Vivere la Misericordia
Cari amici, siamo in un mondo dove il male colpisce in maniera violenta. La violenza è diventata quasi parte della vita di ogni giorno, vicino e lontano da noi. La violenza del terrorismo, l’Isis, delle guerre, dei massacri di gente innocente come quei…studenti liceali in Messico, sequestrati e uccisi e bruciati. C’è anche una violenza ei pensieri, dei giudizi, delle parole, di una ricchezza che depreda e schiaccia i poveri. C’è una violenza nascosta nelle famiglie, che non emerge, una violenza sulle donne, sui bambini.
Di fronte alla violenza è facile chiudersi nei propri problemi, nel senso di inadeguatezza, in un modo di ragionare tutto ripiegato su se stessi, fossero le nostre istituzioni o strutture, senza un sogno e una visione. La crisi economica poi aggrava questo senso di impotenza e di frustrazione, che aumenta la paura e la rabbia. Siamo forse in un momento a cui si addicono le parole amare del libro di Isaia al capitolo 29: “Per voi ogni visione sarà come la parola di un libro sigillato: si dà a uno che sappia leggere dicendogli: «Leggilo», ma quegli risponde: «Non posso, perché è sigillato». Oppure si dà il libro a chi non sa leggere dicendogli: «Leggilo», ma quegli risponde:«Non so leggere».” (29,11-12). In questo tempo di avvento la Parola di Dio ci aiuta a uscire da questa logica pessimista che imprigiona anche donne e uomini di fede in una visione scontata e depressa della realtà. L’avvento è come un grido, quello che abbiamo ascoltato nelle letture della prima domenica dell’anno A, quando Paolo dice nella lettera ai Romani: “Fratelli, è ormai tempo di svegliarvi dal sonno, perché la vostra salvezza è più vicina ora di quando diventammo credenti. La notte è avanzata, il giorno è vicino. Gettiamo via perciò le opere della tenebre e indossiamo le armi della luce.” (Rom 13,11-12) Paolo non nega la notte, le tenebre. Ma non si può vivere dominati dalla notte. Il discepolo di Gesù non può dare ragione alla logica pessimista che sembra dominare il modo comune di pensare e che non lascia spazio a sperare e a lavorare per un futuro migliore, per un mondo meno violento e più umano. Vedete, questa logica è sottile, si insinua nel cuore, si esprime nelle parole, nel confronto con gli altri, nelle scelte individuali e comuni che talvolta si fanno. L’avvento è come il grido del Battista nel deserto: “Convertitevi, perché il Regno dei cieli è vicino”. Sono le stesse parole che Gesù ripeterà alla folla che lo seguiva secondo il Vangelo di Marco. E sono le sue prime parole. È tempo di svegliarsi dal sonno. Lo abbiamo ascoltato oggi nel Vangelo, in cui Gesù per ben tre volte dice: “Vegliate!”. È tempo di vegliare e di convertirsi, cioè di volgersi a Dio e di cambiare modo di pensare e di essere, partendo da se stessi, e non pensando che devono cambiare innanzitutto gli altri. Ma talvolta i cristiani sono convinti di essere svegli e di non aver bisogno di conversione, anche perché ci sembra di fare già molto per la conversione degli altri e di muoverci tra tante iniziative buone e lodevoli.
È la Parola di Dio che sveglia, che libera dalle tenebre, perché essa è “lampada per i miei passi, luce per il mio cammino.” Il problema della violenza è un problema serio anche nella Bibbia. Non si tratta solo della guerra, di cui le pagine del Primo Testamento sono costellate, ma di quelle forme di violenza che si generano nei rapporti interpersonali e che provocano inimicizia, discordia, divisione. Lo abbiamo visto anche recentemente ad esempio a Tor Sapienza a Roma nell’attacco a un palazzo dove erano ospitati degli immigrati architettato ad arte per creare una mentalità di scontro e di intolleranza. Non si può vivere da discepoli di Gesù lasciando che questa logica prevalga, anche perché, come vediamo bene, le conseguenze sono devastanti. Ma soprattutto il cristiano non può dare ragione alla mentalità che accetta passivamente la violenza e l’inimicizia come dei fatti naturali, a cui non si può porre rimedio. In questo senso l’avvento ci avverte. Occorre essere più avvertiti, meno scontati, meno mediocri, meno tolleranti con se stessi e forse un po’ più tolleranti con gli altri. Insomma, la vita spirituale non può essere una vita mediocre, incentrata su di sé, senza coscienza del mondo in cui viviamo. Non può neppure essere la vita di uomini e donne che coltivano il loro recinto perché sia ben custodito, senza porsi la domanda della conversione. I nostri destini non sono isolati da quello degli altri, come i destini di un popolo sono intrecciati con quelli di un altro. Ognuno vive quotidianamente la tentazione di pensarsi da solo. Viene meno lo spirito di comunità per una logica individualista, segnata dalla paura dell’incontro, che purtroppo intacca anche la vita dei cristiani e delle comunità religiose.
