Santi Patroni 2014 – Omelia del Vescovo e ringraziamenti finali

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1 Pt 5,1-4; Gv 21,15-19

 C  are sorelle e cari fratelli,

la festa dei Santi Patroni di questa nostra città si caratterizza quest’anno per l’anniversario che intende celebrare con solennità: millecinquecento anni dalla elezione a Vescovo di Roma e papa di Sant’Ormisda nostro concittadino. Correva infatti l’anno 514 quando fu eletto Vescovo di Roma il diacono Ormisda, che si era distinto nella Chiesa romana per il suo servizio e la sua dedizione a papa Simmaco, con il quale difese la libertà e l’unità della Chiesa di fronte al potere imperiale e alle eresie che ne corrodevano l’unità. Ormisda fu pastore della Chiesa di Dio, per la quale spese tutte le sue energie per riportare l’unità intorno alla sede di Pietro. Con pazienza, sapienza e fermezza lavorò perché tutti tornassero a vivere quell’unità per cui Gesù stesso aveva pregato prima di essere messo a morte. Per questo abbiamo deciso di porre questo giubileo sotto i nomi dell’unità e della pace. La Torre della Pace, dove viene riportata la formula di fede di Ormisda che fu accettata dalla Chiesa di Oriente come simbolo di unità, diventerà simbolo non solo per la Chiesa di questa città ma per tutti i cittadini. Chi infatti può dire di non avere bisogno di vivere una maggiore unità e pace con gli altri? Con essa abbiamo realizzato il reliquiario, che custodirà le reliquie dei nostri santi patroni. Vuole essere un segno per noi tutti.

   Unità e pace sono nomi impegnativi, tanto desiderati e invocati ma difficili da realizzare. Non mi riferisco solo alle tante guerre che insanguinano il mondo, come quella che ci preoccupa sempre di più in Siria e Iraq e che ha messo in gravi difficoltà i pochi cristiani rimasti oltre alle vittime e ai profughi che ha provocato. Penso alla nostra terra, ai numerosi e sempre nuovi contrasti e inimicizie che nascono e crescono. Cari fratelli, le guerre nascono nei cuori, nascono quando non si imitano i santi pastori, come Ormisda e Silverio, che spesero la vita non per se stessi, non per i loro interessi, ma per gli altri e per il bene del mondo. La Chiesa di quel tempo era divisa sia in occidente che tra oriente e occidente a causa delle eresie e di tanti interessi. Ormisda si spese per la pace e l’unità. Scrive a Giovanni, vescovo di Costantinopoli: “Noi abbiamo nell’animo la sola preoccupazione della causa, una sola custodia: desiderare la pace cosicché siano rispettati sia gli ordinamenti della religione sia quelli dei venerabili padri”.

   “Simone di Giovanni, mi ami tu?”, chiese Gesù a Pietro per tre volte. Oggi lo chiede a noi: mi ami tu? Ma noi, soprattutto noi cristiani, chi amiamo? In che cosa poniamo il nostro interesse? Troppo esagerati sono gli interessi personali di tanti. Per questo nascono continue divisioni nella società, nella vita quotidiana, nella nostre stesse realtà ecclesiali. Sete di denaro e di potere, corruzione e poca onestà, una vita spesa solo per il proprio interesse, rendono peggiore il mondo. Papa Francesco ha avuto al riguardo parole fin troppo chiare. Prendiamo le distanze da questo modo di vivere, che ha conseguenze pesanti sulla vita dei poveri. Cerchiamo la verità nella carità, nella pazienza della carità, quella che Ormisda esercitò con i grandi del tempo e nella Chiesa stessa. Ma non dimentichiamo che c’è una verità del vivere e del convivere, che deve rafforzarsi oggi per la consapevolezza di essere in un tempo difficile, dove la gente ha bisogno di solidarietà, di misericordia, di attenzione, di amore. Non possiamo vivere per noi stessi. Almeno noi cristiani distacchiamoci da un mondo litigioso e mai sazio di possedere. Impariamo uno stile di vita sobrio. Non accodiamoci a coloro che pensano di contare perché esibiscono agli altri la loro ricchezza. Il battesimo, la prima comunione, la cresima, il matrimonio non hanno bisogno di lusso. La “grazia” di Dio è gratuità, come dice la stessa parola. Per questo i poveri sono i privilegiati di Dio. L’amore vero è sobrio, perché non dipende dal possesso né dalla sua esibizione. E per essere amati da Dio non abbiamo bisogno di esibire nulla.

