
XXIX Domenica del Tempo Ordinario – Is 53,10-11; Eb4,14-16; Mc 10,35-45
Care sorelle e cari fratelli, concludiamo questi giorni di preghiera, riflessione e fraternità con questa solenne Celebrazione Eucaristica, con la quale come Diocesi diamo inizio all’Anno della Fede, tempo di grazia , in cui rinnovare la nostra adesione al Signore e il nostro impegno di cristiani nella Chiesa e nel mondo. Riscopriamo la gioia di essere un popolo, non un insieme di io separati e contrapposti, ma il “noi” del popolo di Dio radunato attorno al suo Signore. Benedetto XVI ha riproposto nella sua omelia dell’11 ottobre le parole del Beato Giovanni XXIII all’apertura del Concilio che ne spiegano il senso: «Questo massimamente riguarda il Concilio Ecumenico: che il sacro deposito della dottrina cristiana sia custodito ed insegnato in forma più efficace. (…) Lo scopo principale di questo Concilio non è, quindi, la discussione di questo o quel tema della dottrina… Per questo non occorreva un Concilio… E’ necessario che questa dottrina certa ed immutabile, che deve essere fedelmente rispettata, sia approfondita e presentata in modo che risponda alle esigenze del nostro tempo» (AAS 54 [1962], 790.791-792). Sì, cari fratelli, anche noi abbiamo bisogno in questo anno di riscoprire il valore, il senso, la bellezza del patrimonio di fede ricevuto per testimoniarlo in maniera rinnovata nel mondo di oggi.
Come abbiamo avuto modo di dirci ieri, non si può continuare a vivere da cristiani con abitudine, come se la domanda della conversione dei cuori riguardasse gli altri e non ognuno di noi, come se noi potessimo continuare ad accontentarci di quanto abbiamo fatto e facciamo, senza porci seriamente la domanda del cambiamento. Questa domanda è emersa ieri con chiarezza nella discussione dei gruppi di studio. Ringrazio tutti voi, che con dedizione e impegno avete voluto dare il vostro contributo a una comune ricerca di come convertirci a Gesù e di come ritrovare le parole per vivere e comunicare la fede. Ho visto in tutti la gioia di ritrovarsi, di parlarsi con amicizia, il desiderio di un rinnovamento, la voglia di rispondere di nuovo a quanto Gesù chiese ai discepoli: “Voi, chi dite che io sia?”. Chi è Gesù per noi, per le nostre comunità, per la nostra Diocesi, per la nostra vita personale, per il mondo in cui viviamo? La Chiesa ha ancora qualcosa di vero e di buono da dire al mondo in questi tempi difficili, dominati dalla dittatura del materialismo, dall’individualismo che innalza se stessi e pone il proprio interesse al di sopra di ogni altra necessità? Può ancora la vita cristiana essere una proposta credibile di quell’umanesimo di cui parlò Paolo VI alla fine del Concilio, quando disse: “L’antica storia del Samaritano è stata il paradigma della spiritualità del Concilio. Una simpatia immensa lo ha tutto pervaso. La scoperta dei bisogni umani…ha assorbito l’attenzione del nostro Sinodo. Dategli merito di questo almeno, voi umanisti moderni, rinunciatari alla trascendenza delle cose supreme, e riconoscerete il nostro nuovo umanesimo: anche noi, noi più di tutti, siamo i cultori dell’uomo.” Sì, cari amici, noi siamo i migliori cultori dell’uomo perché siamo i cultori di Dio, perché siamo amici e discepoli di Gesù. Noi abbiamo ancora molto da dire. Oggi dobbiamo avere coscienza di questo nella “desertificazione spirituale” del nostro mondo, di cui ha parlato Benedetto XVI nell’omelia di apertura dell’Anno della Fede. Il mondo ha bisogno dei cristiani, ha bisogno di noi, perché, nonostante i nostri limiti e il nostro peccato, noi possiamo continuare a vivere come il Buon Samaritano quella simpatia immensa per ogni uomo, a partire dai bisognosi e dai poveri, i disprezzati della terra.
