Domenica delle Palme 2016 – omelia del Vescovo

domenica delle palme

Care sorelle e cari fratelli,

iniziamo oggi la settimana santa con questa liturgia, nella quale abbiamo accolto Gesù come re nella nostra città, come allora la folla e i bambini lo accolsero a Gerusalemme. Ci potremmo chiedere che senso ripetere questo gesto oggi nella nostra città. Perché accogliere Gesù come re, quando spesso gli uomini e le donne si fanno re a se stessi, padroni assoluti del loro destino? Che cosa significa accoglierlo oggi tra noi? Ha da dirci ancora qualcosa? Io credo di sì e lo crediamo anche noi se in tanti ci siamo mossi dalle nostre case per accoglierlo.

Dopo aver ascoltato la narrazione della sua passione e morte, vorrei fermarmi a riflettere con voi su tre insegnamenti che mi sembra si possono trarre da questo Vangelo di un uomo giusto che viene condannato e crocifisso.

   Il primo è l’umiltà e la mitezza. Gesù è re, ma un re umile e mite. Umiltà e mitezza caratterizzano la sua vita terrena. Oggi consegna a noi questo segreto della sua vita, le armi della sua vittoria sul male e sulla morte. Vuole stare con i suoi discepoli nell’ora del dolore indicando loro la via del servizio: “Chi tra di voi è più grande diventi come il più giovane, e chi governa come colui che serve”. Del resto egli si era fatto servo per primo a quella tavola, lavando i piedi ai discepoli. Chiama Giuda “amico”, perché tali considera tutti noi anche quando ci allontaniamo da lui. Non risponde alla violenza con la violenza, non usa parole di condanna. A un discepolo che aveva preso la spada per difenderlo dice: “Basta”. Volge lo sguardo con amore e comprensione a Pietro che lo aveva rinnegato. Non condanna il ladro appeso alla croce accanto a lui, ma gli promette il paradiso.

   Il secondo insegnamento nasce dal popolo che circonda Gesù. Noi, cari amici, siamo il suo popolo. Un popolo contraddittorio, come quello che lo segue verso la croce. La folla lo accoglie in festa, ma poi urla “crocifiggilo”. Tuttavia lo continua a seguire lungo la via dolorosa. “Lo seguiva una grande moltitudine di popolo e di donne, che si battevano il petto e facevano lamenti su di lui”, dice il vangelo di Luca. Come non piangere davanti a tanto dolore? I discepoli stanno a tavola con lui, ma poi chi lo tradisce, chi lo rinnega, chi scappa per paura. I soldati lo deridono, ma un centurione sotto la croce capisce chi è quell’uomo e afferma: “Veramente quest’uomo era giusto”. C’è anche uno sconosciuto, Simone di Cirene, che passava per caso, al quale viene addossata la croce di Gesù da portare. E Simone non si tira indietro. Infine appare un altro sconosciuto, Giuseppe di Arimatea, che “aspettava il regno di Dio”, per dare a quel povero crocifisso una degna sepoltura. Con lui vi erano le donne che lo avevano seguito fin dalla Galilea. Cari amici, anche noi siamo parte di questo popolo. Nella nostra vita siamo a volte la folla, a volte Pietro e i discepoli che lo abbandonano per paura, a volte ci commuoviamo del suo dolore vedendo il dolore di tanta gente attorno a noi e ci prendiamo cura di loro, come Giuseppe e le donne si presero cura del corpo di Gesù. Non dimentichiamo mai di essere parte di questo popolo, che oggi appare radunato insieme per accompagnare Gesù. In un mondo che ci vorrebbe divisi, ognuno per sé, attorno alla croce di Gesù scopriamo la fragilità, ma che la bellezza e la gioia di questo popolo, la comunità dei discepoli, pur con tutte le sue contraddicono, paure, peccati.

   Infine, ed è il terzo insegnamento, vorrei parlare di preghiera, di misericordia, di pace. Il racconto della passione e morte di Gesù è racchiuso dalla preghiera. Gesù raduna i suoi discepoli attorno alla mensa dell’Eucaristia, memoriale della sua morte e resurrezione. Poi prega nell’orto degli ulivi e alla fine “Gesù, gran voce, disse: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito”. Non è un grido di disperazione, ma di chi affida a Dio Padre la sua vita. Nella sofferenza e nel dolore, come in tutta vita, la nostra forza è in Dio, cari fratelli, al di là di un mondo che ci grida ogni giorno, come gridavano a Gesù sulla croce: “Salva te stesso”, pensa a te stesso, occupati di te. Gesù non ha voluto salvare se tesso, per questo egli ha salvato noi. Questa vicenda di Gesù consegna a tutti noi un grande senso di mestizia, e insieme di pace interiore. Siamo entrando con il Signore nella nostra Cattedrale passando la porta Santa della misericordia con i rami di ulivo in mano. Siamo entrati in pace e abbiamo ricevuto la misericordia di Dio. Vi chiedo: uscite in pace come siete entrati. Uscite in pace in questo mondo bellicoso, di gente aggressiva, arrabbiata, litigiosa, pronta a giudicare, a sparlare, a condannare! Non saranno né le grandi guerre (e penso al dramma della Siria) né le piccole guerre che ci facciamo ogni giorno, magari solo in internet o con le parole, a salvarci e a darci gioia e serenità. Siate perciò donne e uomini di misericordia, come Giuseppe di Atrimatea e le donne che si presero cura dell copro di Gesù. Affidiamo al Signore, mite e umile di cuore, uomo di pace, il nostro desiderio e impegno di pace, perché in questa settimana santa possiamo accompagnarlo con la preghiera e con le opere di misericordia.

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Qui un piccolo contributo fotografico dell’evento
Fotogallery Palme 2016

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