medici, psicologi, avvocati, assistenti sociali, insegnanti e quanti possano contribuire all'attuazione di comunità cristiane al servizio degli ultimi.

22. Le medesime osservazioni valgono per la catechesi, per l'animazione liturgica, per le attività pastorali della parrocchia… dovrebbe essere una preoccupazione costante di tutti trovare e promuovere "nuove vocazioni ai ministeri laicali". Dobbiamo tutti, presbiteri e laici impegnati, ricuperare l'atteggiamento di Gesù: "… non vi chiamo servi, perché il servo non sa ciò che fa il suo padrone: vi ho chiamato amici perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l'ho fatto conoscere a voi" (Gv 15, 15). Mi commuove il pensiero che io vescovo, i presbiteri, i consacrati, i laici impegnati dovremmo contemplare i disegni del Padre e farli conoscere ai nostri fratelli, aiutandoli a crescere nel suo amore… È solo un sogno o può diventare gioiosa realtà di una Chiesa che cammina per le vie del mondo annunziando

ciò che contempla nella Parola del Signore?

I Giovani, nostra speranza

23. Giovanni Paolo II, al ritorno dal Simposio delle Chiese in Europa del 1985, raccontava preoccupato che in una statistica dei Paesi Bassi, alla domanda rivolta ai giovani di cosa evocasse in loro la parola "Jesus", con altissima percentuale rispondevano "una nota marca di pants".

I giovani delle nostra Diocesi non frequentano le nostre parrocchie, è un dato di fatto; facciamo un esame di coscienza e chiediamoci se abbiamo davvero creato le condizioni affinché si sentissero fraternamente accolti senza inutili pregiudizi. Se ancora ci lasciamo condizionare dal loro modo di vestire o di parlare, è giunto il momento che impariamo ad accettare il loro linguaggio o col tempo finiremo con il sostituire al dialogo il nostro monologo! Soprattutto oggi che la disgregazione delle famiglie ha creato un vuoto, i giovani cercano innanzitutto chi li ascolta, chi è interessato ai loro sogni e ai loro problemi, chi è capace di dar loro fiducia e un'opportunità di mettere a frutto il loro entusiasmo e le loro capacità. Troppo spesso invece nelle parrocchie si assume un atteggiamento di diffidenza verso questa gioventù così diversa da noi, dimenticando che trasgressione e posizioni di rottura sono proprie della crescita e di quel conflitto generazionale che porta al continuo evolversi della società.

In diverse parrocchie si cerca di coinvolgere gli adolescenti e i giovani nella vita delle comunità parrocchiali ma solo organizzando svariate attività, dai campionati di calcetto ai corsi di ceramica o di chitarra, ricalcando lo spirito degli oratori di un tempo, senza comprendere che se vogliamo davvero puntare alla conversione dei cuori dobbiamo investire sulla catechesi.

24. I giovani esigono che si aiutino a compiere un vero cammino di fede o la loro presenza nelle nostre parrocchie resterà sempre una meteora stagionale.

Entrando negli interessi, nelle attese, nelle speranze dei giovani ci accorgiamo quale siano le grandi mete cui tendono senza neppure rendersene conto: tocca a noi, fratelli maggiori condividere il loro cammino ed insieme affrontare la vita. Essi stessi dicono "abbiamo scoperto che è difficile scegliere come spendere la nostra vita e in quale direzione andare. Abbiamo bisogno di persone che ci sostengano non tanto offrendoci soluzioni, ma dandoci una mano a comprendere i passi da fare ed aiutarci a costruire il nostro cammino, abbiamo bisogno di testimoni!" (da una corrispondenza di giovani dalla GMG 2005).

L'amore e la sessualità, dimensioni fondamentali della loro vita-giovane esigono che noi, fraterni testimoni, offriamo cammini di educazione affettiva del "dono di sé".  Allo stesso tempo chiedono di essere aiutati a coniugare fede e vita; fraternità e amicizia, ma soprattutto chiedono formazione per essere cristiani adulti!

