
2 Corinzi 4,13-5,1; Mt 5,1-12a
Cari fratelli e care sorelle, cari sacerdoti e familiari di don Carlo,
siamo nella parrocchia dove don Carlo ha svolto per ben 42 anni il suo ministero come parroco e dove è ricordato come sacerdote esemplare. Aveva compiuto 92 anni nel mese di gennaio. La sua morte ci rattrista, ma nello stesso tempo la serenità di don Carlo anche nella sofferenza degli ultimi giorni ci aiuta a comprendere che cosa conta nella vita e forse a distaccarci un po’ da noi stessi, da quella fretta angosciosa che ci porta lontano e divide, e ci insegna a vivere in maniera più essenziale e sobria, meno pieni di noi stessi perché pieni dell’amore di Dio. Don Carlo è stato un uomo di Dio, perché uomo di preghiera. Da lì viene tutto. Viene la serenità nel dolore, la forza nella debolezza, la cordialità e la simpatia anche davanti alle incomprensioni, la premura per gli altri, soprattutto l’amore e la cura per i sofferenti e i poveri. Tutti lo ricordano nelle sue visite ai malati, quando portava la comunione in ospedale, quando aveva sempre qualcosa per chi stendeva la mano per chiedere aiuto nel bisogno, assieme al suo affetto per l’Unitalsi e Siloe, che spesso accompagnava in pellegrinaggio a Lourdes.
Ha davvero ragione l’apostolo Paolo quando scrive ai Romani: “Se anche il nostro corpo esteriore si va disfacendo, quello interiore invece si rinnova di giorno in giorno”. Talvolta il mondo ci abitua a un’idea di eterna giovinezza, unita a un senso di onnipotenza. Ci si abitua a non pensare, a non fermarsi, a non pregare. Tanto, si dice, c’è sempre tempo. La preghiera ci dona la giusta dimensione di noi stessi e ci riporta al senso vero della vita e delle cose che contano. Senza una vita nutrita dalla preghiera la debolezza e la malattia ci fanno paura in noi e negli altri. Per questo gli anziani sono lasciati spesso soli quando non abbandonati in un istituto. Se non rinnoviamo l’uomo interiore di giorno in giorno con la preghiera, quando quello esteriore si indebolirà, ci prenderà la paura e la tristezza, come se tutto finisse con la forza del corpo e l’autosufficienza. Continua l’apostolo: “Infatti il momentaneo, leggero peso della nostra tribolazione ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria: noi non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili, perché le cose visibili sono di un momento, quelle invisibili sono eterne”. Ci sono tribolazioni, esistono momenti difficili. Oggi per tanti è un tempo difficile. Ma possiamo non scoraggiarci se saremo uomini e donne di preghiera, che sanno fermarsi, meditare, leggere le Scritture. Bisogna fissare lo sguardo sulle cose invisibili, non su se stessi e sui propri interessi. Don Carlo ha fissato lo sguardo sulle cose invisibili. Me lo ha detto chiaramente qualche giorno prima che perdesse conoscenza: mi sto preparando….. Lui già fissava lo sguardo sulle cose invisibili ed eterne, così si è addormentato nel Signore.
Lo spirito di preghiera fa uscire da se stessi, spinge verso gli altri, rende umani. Così don Carlo non ha mai smesso di essere un sacerdote generoso anche dopo la cessazione del suo ufficio di parroco. Tornato a Boville, dove a lungo era stato cappellano delle Teresiane, negli ultimi anni celebrava e confessava regolarmente nel monastero delle Benedettine. Distaccato dal denaro, era generoso e attento al bisogno di coloro che si presentavano in parrocchia, ma anche ai bisogni della Diocesi, soprattutto del seminario, che cercava di aiutare anche economicamente. Aveva un senso profondo e concreto dell’obbedienza, che gli veniva da uno spirito umile. Infatti solo l’umiltà insegna l’obbedienza. Care sorelle e cari fratelli, la morte è sempre uno strappo, conseguenza del potere del male, che ci vuole strappare dal Dio della vita. Ma noi siamo uomini e donne del risorto. Tuttavia siamo chiamati a vivere questa nostra realtà già fin d’ora, volgendo il nostro sguardo verso Dio, fissandolo sulle cose invisibili.
Lo chiese Gesù a quella folla che lo seguiva sul lago di Galilea, proclamando le Beatitudini. Quel “beati” rimanda al Regno di Dio, ma insieme ci descrive la realtà bella e gioiosa di uomini e donne felici, perché poveri, afflitti, miti, assetati e affamati di giustizia, misericordiosi, puri di cuore, operatori di pace, perseguitati per causa della giustizia e del Signore. Come è possibile, ci chiediamo increduli. Come è possibile non maledire la povertà e non disprezzare i poveri? Come vivere nell’afflizione? Come essere miti in un mondo prepotente e violento? Come cercare la giustizia quando è naturale noi per primi sentirci vittime di ingiustizia? Come essere misericordiosi davanti a chi non usa misericordia? Come vivere con il cuore puro, quando i cuori sono pieni di sentimenti ostili, di rabbie e rancori? Come operare la pace se sembra che gli altri vogliono la guerra e si presentano in maniera ostile? Come perseguire la giustizia senza imbrogli e con coerenza? Cari fratelli, diveniamo uomini e donne di preghiera, meditiamo le Sante Scritture, innamoriamoci della parola di Gesù, e tutto questo diverrà possibile e saremo un modello di umanità, a cui gli altri guarderanno in questo tempo difficile. Il mondo non ha bisogno oggi di eroi, che cerano ammirazione e consenso per le loro imprese; ha bisogno di uomini e donne che fanno cose straordinarie nell’ordinarietà della vita, vivendo l’amore di Dio in maniera semplice, fedele, gratuita. Don Carlo ci dice che è possibile. Lui era un uomo semplice, possiamo dire. Eppure ci ha dato un esempio di come nella fedeltà al Signore e alla propria vocazione possiamo essere straordinari nell’amore. Forse non un gran predicatore, ma la sua vita era una predica costante. Tanti lo ricordano per le caramelle che distribuiva a quelli che incontrava. Può sembrare una cosa banale, un po’ da bambini. Eppure era un gesto di attenzione, di gratuità. Dal dono semplice si può riconoscere un animo bello e buono.
Cari fratelli, chiediamo al Signore che, mentre accoglie don Carlo nella pace del suo regno, consoli i suoi familiari, renda tutti noi più uomini di Dio, uomini di preghiera, che sanno diffondere il profumo dell’amore nel difficile mondo di oggi. Vedete, don Carlo ha aiutato noi sacerdoti anche riscoprire la gioia della fraternità e dell’attenzione reciproca. Negli ultimi giorni è stato vegliato in ospedale, quando aveva perso conoscenza, da tanti sacerdoti che si sono alternati giorno e notte, assieme ai familiari. Vi ringrazio per questo. Quanto è bello e dà gioia che i fratelli si sostengano nel dolore. Ma non aspettiamo il momento della difficoltà. Viviamo già oggi quell’amicizia e solidarietà che fanno bella la vita e rendono migliore il mondo.
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