Maria Teresa Spinelli visse per il Signore

m.spinelli
   Care sorelle e cari fratelli,
siamo all’inizio di quelle domeniche dopo il tempo di Natale che la Chiesa chiama Domeniche del Tempo Ordinario.
Proprio nell’ordinarietà del tempo che iniziamo siamo chiamati nel giorno del Signore a cogliere la straordinarietà della sua presenza tra noi, che mai deve essere scontata, vissuta nell’abitudine, tentazione di tutti, ancor più di chi, come noi vescovi e sacerdoti e voi, figlie della Venerabile Serva di Dio Maria Teresa Spinelli, ha la grazia di frequentare la mensa del Signore ogni giorno.
Nella Divina Liturgia, come viene chiamata dalla tradizione bizantina, si manifesta ogni volta il miracolo della presenza amorevole e misericordiosa di Dio che in Gesù si avvicina alla nostra vita, la accoglie, la perdona, la rinnova. Gesù è “l’agnello di Dio”, come viene additato da Giovanni Battista, è il Servo sofferente che accetta di umiliarsi fino a diventare uno di noi per entrare nella nostra vita, l’agnello immolato che ci porta sulle spalle perché non andiamo perduti dietro noi stessi in questo mondo tempestoso, dove la violenza quotidiana mette paura e lascia a volte sorpresi.
   Maria Teresa aveva la consapevolezza della sofferenza del mondo, che ella stessa aveva esperimentato nella sua vita. Lei donna, in un mondo di uomini a volte violenti, in cui l’educazione era appannaggio di nobili e borghesia e non certo delle ragazze di umili origini, seppe cogliere nel suo tempo l’urgenza di vivere la radicalità del Vangelo in un mondo di periferia rispetto a Roma, come allora era Frosinone, dove approdò nel 1821 per dare inizio a una scuola pubblica per l’educazione delle bambine, la prima in assoluto in questa città, che accoglieva bambine di ogni ceto sociale. Vi arrivò ai primi di luglio proprio qui vicino, quando nella Chiesa di san Benedetto si stava svolgendo la novena della Madonna del Buon Consiglio. Era convinta, come del resto Maria De Mattias, un’altra santa di questa terra, che per cambiare una società violenta e provinciale fosse necessaria l’educazione. L’ignoranza favorisce solo il pregiudizio e la paura dell’altro. Tuttavia dalla sua biografia mi sembra di capire che alla base di tutto per lei l’istruzione doveva essere accompagnata da un rapporto personale di amicizia. Insomma anche l’educazione doveva contenere quel comandamento che ha segnato la sua vita, come dovrebbe segnare la nostra, il comandamento dell’amore di Dio e del prossimo. Scrive Fernando Bea nella vita della Spinelli: “Era (per lei) santità amare in grado eroico Il Signore per amare il prossimo in suo nome. Essere amici di Dio, possedere la sua amicizia, farla norma di condotta per comunicarla agli altri. D’ora in poi sarà la sua vocazione. Portare agli altri, ai lontani, l’amicizia di Dio” (p 44). Sembrano parole consuete e banali, ma contengono un grande segreto di vita cristiana. Gesù ebbe a dire ai discepoli: “Vi ho chiamati amici e non più servi”. Non si tratta di una frase qualsiasi. La comunicazione del Vangelo avviene attraverso l’amicizia, il rapporto personale, che supera l’individualismo che divide e non fa comunità, Chiesa. C’è in queste semplici parole l’intuizione profonda del cristiano che vive perché amico di Dio, come Abramo, e amico degli uomini. E’ la Chiesa come corpo, unità, comunione. Oggi, in cui la scuola sembra puntare tutto sull’efficienza e sulla concorrenza e mette in secondo piano il rapporto personale, l’amicizia, la comprensione, il dialogo, la persona dell’alunno, credo che il messaggio di Maria Teresa sia di grande attualità.
   Siamo anche nel decennio pastorale che la Chiesa italiana ha voluto dedicare proprio all’educazione. Il documento del decennio 2010-2020 porta il titolo: “Educare alla vita buona del Vangelo”. E’ significativo che proprio in questo tempo in cui si parla di emergenza educativa la Venerabile Serva di Dio possa essere indicata come esempio per riscoprire il senso, il valore e l’impegno educativo in un mondo che induce all’autosufficienza e all’individualismo, in cui ognuno vorrebbe essere padrone di se stesso senza gli altri e a volte contro gli altri, dove è difficile fare comunità e vivere insieme nella diversità. L’individualismo infatti allontana, fa nascere paure soprattutto verso chi ci appare strano o pericoloso, come avviene ad esempio nei confronti di chi vive per strada o dei migranti, a cui si addossano colpe che non hanno. Proprio ieri ne sono morti altri mentre attraversavano il Mediterraneo. Oggi, nella giornata dei migranti, ricordiamoci di loro e impariamo l’accoglienza verso donne e uomini, tra cui molti minori, che fuggono da guerre e povertà. Maria Teresa li avrebbe certo accolti e amati.
   Maria Teresa visse per il Signore, tanto da consacrarsi interamente a lui e da vivere con passione questa unione di amore consapevole che essa avrebbe giovato alla conversione dei peccatori. Donna forte nella fede, non si intimorì nelle difficoltà e nel pericolo, come quando passarono da Frosinone per ben due volte le truppe di Garibaldi, di cui accolse i feriti senza timore, mostrando come l’unica risposta alla guerra e alla violenza sta nell’amore. Care sorelle e cari fratelli, molte altre cose si potrebbero dire, ma concluderei richiamando il Vangelo di oggi. Come Giovanni Battista impariamo ad indicare agli altri Gesù, agnello immolato, con amore, pazienza e sapienza, senza rassegnarsi davanti a un mondo che sembra refrattario alla vita cristiana. La Chiesa, dice papa Francesco, cresce per attrazione e non per proselitismo. Mostriamo con gioia la bellezza della nostra vita e gli altri almeno si interrogheranno. I tempi non sono facili, ma non bisogna chiudersi nel pessimismo e nella tristezza, ma vivere con agli altri, amando tutti, soprattutto i poveri, perché è nell’amore per loro che si impara ad amare tutti.
firmaspreafico mini2

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