Omelia S. Messa del Crisma – 4 aprile 2012

oli santi

Cattedrale di Santa Maria – Frosinone

C
ari sacerdoti, cari fratelli e sorelle,

durante il cammino verso la croce Gesù desiderò stare con i discepoli più di ogni altro momento. “Ho tanto desiderato mangiare questa pasqua con voi”, aveva detto loro all’inizio dell’ultima cena. Sì, il Signore desidera stare con noi, suoi discepoli di questo tempo e ministri della sua grazia e del suo perdono.




Egli conta su di noi, come contò su quei discepoli, anche se poco dopo lo avrebbero tradito, rinnegato, abbandonato. Non credo siamo diversi da loro. Anche noi, cari sacerdoti, viviamo i nostri tradimenti, anche noi lo abbandoniamo quando smettiamo di ascoltarlo perché preferiamo ascoltare noi stessi, convinti delle nostre ragioni a cui facciamo fatica a rinunciare, perché spesso il mondo abitua alla vittoria dell’io invece che alla forza dell’umiltà. Eppure Gesù ci ha chiamato al suo servizio. E oggi ciascuno dovrebbe rileggere la storia della sua chiamata riconoscendo la grazia abbondante che Dio ha riversato nella sua vita.
La liturgia di oggi infatti parla di grazia, la gratuità dell’amore di Dio. Ne parla l’Apostolo Giovanni: “Grazia e pace da Gesù Cristo”. La annuncia il profeta, quando proclama l’anno di grazia del Signore. E Gesù stesso riprende la parola profetica nella sinagoga di Nazareth, cambiando però profondamente il messaggio di Isaia. Infatti alla proclamazione dell’anno di grazia non segue, come nel testo profetico, l’annuncio della vendetta. Abbiamo bisogno di grazia, cari fratelli e care sorelle. Di vendette e di inimicizie ce ne sono fin troppe. E sovente ci si abitua alla logica della vendetta, che diviene rivendicazione, rancore, rabbia, litigio, antipatia, giudizio e disprezzo. E’ una logica del tutto estranea a Gesù, come ci rivela ancora una volta il Vangelo della Passione, dove si manifesta l’amore estremo del Signore, mite e umile di cuore, di fronte a tanta violenza che si abbatte su di lui. I discepoli fecero fatica a capire e a condividere il suo modo di vivere gratuito. Giuda lo tradì. Un altro di loro, Simon Pietro secondo l’evangelista Giovanni, estrasse la spada e colpì il servo del Sommo Sacerdote. Tutti dopo l’arresto “lo abbandonarono e fuggirono”. Solo alcune donne rimasero con il Signore fin sotto la croce. Tra loro c’era anche Maria Salome, la nostra patrona. Proprio all’inizio della narrazione della Passione alcuni si infastidirono e si “infuriarono” per il gesto del tutto gratuito di una donna che aveva versato del profumo prezioso sul capo di Gesù. Forse spesso ci si chiede: come è possibile vivere l’amore gratuito? Come non pretendere dagli altri di essere contraccambiati? Come perdonare quando non si è perdonati? Amare quando non si è amati? Dimenticare i torti subiti? Mettere in discussione le proprie ragioni? Donare quando non si è ricambiati? Sono le domande di ogni giorno, le cui risposte fanno la vita cristiana, come ci testimoniano i martiri.

La Liturgia di oggi ci immette nel mistero della grazia di Dio, che viene comunicata attraverso i sacramenti. Nonostante il nostro peccato e la prepotenza dell’io, per grazia noi sacerdoti siamo costituiti ministri della grazia di Dio, dispensatori dei suoi doni. Ma siamo noi per primi ad essere graziati, perdonati, ammessi alla presenza misericordiosa del Signore. Non dobbiamo mai dimenticare questo dono che ci viene rinnovato ogni giorno nella celebrazione della Santa Messa. Gli oli santi che oggi vengono consacrati, l’olio degli infermi, l’olio dei catecumeni, il santo crisma, ci ricordano che tutto viene da Dio, che la nostra forza è in lui e che essa ci viene comunicata in Cristo Gesù mediante lo Spirito Santo. Attraverso i sacramenti dell’iniziazione cristiana diventiamo parte dell’unico corpo che è la Chiesa, non più tanti io separati e indipendenti, ma l’unico popolo di Dio, un noi di donne e uomini costituiti in alleanza con il Signore. E noi presbiteri con il sacramento dell’ordine diveniamo con gli altri sacerdoti un presbiterio, che con il Vescovo è chiamato ad essere il primo segno di quell’unità e di quella comunione per cui Gesù ha pregato proprio prima della Passione. Quanto è prezioso il dono dell’unità, sorelle e fratelli, in un mondo che fatica a trovare le ragioni per una convivenza pacifica, dove ogni giorno si insinuano nei cuori motivi di divisione e di inimicizia, dove la ricerca del proprio interesse inquina la vita sociale e politica, mentre la sete di denaro e di guadagno è all’origine di tante ingiustizie e di tanta povertà.