Gesù e i primi cristiani vivevano come noi in un mondo violento. Basta pensare alle continue rivolte contro i romani, di cui le più sanguinose furono quella del 67 dopo C. che portò alla distruzione del tempio nel 70 e successivamente alla resistenza concentratasi a Masada, e quella successiva del 131, che portò alla distruzione di Gerusalemme. Al tempo di Gesù c’erano movimenti rivoluzionari, come quello degli Zeloti. La stessa idea messianica dei contemporanei credeva in un messia liberatore politico. Per questo Pietro si ribellò di fronte alla sofferenza di Gesù. Gesù non condivide questa mentalità e, mentre insegna da una parte l’amore per il nemico, dall’altra invita anche i suoi discepoli a lottare contro le potenze del male e la violenza. Infatti l’avvento ci avverte che il male non solo esiste, ma è forte. Altrimenti perché attendere il Signore, che viene e a liberare dal male e dalla morte? L’attesa infatti si attenua perché si ha meno coscienza della forza del male, dell’abisso su cui siamo creati e su cui viviamo. Nella Bibbia la coscienza del male è onnipresente. La salvezza comincia dalla lotta contro le potenze del male.
Nei salmi, che preghiamo nella liturgia delle ore, il male sembra talvolta dominare la vita del credente, ma mai vincere del tutto. Come esempio di un uomo assediato dal dolore prendiamo il Sl 31. Esso si apre con un atto di fiducia in Dio (vv. 1-9), ma non nasconde il dolore. Si descrivono in modo concreto il dolore e la malattia (vv. 10-14) come realtà che riguardano l’interno dell’uomo: affanno, pianto, dolore che consuma la vita, dissoluzione fisica. Ma il male è aggravato dal giudizio di coloro che circondano il salmista. Egli infatti è divenuto obbrobrio per i nemici, disgusto per i vicini, orrore per i conoscenti. È dimenticato come si dimentica un morto. La sua condizione è quella di un uomo assediato, a cui vogliono togliere la vita. Sembra stia parlando un condannato a morte. In lui si intreccia una situazione interiore di sofferenza e la condanna da parte degli altri. Tutto concorre a rendere la vita impossibile, senza via d’uscita.
Nei salmi c’è una presenza quasi ossessiva del male nelle diverse espressioni. Anche il riconoscimento e la proclamazione della salvezza avvengono a partire da situazioni disperate e di bisogno. Il male non è solo il peccato del singolo o una realtà che non funziona all’interno della società, non è neppure solo l’ingiustizia o la violenza, che pur sono una delle manifestazioni del male. I salmi sembrano descrivere il male come una rete, un disegno che vuole distruggere la vita. Il nemico ne è spesso l’immagine più concreta. Nei salmi si parla frequentemente dei nemici. Infatti la Bibbia preferisce sempre un linguaggio concreto invece di un parlare astratto. Parla allora di nemici o di malvagi piuttosto che di male. I nemici sono accesi di orgoglio, tramano e congiurano, vogliono eliminare il giusto, sono concordi e lo circondano. Sono come animali feroci (57,5), tendono lacci (64,6), scavano una fossa e tendono una rete (35,7), preparano un’insidia o un’imboscata (10,9), congiurano contro il giusto (64,3). Il male ha una forza concreta, che appare incontrastabile a ogni intervento umano. Oppure il male si manifesta attraverso la bocca e le labbra, cioè la parola pronunciata. Esse sono come una trappola (5,10; 34,20-21; 41,6-10). Solo la preghiera rompe il cerchio di morte di una parola volta al male. Infatti il male provoca una lotta, che si fa invocazione, supplica, protesta, rendimento di grazie. La preghiera esprime anche la coscienza viva e drammatica della forza del male e delle sue manifestazioni. La preghiera tuttavia spezza la rete del male e apre alla salvezza. Per questo non possiamo rassegnarci al male né accettare che la nostra vita sia dominata dalle nostre angustie o dai nostri problemi. L’avvento ci chiede di guardare fuori, di non aver paura di avere coscienza del male che assale gli uomini, soprattutto i poveri e i miseri del mondo. I cristiani di una Chiesa in uscita, come direbbe papa Francesco, sono donne e uomini che guardano fuori, che la smettono di guardare solo se stessi e il piccolo mondo che li circonda, magari criticando gli altri e litigando, cristiani che guardano lontano per imparare a capire il dolore dei lontani e dei vicini.