Dobbiamo essere grandi, care sorelle e cari fratelli. Talvolta ci accontentiamo di un cristianesimo mediocre, fatto di abitudini, di tempi ristretti ritagliati per il Signore, senza desiderio di un di più, senza la gioia di una vita con gli altri. Gesù non disprezza il desiderio dei figli di Zebedeo, Giacomo e Giovanni, che avevano chiesto di avere i primi posti nel regno di Dio. I cristiani sono chiamati a essere grandi. Ma come? Gli altri discepoli si risentirono della pretesa di Giacomo e Giovanni, mostrando che tutti cercavano una grandezza per sé, volevano primeggiare, avere i primi posti per imporsi sugli altri ed essere ammirati, volevano un ruolo, un loro piccolo potere. La risposta del Signore è chiara e dovremmo averla sempre davanti agli occhi: “Voi sapete che coloro che sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi, sarà schiavo di tutti.”
La contrapposizione posta da Gesù è chiara: da una parte ci sono i governanti delle nazioni, dall’altra i suoi discepoli. Tra i discepoli l’unica grandezza possibile si può ottenere solo nell’essere “servitori” (“diakonos” è la parola greca) e addirittura “schiavi”. Gesù dice “tra voi”, cioè nelle vostre comunità. Riflettiamo su queste parole, cari fratelli. Quante volte tra noi cerchiamo una grandezza ben diversa, la stessa di quei discepoli, pretendendo un ruolo, riconoscimenti, attenzioni. E quando non li otteniamo, facciamo esattamente come di discepoli: ci irritiamo, ci rattristiamo, ci arrabbiamo con gli altri, magari con il parroco che non ha apprezzato le nostre qualità o il nostro impegno, creiamo inutili rivalità e guerre non dichiarate, cioè esattamente l’opposto di quanto Gesù ci chiede. Quanta amarezza e quanta divisione crea una ricerca sbagliata di grandezza e di ruoli. Imitiamo Gesù, che è venuto per servire e non per essere servito. Solo nell’umiltà del servizio, dell’attenzione agli altri, soprattutto agli ultimi e ai bisognosi, troveremo la gioia e saremo grandi davanti a Dio e agli uomini. Vedete, cari fratelli, come la dimensione della diaconia, del servizio, sia parte essenziale della vita cristiana, e non un’aggiunta di cui sono responsabili la caritas e i volontari. E, se posso suggerirvi un itinerario per imitare Gesù: cominciate ad amare e a servire gli ultimi, i bisognosi, i poveri, e imparerete ad essere servi di tutti, e quindi grandi. E gli altri vi riconosceranno dall’amore che avrete gli uni per gli altri e saranno attratti dalle vostre comunità. Il deserto spirituale infatti potrà fiorire a partire dall’amore reciproco, da una fede nutrita dalla preghiera e dalla parola di Dio, che si comunica con simpatia al mondo e diventa proposta di vita e di umanità. Cari amici, possa sgorgare da questa assemblea così bella e preziosa, un nuovo slancio missionario della nostra diocesi. Tutti potere esserne partecipi, dai ragazzi ai giovani, dagli adulti agli anziani. Oggi celebriamo con la Chiesa universale la giornata missionaria mondiale, a cui dedicheremo anche la colletta della Messa. Missione e nuova evangelizzazione sono due termini di un’unica dimensione del cristianesimo: comunicare al mondo con simpatia la gioia della vita cristiana perché tanti possano ritrovare nelle nostre comunità una risposta vera al bisogno di amore e di salvezza insiti nel cuore di ogni donna e ogni uomo. Penso a chi non ci frequenta, a chi vive con superficialità e saltuarietà la fede, ai giovani spesso lontani dalle nostre realtà, agli stranieri che talvolta ignoriamo. Mi auguro che ognuno di voi riscopra la passione di testimoniare a tutti con l’esempio e le parole il dono della fede che ha ricevuto nel Battesimo e di cui oggi insieme celebriamo la forza e la bellezza.
Amen
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