
Cari fratelli, come le donne discepole di Gesù anche noi ci siamo messi dietro la sua croce per accompagnarlo sulla via del dolore. Oggi si compie il mistero di un uomo che non ha voluto salvare se stesso, ma noi, e si è consegnato alla morte.
Poteva fuggire, poteva usare la spada, come chiedevano i suoi amici, poteva sottrarsi a quel supplizio infamante, ma non lo ha fatto. Non per disprezzo della vita, di cui è all’origine, non per senso di superiorità, dopo che si era umiliato fino a lavare i piedi ai discepoli, ma solo per amore. Se vogliamo salvarci, cari fratelli, se vogliamo vivere, se vogliamo essere felici, siamo chiamati a uscire da noi stessi mettendoci dietro la croce di quell’uomo morto per noi. Non c’è felicità per chi se ne va per conto suo, dimentico del dolore e della croce del prossimo, soprattutto dei bisognosi e dei poveri. Per questo la Chiesa da sempre ha fatto della croce del Signore Gesù il cuore della sua fede. Da lì infatti è sorta la resurrezione. Non c’è salvezza se non nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, “scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani” (1 Cor 1,23).
Abbiamo ascoltato dal libro di Isaia: “Egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori…Maltrattato si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca; era come agnello condotto al macello”. Sì, in quella croce noi impariamo a fermarci davanti alle croci di tanti uomini e donne del mondo: le croci dei sofferenti, dei malati, degli anziani abbandonati, dei carcerati, dei perseguitati, dei poveri. Sono una schiera senza numero, ma spesso sono dimenticati e abbandonati, come quel giorno a Gerusalemme fu abbandonato quel giusto messo a morte dalla violenza degli uomini. Solo alcune donne e un giovane discepolo rimasero con lui. Anche noi siamo rimasti con lui. Per questo siamo qui a celebrare il venerdì santo.
Non è facile fermarsi con chi soffre. Il dolore, la debolezza, la morte, mettono paura e fanno fuggire. Per questo molti anziani sono lasciati soli, i malati talvolta lasciati morire. Per questo anche noi facciamo fatica ad accompagnare gli altri nella debolezza e nella fragilità della vita, e davanti alla morte rimaniamo quasi privi di parole e di gesti di amicizia. La Chiesa nostra madre ci viene incontro e ci mette sulla bocca le parole da dire e il Vangelo della Passione del Signore ci insegna i gesti di compassione di cui il mondo ha bisogno.
Le parole sono innanzitutto quelle della preghiera. Oggi non si celebra la Santa Messa, perché la Chiesa celebra l’unico grande sacrificio, che ha salvato il mondo dalla morte eterna e dal peccato, quello del Signore Gesù sulla croce. Allora la preghiera si fa essenziale, semplice nella sua espressione. E’ la preghiera universale, nella quale la Chiesa raccoglie sotto la croce tutta l’umanità, senza distinzione di fede e di cultura, quasi ad annunciare che proprio dal venerdì santo possiamo ancora sognare di ricostituire l’unità della famiglia umana disgregata dal peccato. Infatti solo a partire dalla sofferenza di quel povero condannato e dei poveri del mondo si può sperare di tornare ad essere un’unica famiglia, e non uomini e donne frammentati dall’individualismo e dall’amore per se stessi. Poi la preghiera del “popolo mio”, nella quale il Signore stesso ci chiede come abbiamo potuto rispondere al suo amore appendendolo alla croce.: “Popolo mio, che male ti ho fatto? In che ti ho provocato? Dammi risposta”. Sono domande, cari fratelli, rivolte a ognuno di noi personalmente, perché siamo tutti responsabili della sua morte a causa del nostro peccato. Troppo spesso ci crediamo giusti e buoni, senza chiederci se non contribuiamo anche noi con l’indifferenza e l’egoismo ad appesantire la croce di Gesù. Infine l’adorazione della croce, davanti alla quale tutti ci inchiniamo, per imparare a fermarci e ad inchinarci davanti alle croci del nostro mondo.
Nel Vangelo della Passione troviamo i gesti da compiere per non abbandonare quell’uomo che soffre. Sono pochi secondo i Vangeli coloro che rimangono con Gesù. Pietro prova a restare con lui, ma viene preso dalla paura e nega di conoscerlo. Gli altri fuggono tutti. Fuggire davanti al dolore è la regola del nostro mondo, che lascia soli gli anziani e abbandona i sofferenti fino a togliere la vita quando si pensa che non vale più niente. Incontriamo un certo Simone di Cirene, un contadino che costringono a portare la croce di Gesù. Un gesto semplice, che egli non rifiuta. Portare la croce degli altri allevia il peso della propria e sostiene coloro che non ce la farebbero a portarla da soli. Poi troviamo alcune donne, che rimangono con lui fin sotto la croce. Tra loro c’erano Maria di Magdala, Maria Salome, la nostra patrona, insieme alla madre di Gesù. Sono deboli, ma vogliono bene a Gesù. Sanno che in lui ci sono perdono e misericordia. Come possono abbandonarlo nel momento della sofferenza? Sono mosse dalla stessa compassione che avevano visto in lui. La compassione e la misericordia si imparano accanto a chi soffre. I poveri in questo senso ci insegnano ad abbassarci e ad amare, lasciando da parte le paure e l’amore per noi stessi. Accanto alla sua croce ci sono altre due croci da cui pendono due ladri. Uno lo insulta, l’altro si rivolge a Gesù con una richiesta: “Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno”. A lui rispose Gesù: “In verità ti dico: oggi con me sarai nel paradiso”. E’ la vittoria dell’uomo della misericordia, che persino nel momento della sofferenza sa ascoltare la preghiera di qualcuno fino a promettere un cambiamento radicale del suo stato, dal profondo del peccato e della violenza – per questo era stato condannato – al paradiso, una vita che non finisce. Infine troviamo un soldato che si commuove e capisce chi è quell’uomo da come lo ha visto sulla croce. Dalla croce di Gesù si può cominciare a credere e a conoscere chi è quel condannato: è il Figlio di Dio. Dalla croce nasce anche qualcosa di nuovo per noi tutti. Da un discepolo e da una donna, la madre, comincia la vita di una fraternità segno dell’unità della famiglia umana. Solo da lì poteva iniziare qualcosa di assolutamente nuovo, la comunità dei figli della croce e della resurrezione, perché proprio lui, il crocifisso, sarà il primogenito di molti fratelli.
Cari fratelli, forse è un paradosso per il mondo, ma proprio oggi, il venerdì santo, mentre sembrava concludersi in modo ignominioso il destino di un crocifisso, prendeva inizio una storia nuova, quella dei discepoli di quell’uomo che non ha voluto salvare se stesso, ma il mondo. Con umiltà e mestizia, ma anche con gioia, prendiamo parte a questa vicenda, consapevoli di dover compiere una scelta personale: se stare vicini a quest’uomo che soffre continuando a guardare la croce o andarcene per fatti nostri, impauriti e presi da noi stessi. La Chiesa, nostra madre, ci chiede di restare sotto la croce prendendoci cura di lui e di tutti i crocifissi del nostro mondo, per annunciare il Vangelo della misericordia a tutti, perché il venerdì santo sia l’inizio di una nuova vita e di una nuova creazione.
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