Non ci deve fare velo considerare la loro ambiguità, la loro incostanza: i mutamenti e le trasformazioni sono proprie della crescita e dei turbamenti dell'adolescenza fatta di facili entusiasmi e di poca costanza. Attratti dalle vetrine di un mondo che propone paradisi alternativi, i giovani sono portati a cimentarsi in esperienze apparentemente più allettanti che allontanano dalle proposte, sia pure originali e impegnative, che una parrocchia può offrire. La formazione cristiana dei bambini, dei ragazzi, dei giovani avviene innanzitutto in famiglia, a scuola, nei primi approcci con l'ambiente del lavoro. Se nelle nostre comunità parrocchiali continuiamo ad offrire ai giovani soltanto ruoli secondari, che non implicano scelte creative o di responsabilità, non so per quanto tempo ancora staranno con noi o, molto peggio quanto rimarranno con Gesù! Senza il ricambio dei giovani finiremo col ritrovarci comunità senza vita e senza capacità di rinnovamento. Come sempre, sull'esempio del Maestro che è mite e umile di cuore, dobbiamo vestirci di mitezza ed umiltà ed imparare ad imparare dagli altri, anche dai più giovani, senza presunzione. Ma soprattutto come il Maestro li dobbiamo amare e fare loro proposte di grandi mete! (cfr. Mc 10, 21)

Dopo la GMG del 2005 svoltasi a Colonia, è stato attivato efficacemente il Consiglio Centrale di Pastorale Giovanile articolato con i referenti vicariali, presenti in tutta la Diocesi. Non si tratta di togliere iniziative alle parrocchie, tutt'altro! Si cerca invece, in accordo coi parroci, di promuovere l'animazione tra i giovani nelle singole comunità parrocchiali. Chiedo ai presbiteri, ai laici impegnati ed alle famiglie di sostenere ed incoraggiare il cammino giovanile in Diocesi.

La famiglia

25. Vorrei sintetizzare in questo breve paragrafo quanto ho già diffusamente esposto in varie parti della lettera sull'importanza, anzi sull'essenzialità, di formare la famiglia cristiana quale santuario dell'amore reciproco dei coniugi; luogo di accoglienza e protezione della vita (cfr. Direttorio Pastorale Familiare, n. 170); luogo primario della esperienza e della trasmissione della fede ai figli; nell'esercizio del magistero della Parola e della vita (cfr. Rinnovamento della Catechesi, n. 150-151).

Proprio per sostenere questo preciso dovere del Vescovo e della Chiesa diocesana è stato promosso e potenziato in questi anni, il Centro diocesano di Pastorale Familiare con lo scopo preciso di preparare i giovani fidanzati ad aprirsi all'amore cristiano; di accompagnare con la Parola di Dio e la spiritualità familiare le giovani coppie; di esprimere la sollecitudine della comunità ecclesiale verso la famiglia ed i suoi innumerevoli problemi morali, spirituali ed economici.

Rinnovo l'invito a voler promuovere una rete di solidarietà, un pronto soccorso familiare affinché nessuno rimanga solo nelle difficoltà che tanto spesso colpiscono l'unione e la fedeltà

degli sposi.

degli sposi.

La comunione nella Chiesa

26. "L'evangelizzazione e la testimonianza della carità esigono, oggi, come primo passo da compiere, la crescita di una comunità cristiana che manifesti in se stessa, con la vita e le opere, il Vangelo della carità. È vero, infatti, che sentiamo urgente rivitalizzare il tessuto sociale del nostro paese, con lo sguardo rivolto a tutta l'umanità, ma ciò ha come condizione «che si rifaccia il tessuto cristiano delle stesse comunità ecclesiali» (Christifideles laici, n. 34). La rievangelizzazione delle nostre comunità è, in questo senso, una dimensione prioritaria e permanente della vita cristiana del nostro tempo"[9].