Vorrei tornare di nuovo sugli oli che oggi vengono benedetti. Il primo è l’olio per l’Unzione degli infermi. Esso ci ricorda la sofferenza di tante donne e uomini, di cui Gesù si prende cura. La sua stessa vita terrena fu segnata dall’incontro con i malati che accorrevano a lui numerosi. E le guarigioni furono la manifestazione del Regno di Dio in mezzo agli uomini. Vorrei ringraziare tutti coloro che nella nostra Diocesi si prendono cura dei malati e dei sofferenti in vario modo, a cominciare dai sacerdoti e dai ministri straordinari dell’Eucaristia, che ogni mese confortano i malati portando loro la comunione, per giungere fino a coloro che visitano i malati e gli anziani in ospedale, negli istituti o a casa, come anche l’Unitalsi e Siloe che sostengono con la cura e l’amicizia molti nostri fratelli e sorelle più deboli e che mi piacerebbe lavorassero più in unità, come è nel desiderio di tanti di loro. Vorrei chiedervi oggi di pregare in particolare per i sacerdoti malati, soprattutto coloro che si trovano in ospedale, don Giovanni Giralico parroco della Cattedrale, P. Michele parroco della Madonna della Neve, P. Giovanni parroco di San Gerardo, e don Carlo Cervini.

Poi sarà benedetto l’olio dei catecumeni, che ci ricorda coloro che si avvicinano alla vita cristiana, a cominciare dai bambini. Vorrei perciò richiamare la vostra attenzione sulla necessità di guardare a tutti coloro che non hanno ancora conosciuto la vita cristiana. Ce ne sono anche in mezzo a noi. Dobbiamo imparare a cogliere nel disorientamento generale il bisogno di Dio. Ho sottolineato più volte che la Chiesa senza missione si inaridisce e muore. Non basta conservare quello che abbiamo, ripetere le tradizioni e le devozioni. Chi vive con la paura di perdere quello che ha, è certo che lo perderà. C’è bisogno di una nuova passione missionaria. Esiste poi una fame e una sete della parola di Dio anche nei battezzati, che chiede risposte nuove, nuovi linguaggi, diverse attenzioni. Si deve pensare a una sorta di nuovo catecumenato per permettere a tutti di riscoprire la gioia e la bellezza della vita cristiana. Penso ai giovani e alla necessità di incontrarli, di ascoltarli, di dare loro risposte vere, piene della saggezza e dell’umanità evangeliche. Sono persone bisognose di orientamento, di amicizia, di ascolto, come ho potuto constatare negli incontri che ho cominciato a fare con diversi studenti delle scuole superiori.

Infine benediremo il crisma. Così ha commentato Benedetto XVI la benedizione del crisma lo scorso anno a San Pietro: “È l’olio dell’unzione sacerdotale e di quella regale, unzioni che si riallacciano alle grandi tradizioni d’unzione dell’Antica Alleanza…La liturgia di oggi collega con quest’olio le parole di promessa del profeta Isaia: “Voi sarete chiamati ‘sacerdoti del Signore’, ‘ministri del nostro Dio’ sarete detti” (61,6). Con ciò il profeta riprende la grande parola di incarico e di promessa, che Dio aveva rivolto a Israele presso il Sinai: “Voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa” (Es 19,6). Nel vasto mondo e per il vasto mondo, che in gran parte non conosceva Dio, Israele doveva essere come un santuario di Dio per la totalità, doveva esercitare una funzione sacerdotale per il mondo. Doveva portare il mondo verso Dio, aprirlo a  Lui. San Pietro, nella sua grande catechesi battesimale, ha applicato tale privilegio e tale incarico di Israele all’intera comunità dei battezzati, proclamando: “Voi (invece) siete stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere ammirevoli di lui, che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua luce meravigliosa. Un tempo voi eravate non-popolo, ora invece siete popolo di Dio” (1Pt 2,9s).”

Care sorelle e cari fratelli, siamo parte di un popolo sacerdotale, chiamato ad avvicinare gli uomini a Dio. Oggi viene chiesto ad ognuno di noi di vivere questa consapevolezza e di riscoprire il valore e il senso di questa appartenenza e di questa missione, a cui Dio ci ha destinati in Cristo. Il mondo ha bisogno di uomini e donne che parlino di Dio, che testimonino il suo amore, la sua gratuità, perché tutti possano ritrovare quell’umanesimo di cui i cristiani sono portatori, un umanesimo con Dio e non senza di lui, un umanesimo che si fa cultura e cambia la storia. Di questa missione noi presbiteri innanzitutto, ma ogni cristiano, deve essere testimone e artefice, perché il “mondo creda” in colui che Dio ha mandato per la salvezza di tutti.

Amen.

 
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