Nella vita stessa di Gesù il Regno di Dio si manifesta come lotta di Gesù contro il potere del male che si impossessa dell’uomo. Mi ha sempre colpito come i primi che Gesù incontra nei Vangeli sinottici sono i discepoli e gli indemoniati. Cioè il Regno di Dio evidenzia la forza del male, si potrebbe dire che lo fa apparire per poterlo sconfiggere. In quella pagina di Marco, che gli esegeti chiamano “giornata di Cafarnao” (1,21-39), in cui si descrive come in un quadro di riferimento una giornata tipo di Gesù, c’è un accorrere a Gesù di malati per essere guariti. E il primo racconto di guarigione è quello di un indemoniato, o come dice il Vangelo di “un uomo posseduto da uno spirito immondo”. Nella guarigione appare la forza del male ed anche il senso dell’operare di Gesù che libera quell’uomo da un potere che non ha diritto di dominarlo: “Taci, esci da quell’uomo!” L’avvento, cari amici, ci rende consapevoli di questo aspetto del regno di Dio iniziato in Gesù di Nazareth, la cui nascita noi attendiamo e prepariamo. Il Figlio di Dio viene ad abitare in mezzo a noi, perché Dio vuole salvarci dal potere del maligno che sembra dominare il mondo. Questo aspetto del ministero di Gesù lo vediamo anche nella risposta che il Signore dà ai discepoli di Giovanni Battista, l’uomo dell’avvento, che vanno a interrogarlo (Mt 11):
“Giovanni, che era in carcere, avendo sentito parlare delle opere del Cristo, per mezzo dei suoi discepoli mandò a dirgli: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?». Gesù rispose loro: «Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo. E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!».
Mentre quelli se ne andavano, Gesù si mise a parlare di Giovanni alle folle: «Che cosa siete andati a vedere nel deserto ? Una canna sbattuta dal vento? Allora, che cosa siete andati a vedere? Un uomo vestito con abiti di lusso ? Ecco, quelli che vestono abiti di lusso stanno nei palazzi dei re! Ebbene, che cosa siete andati a vedere? Un profeta ? Sì, io vi dico, anzi, più che un profeta. Egli è colui del quale sta scritto:
Ecco , dinanzi a te io mando il mio messaggero,
davanti a te egli preparerà la tua via.
In verità io vi dico: fra i nati da donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista; ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui. Dai giorni di Giovanni il Battista fino ad ora, il regno dei cieli subisce violenza e i violenti se ne impadroniscono. Tutti i Profeti e la Legge infatti hanno profetato fino a Giovanni. E, se volete comprendere, è lui quell’Elia che deve venire. Chi ha orecchi, ascolti !”