Il primo passo verso la ri-evangelizzazione delle nostre comunità non può prescindere dalla realizzazione effettiva della comunione che, a sua volta esige una chiarezza ed una sincera onestà nel riconoscimento e rispetto dei ruoli tale che consenta una partecipazione reale ed attiva del laicato così come vuole la Lumen Gentium (cfr. LG 12).

Ciò comporta innanzitutto l'attuazione della Ecclesiologia di comunione tanto cara al Concilio Vaticano II nella costruzione della comunità parrocchiale. Se infatti si vogliono progetti pastorali di ampio respiro, capaci di dare risposte concrete alle complesse problematiche del nostro territorio, allora bisogna avvalersi della collaborazione a livello progettuale, decisionale ed economico di preti, religiosi e laici. Ciascuno secondo le proprie attitudini e capacità può lavorare nella vigna del Signore[10].

27. Si tratta di riconoscere ai Consigli Pastorali e ai Consigli degli affari economici diocesani, zonali e parrocchiali il loro ruolo effettivo. Nati nello spirito di garantire la comunione e la corresponsabilità, tali organi non sempre sono realmente rappresentativi della comunità e spesso finiscono col perdere la loro specifica valenza. Nei fatti, il potere decisionale e amministrativo è rimasto in modo assoluto nelle mani dei parroci. Bisogna invece che il parroco abbia il coraggio di confrontarsi con quanti vivono nella comunità, ascoltare le loro opinioni, accogliere le esigenze di tutti, vagliare attentamente i progetti e le soluzioni condivise.

È però anche necessario restituire ai parroci, il ruolo di pastore e di padre che compete loro ed essere obbedienti alle linee scelte e proposte ben sapendo che il parroco è nella comunità presenza del Vescovo e, in comunione con il Vescovo, responsabile dell'attuazione dei progetti pastorali in armonia con quelli della Diocesi.

Il Vescovo e i parroci non posseggono tutti i carismi e tutte le attitudini necessarie alla vita della comunità ma, grazie al dono dello Spirito, potranno sviluppare e vivere il carisma della totalità esaltando le capacità di ciascuno al servizio e al bene di tutti gli altri.

Nell'incontro dei presbiteri di qualche tempo fa ci siamo domandati seriamente quale fosse il limite della formazione dei laici curata nelle vicarie. Sembra che il limite più grave sia rappresentato dal fatto che questi, rientrati in parrocchia, non trovino "l'accoglienza" operativa che valorizzi la loro preparazione. E se fosse finalmente applicata la conversione pastorale nel riconoscimento dei carismi e dei ministeri di tutti, potrebbe

essere risolto questo limite? Questa è la sfida!

essere risolto questo limite? Questa è la sfida!

E voi chi dite che io sia? (Mt 16, 15)

28. Finalmente ci siamo: "E voi chi dite che io sia?". È la domanda che il Maestro pose ai discepoli e chiama in causa proprio noi Chiesa di Frosinone-Veroli-Ferentino: dobbiamo farci carico di rispondere al Maestro che ci interroga.

Non basta rispondere con le parole, come Pietro, "Sei il Figlio del Dio vivente" (anche se è bene che ognuno di noi lo faccia ogni giorno individualmente). Se la nostra è fede autentica, se davvero vogliamo con umiltà lavorare nella Vigna del Signore, se ancora una volta vogliamo come Pietro rispondere: "Tu solo hai parole di vita eterna" (Gv 6, 68), allora è sulla sua Parola che dobbiamo gettare la rete.

Anche se fino ad oggi abbiamo pescato tanto, e ringraziamo il Signore che ci ha permesso di indovinare l'onda giusta, sappiamo però che ogni qualvolta abbiamo immerso le reti senza di Lui sono rimaste vuote. C'è ancora tanto da lavorare per issare sulla nostra barca, sulla barca del Maestro, pesci di tutte le taglie e di diversi sapori. Non è giusto addossare al mare la responsabilità della pesca fallita, senza fare i conti con i nostri limiti. È del pescatore fiutare il vento, prepararsi alle burrasche, resistere ai fortunali, aspettare il momento opportuno ed avere pazienza, tanta pazienza, facendo dell'attesa non il luogo del rimpianto e della condanna, ma della speranza gioiosa nel futuro pescato. Troppo spesso scarichiamo le colpe sulla gente che non viene, sulle idee correnti, sul materialismo, sul relativismo che, benché descrivano davvero il nostro tempo, non possono essere per noi un alibi. Noi, proprio noi, che siamo stati chiamati a rispondere, avremmo dovuto per primi gridare: "Tu sei il figlio del Dio vivente!" (Mt 16, 16).

