Omelia del Vescovo per la Solennità dell’Assunta 2012

Assunta

  
Care sorelle e cari fratelli,
   nel cuore dell’estate e di questo tempo difficile, la Chiesa nostra madre raduna i cristiani per celebrare la festa dell’Assunzione di Maria Vergine al cielo. Maria, pur avendo subito la morte come tutti, fu tuttavia subito portata in cielo, cioè accanto al Signore glorioso, quasi anticipando quanto avverrà ad ognuno di noi dopo la morte. In questo mondo, che ci abitua a guardare solo la terra, che ci vorrebbe tutti prigionieri del tempo che viviamo, impauriti per la precarietà del presente e le incertezze del futuro, siamo tutti tentati di chiuderci in noi stessi. Allora le relazioni diventano più difficili, crescono la rabbia, la tristezza, i litigi, le rivalità. Ci si lamenta delle cose che non vanno, ma poco ci si impegna personalmente per cambiarle.


   La festa di oggi ci traccia con chiarezza e semplicità un modo umano di vivere nei tempi difficili. Maria era una giovane donna, anche lei piena di paure e incertezze. Quando ricevette l’annuncio dell’angelo, fu turbata e espresse le sue incertezze. “Come è possibile?”, chiese. Ma poi si fidò. Sapeva che Dio non inganna, che la sua parola indica un futuro sicuro. “Non temere, Maria!”, rispose l’angelo di Dio. “Non temere”, non avere paura di rispondere con generosità al Signore che ti parla, non avere paura di mettere in pratica il Vangelo, di vivere da cristiano, amando Dio e il prossimo, e ribellandoti all’egoismo dilagante, che ci vorrebbe tutti più soli e meno solidali.

   Maria capì che se avesse ascoltato il Signore, sarebbe avvenuto qualcosa di straordinario nella sua vita e in quella del mondo. E così fu. Ella ci ha donato Gesù, il Figlio di Dio, il Salvatore. Ma tutto cominciò quel giorno a Nazareth, quando Maria disse il suo sì vincendo la paura, perché “niente è impossibile a Dio”. Tutti noi, piccoli o grandi che siamo, possiamo imitare Maria, possiamo dire il nostro sì al Signore, ascoltarlo. Anche se siamo fragili e incerti, il Signore può iniziare in noi qualcosa di grande, qualcosa che può cambiare la nostra vita e il mondo. Giovane donna, uscì dal suo villaggio, Nazareth, e si mise in viaggio “in fretta verso la regione montuosa”, per andare da Elisabetta e farla partecipe di quanto stava per compiersi in lei. Una giovane e un’anziana si incontrano. La giovane, più piena di energie, si mette in viaggio per visitare l’anziana. Nell’incontro tra loro ambedue riconoscono quanto il Signore ha operato in loro e gioiscono.

   Care sorelle e cari fratelli, è nell’incontro che noi riconosciamo l’amore di Dio, è nell’uscire da se stessi per condividere la propria vita con gli altri che nasce la gioia. Tanta tristezza è conseguenza della solitudine, dell’abbandono, dell’egoismo che separa dagli altri. Per questo la Chiesa è innanzitutto comunità, vittoria sulla solitudine e sull’individualismo, è comunione di donne e di uomini riuniti dall’amore di Dio. Solo assieme noi possiamo riconoscere le opere di Dio, lodarlo e ringraziarlo. Per questo siamo qui ogni domenica, per questo non rinunciamo anche nelle difficoltà ad incontrarci, a parlarci, ad aiutarci. Certo, divergenze e motivi di contrasto nascono talvolta anche in una comunità ecclesiale. Ma guai a farne il senso della propria vita. Guai a pretendere dagli altri che si pieghino alle nostre idee e abitudini. Quanta tristezza constatare come anche nelle nostre comunità non si riescano a superare le normali diversità di convinzioni e di abitudini. Riconosciamo come Maria ed Elisabetta quanto Dio compie ogni giorno nella nostra vita, e il nostro incontro con gli altri sarà una continua lode a lui e non una rivendicazione delle nostre ragioni, un lamento e una critica agli altri. Soprattutto oggi abbiamo bisogno di donne e uomini come Maria, che sanno uscire da se stessi e mettersi in viaggio per andare a visitare chi è più debole e bisognoso. Ci sono tanti anziani, tante donne e uomini che aspettano persone come Maria, che siano per loro di consolazione e di speranza. Ma anche Elisabetta aiutò Maria, la quale riconobbe con maggiore chiarezza l’amore di Dio nella sua vita e proruppe in quel canto così bello, il Magnificat.