   L’apostolo Pietro affermò il suo amore a Gesù. E per tre volte Gesù gli indicò il senso della sua risposta: “Pasci le mie pecorelle”, sii cioè un pastore, occupati degli altri, abbi a cuore la vita della gente che ti è affidata. E poi aggiunse: “Seguimi”. Oggi lo stesso invito viene rivolto a noi: se vuoi amare Gesù prenditi a cuore la vita degli altri, a partire dai bisognosi e dai poveri. Per questo abbiamo scelto di dare un segno concreto di questo amore nella mensa per i poveri e le persone in difficoltà e che apriremo quanto prima. Ma ognuno di noi, là dove si trova, può vivere già ora questo amore per gli altri, facendosi carico della vita delle persone che lo circondano e uscendo dalla gabbia dell’amore per se stesso. Ciò sarà possibile se smetteremo di seguire e ascoltare noi stessi e cominceremo di nuovo a seguire e ascoltare Gesù. Così fece il vescovo Ormisda; lo stesso fece Silverio fino al martirio. Così oggi ci impegniamo tutti a realizzare nella nostra vita.

   Unità e pace si costruiscono imparando a guardare gli altri con interesse, bontà, attenzione, amore. Unità e pace si costruiscono nella solidarietà. Papa Francesco ha detto domenica incontrando a Roma i poveri con la Comunità di Sant’Egidio: “Questa parola solidarietà tanti vogliono toglierla dal dizionario, perché a una certa cultura sembra una parolaccia. No! E’ una parola cristiana, la solidarietà”. Cari amici, viviamo la solidarietà e costruiremo unità e pace. Uniamoci gli uni agli altri per formare un popolo senza confini, casa di tutti, con le porte aperte, senza steccati, senza barriere o muri invalicabili. Invochiamo i Santi Patroni di questa città, nostri concittadini, perché ci proteggano, guariscano le ferite della solitudine e della malattia, custodiscano i giovani e gli anziani, esaudiscano le preghiere delle famiglie in difficoltà. Non posso non unirmi alla preghiera degli operai della Multiservizi e di tanti disoccupati o cassintegrati, perché presto venga ridata loro la dignità di un lavoro per vivere guadagnando almeno il necessario. Che il Signore, per l’intercessione dei Santi Ormisda e Silverio, protegga tutti noi e questa nostra città. E la Vergine Santa, Madre della tenerezza, ci conduca ogni giorno a Gesù nostro pastore e guida. Amen.

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Ringraziamento al termine della Santa Messa:

Vorrei ringraziare tutti voi presenti, dal Prefetto a tutte le autorità civili e militari, che ci onorano della loro presenza in questa solennità. Permettetemi di ringraziare in particolare ancora una volta l’Accademia delle Belle Arti per la realizzazione della Torre della Pace, con la quale abbiamo realizzato anche il reliquiario dove sono custodite le reliquie dei santi patroni della città. La Torre della Pace è un simbolo civile e insieme religioso, perché riporta la formula di fede di Ormisda. Pur nella distinzione dei ruoli infatti vorremmo che questo simbolo fosse di unità e di pace per tutta la nostra città. Grazie per questo al Sindaco e all’amministrazione comunale per avere voluto sottolineare con noi questo anniversario facendone un evento cittadino. Ringrazio il parroco della nostra cattedrale, don Giuseppe, e don Giorgio, insieme al Vicario Foraneo don Silvio e ai sacerdoti della vicaria per l’impegno nella preparazione di questo anniversario che non si conclude oggi, ma solo inizia. Molti poi vi hanno contribuito con il loro impegno. Grazie a tutti. Infine, ora sentirete un nuovo inno a Ormisda, composto dal maestro Fabio Bracaglia, che ringrazio assieme a quelli che hanno dato suggerimenti per le parole molto belle che ascolteremo parzialmente.

+ Ambrogio Spreafico
          Vescovo

Fotogallery Santi Patroni 2014

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