Omelia del Vescovo per la Solennità dei Santi Patroni 2013

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Care sorelle e cari fratelli,

Celebriamo oggi con solennità la festa dei Santi Patroni di questa nostra città, i santi Ormisda e Silverio. Le feste dei santi ci riportano con semplicità al fondamento della vita cristiana, ci aiutano a fermarci per capire dove stiamo andando, quali sono le cose che contano e quelle meno necessarie. Per questo abbiamo bisogno di Gesù e del Vangelo, e di coloro che lo hanno vissuto prima di noi.

Come sappiamo, sono ambedue nostri concittadini. Ormisda fu un grande vescovo di Roma dal 514 al 523. Egli lavorò con pazienza e intelligenza per ricomporre l’unità tra la Chiesa di Roma e quella d’oriente, ormai divise da trent’anni da uno scisma. Il prossimo anno celebreremo con solennità i 1500 anni dalla sua elezione a vescovo di Roma. Silverio, anch’egli vescovo di Roma neppure per un anno (526-527), visse anni travagliati, tanto da essere esiliato e morire di stenti nell’isola di Palmarola.

Vivere per gli altri

Cari fratelli, per vivere in unità c’è bisogno di pastori, cioè di uomini e donne che sappiano offrire se stessi per il bene degli altri, almeno qualcosa di sé, della propria vita, delle proprie energie, del proprio tempo, delle proprie capacità, del proprio amore. Certo, i pastori sono innanzitutto i vescovi e i sacerdoti, ma ognuno di noi è chiamato ad essere pastore. I pastori sono persone umili, che si sono affidati al Signore e che hanno scelto di seguire il Vangelo e non se stessi. I nostri patroni, pastori in tempi difficili e di grandi lotte e divisioni, si fecero servi del loro popolo, come abbiamo ascoltato nella prima lettura, “non per vergognoso interesse, ma con animo generoso, non come padroni delle persone…ma come modelli del gregge.” Il pastore ama e si occupa degli altri. Come ha detto Papa Francesco, il pastore deve “sentire l’odore del gregge”, deve vivere con la gente, sentire la sua vita, i suoi problemi, le sue delusioni e speranze, deve vivere per la strada, non in sacrestia.

Umiltà e amore

Abbiamo ascoltato che cosa significhi essere pastori nel Vangelo di Giovanni, quasi un testamento di Gesù affidato all’apostolo Pietro e a noi tutti. Infatti sono le ultime parole di Gesù in questo Vangelo. “Mi ami tu? Mi vuoi bene?” Se sì, allora pasci le mie pecore, cioè occupati degli altri, interessati della loro vita. Noi cristiani siamo a volte mediocri, sempre a parlare di noi, a difendere noi stessi, il nostro gruppo, la nostra parte. Come ha detto ancora papa Francesco, non ci accorgiamo che nel nostro gregge è rimasta talvolta solo una pecora, mentre le altre novantanove sono fuori. Ma noi le cerchiamo, ci occupiamo di loro? Che tristezza vedere gente nelle nostre comunità che vive chiusa in se stessa, che fatica a vivere l’unità, che pensa di avere ragione e non sa accordarsi con gli altri, che si affanna per difendere la sua immagine, sempre attenta a quello che gli altri dicono o pensano, invece di occuparsi della vita del prossimo. Mi chiedo: noi ci occupiamo degli altri o siamo continuamente intenti a difendere noi stessi e ad occuparci di noi stessi? Teniamo aperta la porta per cercare quelli che sono fuori dai nostri recinti o preferiamo tenere ben chiuso il recinto per paura di perdere quel poco che abbiamo? Non crediate che chi si occupa solo di sé e di quello che crede di possedere e dominare sia felice. Non crediate che i superbi e quelli che credono di aver sempre ragione siano felici. La lettera di Pietro ci ammonisce: “Rivestitevi tutti di umiltà gli uni verso gli altri, perché Dio resiste ai superbi, ma dà grazia agli umili”.

Il superbo non capisce e non accoglie la grazia. Non usa misericordia, perché pensa di non averne bisogno. Crede di essere autosufficiente, di bastare a se stesso, di farcela da solo. Si sente buono e giusto. Non sente neppure di avere bisogno degli altri, della comunità, quindi ne usufruisce quando serve, ma non la ama, non l’aiuta, non la fa crescere. Si unisce agli altri per creare il suo gruppo, il suo partito, non per costruire con gli altri. E’ servo di se stesso, non della Chiesa e dei poveri. Quando si occupa degli altri, è per criticare e per affermare le sue ragioni. E’ cristiano all’occasione, ma poco nella vita. Fa fatica ad accettare le parole di Gesù a Pietro: “Quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi”.

La rivoluzione del cristiano

Cari amici, noi siamo tutti un po’ vecchi dentro, perché questo mondo ci abitua a pensare di non avere bisogno di nessuno. Per questo gli anziani sono sempre più lasciati soli. Tanto, che si può fare? Ormai sono vecchi. Per questo l’eutanasia sta diventando un modo di concepire la vita e in alcun Paesi già legge. Un mondo eutanasico è fatto di uomini e donne che pensano che si abbia diritto a vivere solo se ricchi, forti e sani, soprattutto autosufficienti. Non è il mondo dei cristiani, non è il mondo di Gesù. E’ esattamente l’opposto del Regno di Dio, il mondo nuovo a cui Gesù ha dato inizio e che ha proclamato nelle Beatitudini, di cui fanno parte i poveri, quelli che piangono, i miti, quelli che hanno fame e sete della giustizia, i misericordiosi, i puri di cuore, gli operatori di pace, i perseguitati per la giustizia. Chiediamo al Signore per l’intercessione dei nostri santi patroni di far parte di questo popolo, il popolo di Dio, la Chiesa voluta da Gesù. Così sia ognuno di noi nella vita, così siano le nostre comunità perché in questa in città i cristiani sappiano dare vita a una vera rivoluzione dell’amore e della grazia di Dio, uscendo dai loro recinti per incontrare la gente, per soccorrere i poveri, per rendere la vita vera e umana.

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Qui una fotogallery dell’evento

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