   Nel Magnificat tutto è rovesciato. Infatti non sono i superbi, i potenti, i ricchi, che realizzano se stessi, come ci insegna questo mondo, ma gli umili, gli affamati, i poveri, protetti e amati da Dio. Così proclama Gesù stesso nelle Beatitudini. Ben due volte si parla di umiltà. Maria stessa afferma che il Signore “ha guardato l’umiltà della sua serva”. Oggi c’è poca umiltà e molta superbia. L’individualismo, l’abitudine a pensare a se stessi e a fare da soli rende tutti più orgogliosi. La superbia crea solo tanta amarezza e divide dagli altri. Ricordiamoci che il peccato originale fu un peccato di superbia: l’uomo e la donna scelsero di ascoltare il serpente, l’idolo, il diavolo, e non il Signore. Fu il più grande peccato, che continua ad essere la radice di ogni peccato, tanto che viene ereditato di generazione in generazione. Per questo Maria è l’umile. Per questo Dio disperde i superbi, rovescia i potenti dai troni, e innalza gli umili. L’umile guarda agli altri con misericordia, li accoglie con simpatia, li ascolta con comprensione e pazienza, perché non si sente superiore, non impone se stesso, non vuole vincere, non disprezza nessuno. Sa che ciò che in lui c’è di buono, è dono di Dio. Solo l’umile è un vero cristiano, perché solo lui sa ascoltare Dio che gli parla. Maria ed Elisabetta sono due donne umili, che nel loro incontro non parlano di se stesse, come spesso facciamo noi per esaltarci o per lamentarci, ma parlano dell’opera di Dio e del suo amore.

   Care sorelle e cari fratelli, facciamo dell’umiltà la regola della nostra vita. Da umili costruiamo amicizia, visitiamo gli anziani e aiutiamo chi soffre, evitiamo i frutti amari della divisione, contrastiamoli con la pazienza dell’amore. Elisabetta disse a Maria: “Beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto”. Anche noi saremo beati, cioè felici, se crederemo nel Vangelo che ascoltiamo e se lo metteremo in pratica. Abbiamo ascoltato nella prima lettura dal Libro dell’Apocalisse di una donna che ha dato alla luce un figlio, la cui vita viene però minacciata dal potere del male, il drago rosso. Quella donna è la comunità dei credenti, la Chiesa, ed anche Maria immagine della Chiesa. Il potere del male ci insidia ogni giorno, vorrebbe che noi cedessimo, lo ascoltassimo, ci vorrebbe tutti individualisti, tutti soli, tutti forti di noi stessi. Il male è forte nel mondo e insidia anche la nostra vita. Come Dio ha protetto la vita di suo Figlio, così proteggerà la nostra, mantenendoci nell’unità e nell’amore della Chiesa, la famiglia di Dio. Non dobbiamo avere paura di ascoltarlo, di vivere nella comunione e nell’unità di questa famiglia di cristiani, perché solo insieme e nella concordia potremo resistere al male facendo il bene. La Vergine Maria, Madre di Dio e Madre nostra, ci protegga, ci sostenga nelle difficoltà, ci allarghi il cuore per vivere nell’amore e rendere lode a Dio in ogni momento della nostra vita.

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