
La Prefettura di Frosinone , apprezzando l’accoglienza offerta dalla nostra Diocesi al gruppo di immigrati provenienti dalla Libia tre anni fa, ci ha chiesto la disponibilità ad accogliere 40 immigrati tra quelli approdati sulle coste del nostro paese nelle ultime settimane. Abbiamo dato questa disponibilità senza indugio e senza remore. Siamo infatti convinti che sia nostro dovere umano e cristiano accogliere lo straniero. Lo ripete la Bibbia quando dice con chiarezza: “Quando uno straniero dimorerà presso di voi nella vostra terra, non lo opprimerete. Lo straniero che dimora tra voi lo tratterete come colui che è nato fra voi; tu l’amerai come te stesso, perchè anche voi siete stati stranieri in terra d’Egitto” (libro del Levitico 19,33-34).
Colpisce in queste parole l’uguaglianza che il testo pone tra lo straniero e l’autoctono. Sono come noi, come nostri fratelli. Solo considerandoli tali, impareremo ad amarli. Per questo viene applicato il comandamento dell’amore del prossimo (“amerai il prossimo come te stesso), cioè del nostro concittadino e connazionale, allo straniero: “lo amerai come te stesso”. E ricordiamoci sempre che Gesù dice che saremo giudicati anche sull’amore per lo straniero, nel quale Egli stesso si identifica: “Ero straniero e mi avete accolto…Ogni volta che avete fatto una di queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli l’avete fatta a me”. Per i cristiani non c’è alternativa se non l’accoglienza e l’amore per lo straniero. Poi vedete la Bibbia ci dà anche un motivo per questo amore: “perché anche voi siete stati stranieri in terra d’Egitto”. Quanti uomini e donne della nostra bella terra si sono fatti stranieri in altre terre. Migliaia di migliaia. Certo non se ne sono andati perchè non amavano questa terra, ma perché qui si moriva di fame. Chi viene in Italia fugge. Non se ne va perché non ama il suo paese. Terre dove la miseria, la guerra, la mancanza di tutto rendono a volte difficile, se non impossibile, vivere e garantire un futuro ai propri figli. Loro non ci chiedono niente, se non di essere accolti e amati. Non dimentichiamo il passato di questa terra e impareremo ad essere accoglienti con coloro che sono esattamente come i nostri padri e i nostri nonni. La nostra Chiesa diocesana continuerà ad aprire la porta a coloro che chiedono aiuto, come fa con tanti nostri concittadini attraverso la caritas, le parrocchie, i movimenti. E l’aiuto che daremo loro non diminuirà quello che già diamo a tante persone in difficoltà in questo tempo di crisi, anzi non farà che aumentare la nostra solidarietà. Papa Francesco ha parlato spesso di una Chiesa povera per i poveri. E a Lampedusa ha parlato della globalizzazione dell’indifferenza. Non basta essere ammirati dalla sue parole, bisogna ascoltarle, uscendo da se stessi, dalle sacrestie, per andare incontro ai poveri e ai deboli. Gesù aveva molti ammiratori, ma pochi discepoli, cioè poca gente che lo ascoltava. Siamo tra coloro che ascoltano! Non vogliamo mai far parte del popolo degli indifferenti. E chiediamo ai cristiani e agli uomini di buona volontà di unirsi a noi, di non cedere in questo tempo difficile al pessimismo, e ancor meno alla paura di chi semina allarmismi inutili e dannosi. Uniamo le nostre forze, uniamoci per il bene, moltiplichiamo la solidarietà, globalizziamo la solidarietà e non l’indifferenza. Sappiamo di non essere soli. Ci uniamo a tutti coloro che hanno prestato i primi soccorsi in mare al loro arrivo e a quanti in queste settimane si metteranno umilmente e gioiosamente al servizio della solidarietà verso questi nostri fratelli in cerca di una speranza per il futuro, e ci sentiamo parte di questo impegno generoso di accoglienza. Chiediamo a tutti di unirsi a noi, perché “la gioia viene dal dare più che dal ricevere”, come ci ha detto Gesù.
E per “ricordare” leggiamo quanto si disse al Congresso americano sugli italiani immigrati , per non ripetere gli stessi giudizi e lo stesso disprezzo: “Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura. Non amano l’acqua, molti di loro puzzano anche perché tengono lo stesso vestito per molte settimane. Si costruiscono baracche di legno e alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri. Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci. Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti. Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi o petulanti. Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti fra di loro. Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti” (Dal rapporto di un ispettore dell’immigrazione riguardo gli italiani al Congresso degli Stati Uniti d’America, ottobre 1912).
Il Vescovo Ambrogio e la Caritas diocesana
