
Dobbiamo continuare ad essere i loro testimoni nel nostro tempo”: è questo il monito che il Vescovo ha rivolto ai presenti al termine dell’incontro di ieri sera, a Frosinone, con la settantenne Rita Rita Prigmore, Sinta tedesca, scampata alle persecuzioni naziste e personalmente vittima delle sperimentazioni del dott. Menghele sui gemelli.
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Ascoltando la testimonianza di Rita Prigmore, donna zingara sopravvissuta agli esperimenti medici nazisti, torna in mente l’inizio di una bella canzone di De Andrè dedicata ai Rom: “Il cuore rallenta e la testa cammina”. Sì, il cuore rallenta e la testa cammina, mentre scorrono le foto che testimoniano le terribili persecuzioni a causa delle quali sono stati uccisi mezzo milione di Rom. Gli occhi degli studenti sono lucidi, il silenzio di una folla di giovani e giovanissimi mostra la partecipazione con cui venogono accolte le parole di questa donna energica. Tre incontri, a Frosinone, nella giornata di venerdì 15 febbraio: la mattina al Liceo Scientifico “Severi”, il pomeriggio con circa duecento ragazzi del catechismo presso la parrocchia del Sacro Cuore, la sera nella chiesa di Santa Maria Goretti gremita di famiglie e giovani. E così, al termine della giornata, si sono contati oltre mille partecipanti.
Rita proviene dall’etnia Sinti, un gruppo formato da famiglie zingare perfettamente integrate nella Germania, tanto che la loro presenza nelle città tedesche è attestata da prima del 1600. Per secoli dunque gli zingari hanno abitato nei centri urbani, in case e palazzi, svolgendo gli stessi mestieri di gran parte della popolazione. La madre di Rita era impiegata in una fabbrica di caramelle, ma anche cantante e ballerina, il padre violinista in un’orchestra famosa, i nonni artigiani, lo zio addirittura soldato motociclista nella scorta ufficiale di Hitler.
Gli zingari insomma non venivano percepiti né intrusi né ostili, fin quando l’ideologia nazista si impadronì dei cuori e delle menti di tanti, in Germania ed in Europa: interi popoli, scontenti per la crisi economica ed incapaci di convivere, individuarono la causa dei loro mali nella presenza di etnie diverse e si dedicarono al loro sterminio. Così i Sinti e i Rom vennero schedati, catalogati in base agli occhi, al naso o ad altri assurdi parametri, in una campagna non dissimile dalle recenti raccolte di impronte e di foto svoltesi anche in Italia. Furono poi classificati automaticamente come criminali asociali, istituendo un apposito corpo di polizia contro “la minaccia zingara”. Decine di migliaia vennero sterminati nei lager subito dopo il loro arrivo. I Sinti però attirarono l’interesse morboso del dott. Mengele e dei suoi collaboratori, che sfruttarono i parti gemellari per condurre “esperimenti”, al fine di creare una razza superiore particolarmente prolifica, con occhi celesti e capelli biondi. Rita, nata nel ’43, viene usata come cavia a sole sei settimane di vita, mentre la sorella gemella Rolanda non sopravvive, il suo corpicino viene abbandonato in un bagno dell’ospedale: entrambe le neonate hanno subito incisioni sul cranio ed altre sevizie. I genitori delle gemelle furono sterilizzati (molti moriranno per queste operazioni condotte senza anestesia o con una massiccia dose di radiazioni), ma la madre di Rita riuscì a battezzarla in segreto e a proteggerla dagli orrori dello sterminio.
La piccola sopravvive all’olocausto, portando inconsapevolmente le cicatrici nella sua testa: soffre molto a causa continui svenimenti e malori; le viene imposto di lasciare la scuola. Trasferitasi negli Stati Uniti, conosce la verità ormai da adulta: ancora una volta è costretta ad abbandonare gli affetti familiari e a ritornare in Germania, al fine di vedere ufficialmente riconosciute le persecuzioni e i conseguenti risarcimenti ad opera del governo tedesco.
La signora Prigmore ha potuto svolgere la sua visita a Frosinone per volontà del Vescovo e con la collaborazione dela Comunità di Sant’Egidio. Mons. Spreafico è intervenuto alla conferenza serale e ha sottolineato come il pericolo della mentalità razzista sia più vicino di quanto non si creda, e parte dalla predicazione quotidiana del disprezzo verso l’altro e si annida anche nella nostra terra. “Quanto sarebbe noioso e brutto un mondo di persone tutte identiche!”. I cristiani – ha concluso il vescovo – hanno l’obbligo di vigilare creando una cultura dell’integrazione e della pacifica convivenza tra genti diverse.
Oggi Rita non si stanca di raccontare le sue dolorose esperienze ai più giovani, mettendoli in guardia sulle terribili conseguenze del razzismo verso gli immigrati o gli zingari, chiedendo loro di costruire un futuro migliore. La sua testimonianza e quella di sua madre sono state registrate da Spielberg e custodite all’Holocaust Memorial di Washington. A quanti le hanno chiesto se non provi sentimenti di rancore o di vendetta, ha risposto serena e decisa: “Forgive, but not forget”. Perdonare, ma non dimenticare. Un compito affidato a quanti l’hanno ascoltata con interesse e commozione: “dobbiamo continuare ad essere i loro testimoni nel nostro tempo. Ciascuno di noi deve prendersi questo impegno” è stata l’esortazione conclusiva del Vescovo.