La venuta di Gesù e la sua identificazione come colui che deve venire, il Messia di Israele, è contrassegnata da un’azione e da una parola i cui destinatari sono uomini bisognosi, in qualche modo segnati più di altri dalla presenza del male, ritenuti per la loro condizione lontani da Dio. Nella nostra vita cristiana, nella nostra azione benefica nei confronti dei poveri noi partecipiamo del potere del Maestro di Nazareth e avviciniamo il compimento definitivo del Regno di Dio. È il primo modo per lottare contro il potere del male e per resistere a quella rassegnazione e a quel pessimismo così normali nella nostra società, nella quale ormai i poveracci sono solo un problema di sicurezza e di ordine pubblico o di difesa dei confini e delle frontiere, non uomini e donne da guardare con misericordia e compassione. Anche nel mondo di Gesù la sua azione benefica – e mi piace chiamarla così perché il Vangelo dice “ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e parlare i muti” (Mc 7,37); si tratta cioè di qualcosa che muove il bene e contrasta il male – suscita stupore, ma anche opposizione, come del resto la misericordia. Lo mostra molto bene il profeta Giona, che dopo che gli abitanti di Ninive hanno ascoltato la parola di Dio e si sono convertiti, si arrabbia con Dio per la sua eccessiva misericordia. Gesù infatti non rispetta le regole, come quella del sabato, e c’è addirittura il sospetto che il bene che fa sia opera del principe dei demoni (Mt 9,34). E’ quasi sorprendente come nella nostra società il bene susciti talvolta una sorta di ribellione, di risentimento, quando non di netta opposizione. Il termine “buonismo”, con cui si liquida facilmente quell’atteggiamento che noi cristiani chiameremmo benevolenza, misericordia, carità, è un modo sottile per dire che in fondo siamo degli ingenui, gente che non sa guardare in faccia la realtà e che, credendo di fare il bene, in verità mette in serio pericolo la società e non aiuta veramente i poveri. Basti pensare al giudizio che si dà con facilità sull’elemosina, considerata da alcuni quasi un invito alla delinquenza e una responsabilità per chi la compie, perché si lascerebbero i poveri nel loro stato senza stimolarli ad alcun cambiamento. Non so se è sempre giusto fare l’elemosina – lasciamo a Dio il giudizio -, ma ogni volta mi viene in mente quella bellissima pagina del Siracide, che forse non è molto letta neppure dai cristiani (in fondo il Siracide fa parte di quella terza parte della Bibbia che, a parte i salmi, non è molto letta). Dice il Siracide (3,29-4,10)
[29]L’acqua spegne un fuoco acceso,
l’elemosina espia i peccati.
[30]Chi ricambia il bene provvede all’avvenire,
al momento della sua caduta troverà un sostegno.
4 [1]Figlio, non rifiutare il sostentamento al povero,
non essere insensibile allo sguardo dei bisognosi.
[2]Non rattristare un affamato,
non esasperare un uomo già in difficoltà.
[3]Non turbare un cuore esasperato,
non negare un dono al bisognoso.
[4]Non respingere la supplica di un povero,
non distogliere lo sguardo dall’indigente.
[5]Da chi ti chiede non distogliere lo sguardo,
non offrire a nessuno l’occasione di maledirti,
[6]perché se uno ti maledice con amarezza,
il suo creatore esaudirà la sua preghiera.
[7]Fatti amare dalla comunità, davanti a un grande abbassa il capo.
[8]Porgi l’orecchio al povero
e rispondigli al saluto con affabilità.
[9]Strappa l’oppresso dal potere dell’oppressore,
non esser pusillanime quando giudichi.
[10]Sii come un padre per gli orfani
e come un marito per la loro madre
e sarai come un figlio dell’Altissimo,
ed egli ti amerà più di tua madre.
Sono parole eloquenti, che non hanno bisogno di commento né lasciano tante alternative. Vorrei solo sottolineare lo stretto rapporto tra elemosina, soccorso del povero, e amore di Dio. Chi ama il povero è amato da Dio ed è per lui come un figlio. La prossima apertura della mensa per i poveri e le famiglie in difficoltà a Frosinone vuole essere anche un segno di questa sollecitudine così tipica dei cristiani.
Mi vorrei infine soffermare brevemente su due altri aspetti del discorso che stiamo facendo e che chiamerei: il primo “la violenza comincia nel cuore”; il secondo “la lotta spirituale”. Mi ispiro a due testi delle lettere apostoliche: Giacomo 4,1ss e Efesini 6,10ss.