Pescatori di uomini, e non custodi di barche vuote, dobbiamo avere il coraggio di lasciarci provocare dal vento e navigare onde contrarie perché è l'unico modo per augurarci pesche miracolose. Anche nei momenti di smarrimento non bisognerebbe mai dimenticare che a poppa è seduto il Maestro che ripete: "Perché avete paura, se io sono con voi?" (cfr. Mt 8, 26; Lc 4, 40).

29. Rispondere alla domanda del Signore significa, allora, rilanciare l'entusiasmo della nostra azione pastorale che deve ripartire dalla riconversione dei nostri cuori. È tempo di liberarsi dal disfattismo, dal pessimismo, da quella sensazione d'impotenza che blocca l'annuncio gioioso per riaprire il cuore alla fiducia perché se Lui è con noi, niente può essere contro di noi.

A volte, nonostante il lavoro tenace e generoso di tante comunità parrocchiali, si ha l'impressione che la pesca non sia ancora abbondante. Forse non vogliamo renderci conto che ciò accade soprattutto quando ognuno di noi è piuttosto preoccupato di coltivare il proprio orticello, che di interagire con le altre comunità in un reciproco e fraterno scambio di esperienze. Eppure il Maestro aveva detto che da questo ci avrebbero riconosciuto, da come ci saremmo stimati e avremmo messo in comune ogni cosa. Un atteggiamento individualistico è controtestimoniante ed è capace di distruggere anche le iniziative più valide nella costruzione del Vangelo della carità. È necessario allora aiutare le comunità a riscoprire la gioia del lavorare insieme e dello stare insieme affinché si crei quella comunione, voluta dal Maestro, tra Consigli diocesani e zonali, tra Consigli zonali e parrocchiali, tra Vescovo e presbiteri e tra presbiteri e laici. E soprattutto tra una comunità parrocchiale e le altre.

30. I nostri convegni hanno evidenziato quanta ricchezza ci sia nello scambio e quanti nostri fratelli siano in attesa di una chiamata che consenta loro di essere parte attiva nella costruzione della Chiesa di Cristo nella nostra amata terra. Per questo, come pastore e padre, desidero offrirvi una strada che faciliti il vostro lavoro pastorale e consenta alla Diocesi tutta di arricchirsi del vostro singolo e valido contributo.

Vorrei aprire nella nostra Diocesi una scuola per la formazione ai Ministeri ecclesiali. Molte volte i parroci, pur nella gioia del servizio, hanno lamentato la solitudine nell'affrontare i numerosi impegni che la vita parrocchiale richiede, senza avere il tempo e i criteri per mettere in rete la ricchezza delle singole proposte pastorali. Se invece ogni parrocchia potesse contare su figure ministeriali adeguatamente preparate e inviate nella comunità dal Vescovo si potrebbe favorire tutta l'azione pastorale.

La scuola di formazione ai Ministeri sarebbe aperta ai laici e ai religiosi disponibili a lavorare nelle parrocchie, così che già nel prossimo quinquennio un gruppo di operatori potrebbe portare nuova linfa nella pastorale di ogni comunità. Tali ministri non faranno solo un'esperienza di approfondimento culturale, ma essendo formati insieme al lavoro missionario nelle singole comunità, saranno già preparati alla comunione ecclesiale e alla collaborazione così da realizzare più facilmente la sussidiarietà tra diverse comunità, tra centro

e periferia della Diocesi, tra i differenti Consigli.

e periferia della Diocesi, tra i differenti Consigli.
 

