
Care sorelle e cari fratelli,
è sempre una gioia profonda celebrare la festa della nostra patrona, Santa Maria Salome. La tradizione relativa a questa donna, per quanto difficile da decifrare, ci riporta agli inizi della predicazione cristiana, fino a quelle donne che seguivano Gesù e lo servivano, come ci attestano i vangeli. Maria Salome ci rivela la concretezza e l’accessibilità a tutti della vita cristiana. Allora sappiamo che le donne non avevano un ruolo nella società al pari degli uomini. Eppure furono proprio loro a seguire Gesù durante la passione fin sotto la croce. E furono ancora loro per prime a ricevere l’annuncio della resurrezione. Nella fragilità e nel bisogno, seguendo, ascoltando e servendo Gesù, scoprirono la tenerezza dell’amore di Dio, vennero guarite dal demone della paura e di una vita nel peccato, gustarono la gioia del perdono e poterono rinascere a una nuova umanità. Anche noi, care sorelle e cari fratelli, abbiamo bisogno di donne come loro, pronte ad ascoltare e a servire il Signore, libere dalla schiavitù dell’individualismo e dell’orgoglio, gioiose di vivere con Gesù nella Chiesa nostra madre. Di donne così ne ha bisogno la Chiesa, ma anche il mondo, soprattutto in questo tempo difficile, dove la paura e lo spaesamento si impadroniscono dei cuori e costringono a vivere per se stessi, rendendoci più soli e tristi.
Abbiamo bisogno di donne che sappiano essere madri innanzitutto dei loro figli, aiutandoli a crescere nello spirito buono di Gesù, ma anche madri di tanti piccoli e giovani che non hanno trovato nessuno a cui confidare le aspirazioni e le paure della loro vita. Nella catechesi, a cui tante di voi si dedicano, potete comunicare il Vangelo della tenerezza di Dio, ma anche insegnare a viverlo contrastando la prepotenza e la violenza, che nascono e crescono nei cuori, quando non vengono combattute. Abbiamo visto nell’attentato alla scuola di Brindisi che cosa provoca la violenza! Sia vostra la sollecitudine di Marta che serviva il Signore, ma soprattutto scegliete la parte migliore come la sorella Maria, che ai piedi di Gesù lo ascoltava. Sia vostra la tenerezza di quella donna che a Betania unse il corpo di Gesù preparandolo per la sepoltura. Sia vostra la fedeltà delle donne che non abbandonarono Gesù nel momento del dolore, mentre i discepoli erano fuggiti. Sono tanti gli uomini e le donne sofferenti, di cui nessuno si prende cura. Ungete con l’olio della misericordia le ferite del dolore, della solitudine, dello smarrimento e della rassegnazione. So che diverse di voi si prendono cura di anziani soli o in istituto. Vi ringrazio di questo gesto di amore. Quando andate da loro è come se andaste da Gesù, perché nel volto dei piccoli e dei poveri si nasconde il suo volto. Sia vostro infine l’amore della Vergine Maria per il Figlio Gesù, di cui fu discepola prima ancora di essere madre, perché ascoltò la voce di Dio fin dal primo istante e fu fedele fino alla fine, tanto da divenire tenera Madre di noi tutti.
La lettera di Paolo ai Filippesi è come una guida a rivestirsi dell’umanità di Gesù, che Santa Salome e le donne del Vangelo hanno conosciuto. “La vostra affabilità sia nota a tutti”, sono le prime parole dell’apostolo, come per darci un programma di vita. Si vive sempre nella fretta e si diventa scontrosi, freddi, antipatici, litigiosi, prepotenti. L’affabilità nasce da donne e uomini che affidano le loro angustie al Signore: “Non angustiatevi per nulla, ma in ogni necessità esponete a Dio le vostre richieste, con preghiere, suppliche e ringraziamenti, e la pace di Dio…custodirà i vostri cuori”. Ci sono molti motivi di angustia nella vita di ogni giorno, soprattutto in questo tempo di crisi. Talvolta ci portiamo nel cuore preoccupazioni e problemi senza parlarne e senza confidarci con nessuno per paura di mostrare la nostra debolezza. Nelle angustie non lamentiamoci e non incolpiamo sempre gli altri. Affidiamoci al Signore. Prendiamo in mano la Bibbia, preghiamo con un salmo, apriamo il Vangelo, rivolgiamoci al Signore, perché la preghiera dona la pace al cuore e libera dall’angustia o almeno allevia il cuore dalla pesantezza che sentiamo e da cui sembra impossibile liberarci.
“In conclusione – dice Paolo – tutto quello che è vero, nobile, giusto, puro, amabile, onorato, ciò che è virtù e merita lode, questo sia oggetto dei vostri pensieri”. Queste parole, se messe in pratica, hanno la capacità di liberare la mente e il cuore da pensieri e sentimenti malevoli, dal giudizio facile, dalle rivendicazioni e dalle pretese, dall’abitudine a guardarci in modo scontato, senza apprezzarci vicendevolmente e senza volerci bene. Sì, impariamo a cercare anche negli altri ciò che è vero, nobile, giusto, puro, amabile, onorato, e saremo tutti migliori e più umani. Anche santa Salome aveva delle pretese, soprattutto per i suoi figli. E quale madre non ne avrebbe! Voleva da Gesù che fossero i primi nel regno di Dio. Quante volte si pretendono i primi posti nella vita, persino nelle nostre realtà ecclesiali. Ci si affanna per il primo posto, si lotta per ottenerlo e sopravanzare gli altri. C’è gente che non si accontenta mai. Anche se si desse loro il posto migliore, non sarebbe ugualmente contenta. La gioia infatti è conseguenza dell’umiltà e non della pretesa di essere al primo posto. Gesù tuttavia, vedete, non disprezza quella richiesta. Non è male in sé desiderare i primi posti. Ma esiste una condizione: “Potete bere il calice che io bevo?”, chiede il Signore ai due discepoli che avevano messo avanti la madre per non esporsi personalmente. Che significa? “Siete pronti a partecipare alla mia sofferenza, alla fatica del sacrificio, del dono di sé, della rinuncia alla violenza?” Sì, perché per ottenere il primo posto si fanno tante piccole e grandi violenze e ingiustizie. Questo chiede il Signore anche a noi. Per questo, se vogliamo essere primi e grandi, facciamoci servi degli altri, come Gesù ebbe a dire ai discepoli che discutevano su chi fosse il più grande.
Care sorelle e cari fratelli, ciò non è istintivo, non è naturale, non è da donne e uomini del mondo, ma è da donne e uomini di Dio, che sono forti non di se stessi, ma dell’amore e della forza che vengono da lui. Così fu Maria Salome. Così furono le donne che accompagnavano il Signore. Così fu la Vergine Maria. Tutte ascoltarono non se stesse, non diedero ragione alle loro paure, non si lasciarono imprigionare dalle angustie, ma semplicemente seguirono Gesù e nell’amicizia per quell’uomo, Figlio di Dio, divennero parte di un popolo di donne e uomini umili, discepoli del Signore della vita, che ha vinto la morte e ha dato inizio a un tempo nuovo per ciascuno di noi e per il mondo. Ringraziamo il Signore per averci dato questa donna del Vangelo come patrona. Seguiamola, imitiamola, diveniamo cristiani maturi, non sempre bambini alla ricerca di soddisfazioni per sé, ma grandi nell’amore reciproco e nel servizio ai piccoli e ai poveri, come Maria Salome, madri di tenerezza e di amore per tanti.
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