
Care sorelle e cari fratelli,
questa sera con mestizia e compunzione seguiamo il Signore mentre si incammina verso la croce. Ci uniamo alle donne che stavano con lui, vorremmo aiutare Gesù come Simone di Cirene a portare almeno per un tratto la croce. Su questa strada incontriamo i crocifissi del nostro mondo: i poveri, i malati e i sofferenti, le donne e i bambini sfruttati e venduti, i carcerati e i condannati a morte, coloro che sono colpiti dalla violenza e dalla guerra, gli immigrati che continuano a morire nel Mediterraneo. Sono tanti, milioni e milioni.
Non siamo soli nella via Crucis che si snoda per le vie delle nostre città e dei nostri paesi. Un lungo corteo ci accompagna. Gesù è davanti a noi tutti. Ci precede nel dolore e nella morte ingiusta, lui che “si è caricato le nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori”, perché “per le sue piaghe noi potessimo essere guariti”, come annuncia il libro di Isaia. Il Venerdì Santo, giorno dimenticato dalla nostra società che allontana il dolore e ne ha paura, ci libera dall’illusione della forza e in qualche modo ci costringe a fermarci accanto ad un uomo sofferente per comprendere il senso della sua e della nostra vita. La fede infatti non ci sottrae alla realtà della debolezza e della fragilità, bensì ci aiuta a cercare una forza diversa da quella della prepotenza e della violenza del mondo, del dominio del denaro e del successo, dell’apparenza invece della profondità, dell’egoismo invece della gratuità. Per questo nella celebrazione di oggi noi ci rivolgiamo a Dio con la preghiera universale, nella quale preghiamo per tutti, anche per i non cristiani. C’è davvero un senso universale nella vicenda della Passione di Gesù Cristo, che in maniera misteriosa raggiunge tutti gli uomini e persino l’intera creazione.
Oggi vorremmo lasciare da parte il nostro modo ristretto e particolare di guardare le cose e gli altri. Il mondo non finisce nei nostri paesi e nelle nostre città, non si conclude negli impegni e nelle faccende di ogni giorno, neppure nelle nostre sofferenze e nelle difficoltà della vita, tanto meno nella ricerca del proprio interesse magari a scapito degli altri. La Passione del Signore ci riporta in mezzo ai dolori e ai gemiti del mondo. Ascoltiamoli! Non nascondiamoci come Pietro, non andiamocene per paura come gli altri discepoli. Non uniamoci alla folla addossando a qualcuno, magari un familiare o un vicino, un immigrato o un rom, l’insoddisfazione o la rabbia della nostra vita. Oggi siamo posti davanti a una scelta, non possiamo rimanere indifferenti, perché l’indifferenza davanti al male, al dolore, all’ingiustizia, alla violenza, diventa complicità. Vogliamo stare con Gesù in questo Venerdì Santo e nella nostra vita o preferiamo andarcene per fatti nostri? Vogliamo uscire da questa Chiesa come siamo entrati, senza chiederci come essere diversi, migliori, come cambiare il cuore, come stare accanto a chi soffre e a chi ha bisogno? Scegliamo di ascoltare il Signore invece di noi stessi e di mettere in pratica la sua parola? Il Venerdì Santo impone una scelta e chiede un impegno, liberandoci dall’abitudine a lamentarci incolpando gli altri delle nostre insoddisfazioni senza assumerci le nostre responsabilità, come fece Pilato davanti a Gesù. Non trovò in lui nessuna colpa, ma non scelse di prendere le sue difese fino in fondo. Ci provò, ma prevalse il suo tornaconto e la paura di perdere un po’ del suo potere. Spesso il nostro mondo si comporta come Pilato: accetta l’ingiustizia e la violenza come se fosse normale, parte della storia, inevitabile. E così il mondo peggiora e la società si imbarbarisce.
Care sorelle e cari fratelli, dalla Passione di Gesù viene una richiesta di umanità. Bisogna vivere in maniera umana, mite, buona, senza violenza, senza prepotenza, come Gesù, mite e umile di cuore. Pilato disse presentando il Signore alla folla che lo voleva crocifiggere: “Ecco l’uomo”. Sì, Egli è l’uomo vero, l’immagine autentica di ogni uomo, creato a immagine e somiglianza di Dio, proprio perché partecipe della sua misericordia, della sua bontà, del suo amore immenso. Se vogliamo realizzarci, essere uomini e donne veri, siamo come lui, imitiamolo! Il Papa Paolo VI nell’omelia a conclusione dell’ultima sessione del Concilio Vaticano II ebbe a dire: “L’antica storia del Samaritano è stata il paradigma della spiritualità del Concilio. Una simpatia immensa lo ha tutto pervaso. La scoperta dei bisogni umani ha assorbito l’attenzione del nostro Sinodo. Dategli merito di questo almeno, voi umanisti moderni, rinunciatari alla trascendenza delle cose supreme, e riconoscerete il nostro nuovo umanesimo: anche noi, noi più di tutti, siamo i cultori dell’uomo”. Cari fratelli, proprio il Venerdì Santo, davanti alla sofferenza e alla morte dell’unico giusto, siamo chiamati ad essere uomini come lui, testimoni del nuovo umanesimo che affonda le radici in una fede profonda, che si fa preghiera, si esprime in una simpatia immensa per ognuno, per vincere il male con il bene, la violenza con la mitezza, l’odio e l’inimicizia con la bontà e con la gratuità dell’amore. Nella Passione diventiamo tutti Buoni Samaritani, che imparano a fermarsi accanto alle ferite di tanti uomini e donne colpiti dal dolore e dalle difficoltà. Gesù stesso è il primo Buon Samaritano, colui che si è fermato accanto ai malati e li ha guariti nel corpo e nello spirito e che ogni giorno si accompagna anche a noi per aiutarci.
Nel racconto della Passione pur nella sofferenza Gesù si preoccupa della madre e dell’unico discepolo che lo aveva seguito fin sotto la croce e “disse alla madre: «Donna, ecco tuo figlio», poi disse al discepolo: «Ecco tua madre». E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé”. Sotto la croce nasce la Chiesa, quella comunità di donne e uomini di cui siamo parte. Oggi Gesù ce la indica di nuovo: “Ecco tua madre”. Siamo tutti pronti a criticare questa madre, talvolta ne prendiamo le distanze, perché ne vediamo i limiti ed anche il peccato, altre volte ci tiriamo fuori con orgoglio dalla sua vita, perché preferiamo fare da soli e seguire noi stessi. Eppure essa è nostra madre, è il luogo dove vivere con Gesù, è il popolo a cui noi siamo affidati, non tanti io separati, ma un’unica famiglia, un unico corpo. Invece di lamentarci, assumiamoci la responsabilità di accoglierla nella nostra vita, come fece l’apostolo Giovanni, di amarla come una madre, perché solo in essa siamo continuamente generati come figli. Senza la Chiesa ci perderemmo dietro noi stessi. Per questo siamo qui oggi e almeno ogni domenica. Per questo sotto la croce ritroviamo quell’unità per cui il Signore ha pregato prima di essere arrestato e condannato. Amiamo questa madre, edifichiamola con la preghiera, con le opere e con l’esempio, perché possa generare al Signore altri figli. In questo Venerdì Santo, come l’apostolo Giovanni, riscopriamo il suo amore e accogliamola di nuovo nella nostra vita.
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