Conclusioni

31. Consegno

questa Lettera all'inizio della Quaresima 2006, unitamente alle esortazioni del Santo Padre Benedetto XVI; chiedo che l'itinerario quaresimale sia preghiera riconoscente al Maestro che ci ha chiamato. L'invito è ancora quello: "Gettate la rete, siate pescatori di uomini". Un mare di gioia attende il nostro impegno e, l'entusiasmo, la fatica, il lavoro quotidiano, saranno ricompensati da quel mare dentro di noi.  A voi fratelli nel sacerdozio, a voi consacrati e consacrate, a voi laici compagni nella fede, la carezza del pastore.

Mi piace salutarvi consegnandovi, con questa mia lettera, la preghiera del Cardinale Carlo Maria Martini che sembra tracciare il percorso che ci attende.

Maria, la madre del Maestro, sia la madre della nostra speranza, speranza di vedere la nostra Chiesa felice della Parola del Figlio.

Liberaci, Signore Gesù, dalla schiavitù delle parole:

rendi il nostro cuore, le nostre labbra, le nostre orecchie

strumento docile al soffio dello Spirito.

Realizza questa tua opera perché l'impegno si va facendo più difficile

e ci accorgiamo di camminare veramente nel deserto,

per fedeltà a te che noi vogliamo incontrare.

Donaci di saper camminare.

Noi siamo davanti a te, Signore Gesù,

come i sette pescatori sfortunati che, ripetendo il gesto di tirare su la rete,

se la trovano vuota eppure, ancora una volta,

sono pronti, sul tuo comando, a ripetere il gesto.

Ordinaci, Signore, di gettare la rete[11].

Frosinone, 1 marzo 2006

Mercoledì delle Ceneri
 
Con amore di Padre e fratello
firmaboccaccio

INDICE

 

 

 

PARTE PRIMA

PRIMO IL VANGELO

 

Con lo sguardo fisso su Gesù [1-4]

Quel giorno un cieco aprì gli occhi [5-8]

Ascolto della Parola: itinerario di conversione  [9-11]

 

 

PARTE seconda

le vie dell’evangelizzazione

 

Parola testimoniata [12-13]

I problemi dei nostri fratelli ci interpellano [14-15]

Parola annunciata [16-18]

Parola celebrata [19-20]

L’incontro con l’uomo d’oggi: il ruolo dei laici [21-22]

I giovani, nostra speranza [23-24]

La famiglia [25]

La comunione nella Chiesa [26-27]

E voi, chi dite che io sia? [28-30]       

 

CONCLUSIONI [31]


 


[1] CEI, Vivere la fede oggi, EDB, Bologna 1971, n. 3.

[2] F. GARELLI, Credenti e chiesa nell’epoca del pluralismo. Bilancio e potenzialità, Relazione al III Convegno Ecclesiale della Chiesa Italiana a Palermo (20-24 novembre 1995), in “Il Regno” – Documenti, 21 (1995), 653.

[3] PAOLO VI, Discorso ai membri del Consilium de Laicis, 1974.

[4] CEI, Evangelizzazione e testimonianza della carità, 1990: ECEI 4/2716-2792, 19.

[5] BENEDETTO XVI, Deus Caritas est, 2005, n. 20.

[6] Cfr. CEI, Prolusione alla 52° Assemblea generale della CEI, Assisi 17-20 novembre 2003, in “L’Osservatore Romano” CXLII (2003) 266,13.

[7] BENEDETTO XVI,  Deus Caritas est, cit.,  n. 22.

[8] Cfr. CEI, Prolusione alla 52° Assemblea generale della CEI, cit.

[9] CEI, Evangelizzazione e testimonianza della Carità, cit., n. 26.

[10] Cfr. Gesù nostra Speranza, Frosinone 2000,  45-47.

[11] C.M. MARTINI, La scuola di preghiera, Piemme, Casale Monferrato 2002, 138.

 

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