1. Giacomo 4,1-12, un testo che ho già avuto modo di commentare con voi, ma sui è sempre bene tornare: “La violenza comincia nel cuore”. Innanzitutto Giacomo si rivolge alla comunità a cui è indirizzata la lettera. Si tratta cioè di problemi interni a una comunità. Le guerre e le liti – sarebbe meglio tradurre battaglie – hanno origine dal cuore, sede delle passioni, cioè sono una questione interiore all’uomo e alla donna che vive con altri. Giacomo individua nelle “passioni” l’origine di quegli atteggiamenti che provocano divisioni e impediscono quel vivere sapiente, di cui aveva parlato nei versetti precedenti, e che era contrassegnato dalla mitezza. Mi sembra di vedere nella parole di Giacomo tanto del vivere quotidiano di oggi, forse talvolta anche nelle nostre comunità. Il linguaggio di Giacomo è duro, tagliente, perchè come la Parola di Dio vuole penetrare là dove ci nascondiamo a noi stessi e impediamo così che i nostri sentimenti e atteggiamenti cambino. …..
2. Efesini 6,10-20: “la lotta spirituale”. Il tempo di avvento è il kairòs, il tempo opportuno per intraprendere una lotta spirituale cominciando da noi stessi. Se noi in genere rivestiamo armature varie per combattere gli altri o per difenderci dagli altri, questo è il tempo per rivestire l’unica armatura, che ci aiuterà a lottare contro il male che è in noi e fuori di noi, l’armatura di Dio, altrimenti non resisteremo al male ed esso penetrerà senza che ce ne accorgiamo dentro di noi e finirà per dominarci. Mi colpisce sempre quanto Dio disse a Caino prima che ponesse mano ad uccidere il fratello: “…se non agisci bene, il peccato sta accovacciato alla tua porta; verso di te è il suo istinto, ma tu dominalo” (Gen 4,7)”. Possiamo dominare il male, non ne siamo schiavi. Ma bisogna vigilare. Il male ha una sua forza, che l’apostolo presenta molto bene parlando di “Principati e Potestà……”. Bisogna resistere, non cedere all’abitudine dei sentimenti, dei pensieri, dei comportamenti. L’avvento è il tempo per compiere quella che i grandi mistici chiamavano l’ascesi, la salita verso Dio. L’avvento non è il tempo della rassegnazione, del pessimismo o della tristezza, ma della lotta spirituale, perché rinnovando noi stessi possiamo anche cambiare il mondo. C’è una forza dello spirito che viene dalla fede e dall’ascolto della Parola di Dio, che è la spada dello Spirito, come dice Paolo. Cari amici, siamo forse tutti lontani dall’invito dell’apostolo, ma nella preghiera potremo cominciare a rinnovare noi stessi e il mondo, comunicando la gioia del Vangelo.
Vorrei concludere lasciandovi le parole che Papa Francesco ha pronunciato sabato 22 novembre all’udienza concessa ai partecipanti al Convegno Missionario Nazionale della Chiesa italiana: “Vi incoraggio a intensificare lo spirito missionario e l’entusiasmo della missione e a tenere alto nel vostro impegno nelle Diocesi, negli Istituti missionari, nelle Comunità, nei Movimenti e nelle Associazioni lo spirito della Evangelii gaudium, senza scoraggiarsi nelle difficoltà, che non mancano mai e – sottolineo una cosa – cominciando dai bambini. Nella catechesi i bambini devono ricevere una catechesi missionaria. Talvolta, anche nella Chiesa veniamo presi dal pessimismo, che rischia di privare dell’annuncio del Vangelo tanti uomini e donne. Andiamo avanti con speranza! I tanti missionari martiri della fede e della carità ci indicano che la vittoria è solo nell’amore e in una vita spesa per il Signore e per il prossimo, a partire dai poveri. I poveri sono i compagni di viaggio di una Chiesa in uscita, perché sono i primi che essa incontra. I poveri sono anche i vostri evangelizzatori, perché vi indicano quelle periferie dove il Vangelo deve essere ancora proclamato e vissuto. Uscire è non rimanere indifferenti alla miseria, alla guerra, alla violenza delle nostre città, all’abbandono degli anziani, all’anonimato di tanta gente bisognosa e alla distanza dai piccoli. Uscire e non tollerare che nelle nostre città cristiane ci siano tanti bambini che non sanno farsi il segno della croce. Questo è uscire”.
![]()
