
Care sorelle e cari fratelli,
è sempre fonte di gioia ritrovarsi insieme al termine di un anno, incontrarsi, salutarsi, rendere lode al Signore per quanto abbiamo ricevuto. Non è sempre istintivo riconoscere i doni che Dio ci ha fatto. Ci si abitua piuttosto al lamento, alla pretesa, al vittimismo, mentre rimane difficile dire grazie a Dio e agli uomini. La crisi che attraversiamo non favorisce certo sentimenti di gratitudine, anzi fa piangere tutti, anche quelli che non avrebbero alcun motivo per lamentarsi. Per questo abbiamo bisogno di ritrovarci nella casa di Dio, perché l’incontro con lui non può che suscitare in ognuno gratitudine e lode. Chi di noi infatti potrebbe sostenere di essere in credito nei confronti del Signore? Chi di noi potrebbe addurre motivi giusti per non ringraziarlo? Siamo tutti uomini e donne bisognosi del suo aiuto, della sua protezione, del suo sostegno, del suo perdono. Oggi siamo qui innanzitutto per rendere grazie a Dio e per chiedergli di continuare a guardare con benevolenza alla nostra vita e alle nostre famiglie, alla nostra comunità diocesana, a questa terra, soprattutto a chi soffre, ai deboli, ai malati, agli anziani, ai poveri.
Il mondo è diventato difficile, la vita più incerta, il futuro indecifrabile e imprevedibile. Soprattutto i giovani lo guardano con preoccupazione. La crisi economica ha reso tutti più fragili ed anche più aggressivi, intolleranti, coi nervi a fior di pelle. Basta talvolta poco per far esplodere rabbie represse, rancori annidati nei cuori, invidie, gelosie, sentimenti malevoli verso gli altri. Lo abbiamo visto in queste ultime settimane anche nel nostro paese. Il mondo, il nostro paese, ma anche la nostra comunità cittadina e diocesana, hanno bisogno di pace, di gente che sappia costruire sentimenti di pace e vivere in pace. Troppe sono le divisioni, ancora tante le guerre – e abbiamo ascoltato i nomi dei paesi in guerra salendo verso la cattedrale -, troppo pochi gli uomini e le donne di pace. Se dovessimo fare un bilancio di quest’anno, non possiamo essere del tutto contenti. Avremmo potuto lavorare di più per la pace, la concordia, l’unità anche tra noi. Ma spesso non ci badiamo. Accettiamo le divisioni e lo spirito litigioso come fatti normali, come parte della convivenza. Lo ribadisco in questo anno in cui ho voluto sottolineare i venticinque anni di unità delle due diocesi di Veroli-Frosinone con Ferentino. Bisognerebbe che tutti si mettessero in ascolto più attento e obbediente del Signore e ascoltassero un po’ meno se stessi, perché le divisioni sono frutto soprattutto della difesa e dell’amore per se stessi. E ricordiamo che ogni divisione è opera del diavolo, lo spirito del male. Mai nessuna divisione si può attribuire allo Spirito di Dio.
Cari fratelli, concludiamo oggi l’ottava di Natale. Il Natale giunge in qualche modo al suo compimento nella solennità della Madre di Dio. Chi accoglie Gesù bambino? Innanzitutto la Vergine Maria, che pur nell’incertezza di un annuncio inatteso non cedette alla paura, ma umilmente si fece discepola di quel Figlio a cui avrebbe dato la vita. Non ascoltò se stessa, ma la parola di Dio: “Ecco la serva del Signore; avvenga per me secondo la tua parola”. Poi Giuseppe, che non rimandò Maria a casa sua, ma obbediente la prese con sé consapevole di quanto stava avvenendo in lei. Infine dei pastori e dei Magi dall’oriente. I pastori non esitarono ad ascoltare l’invito dell’angelo di andare a Betlemme, che raggiunsero in fretta. Così i
Magi, gente straniera e ricca, che affrontarono un lungo cammino per seguire la stella. Non ostentarono la loro ricchezza, ma si umiliarono e si prostrarono davanti a Gesù, provando una grandissima gioia. A Betlemme nasce un nuovo popolo, un popolo di poveri e di umili, che ascoltano Dio che parla e lo sanno riconoscere in un bambino deposto in una mangiatoia. Solo gli umili sanno gioire, perché non hanno nulla da difendere, mentre invece riconoscono i doni ricevuti. Possiamo far parte anche noi di questo popolo. Anzi oggi ne siamo già parte, nonostante le paure e le incertezze del nostro cuore, perché con Maria, Giuseppe, i pastori e i Magi siamo tornati a Betlemme ad incontrare il Signore. Egli è qui in mezzo a noi. Ci parla, ci guarda, ci incoraggia, ci dà speranza, ci aiuta ad alzare gli occhi e con lui a guardare il mondo con compassione, con benevolenza, con amore, vincendo le rabbie, i rancori, le paure, le divisioni.
Maria Santissima ci insegna un segreto semplice, che ci aiuta a vivere meglio, ad acquistare la pace del cuore. Lei, dice il Vangelo, “custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore”. Custodiamo anche noi il segreto e le parole del Natale nel nostro cuore in un mondo che ci abitua a dimenticare tutto, per dare retta all’ultima cosa sentita. Impariamo a meditare le parole della Bibbia, apriamo più spesso il Vangelo, rileggiamo in questi giorni i Vangeli di Natale, custodiamone il senso. C’è quasi paura a fermarsi, a riflettere, a meditare. Ci si riempie la vita di cose, di impegni, di rumori, pur di non fermarsi e di non pensare. Ma senza pensiero non si vive, il cuore si inaridisce, si smorza la speranza, si uccidono i sogni, si rimane prigionieri del presente, pieni di paure e di tristezze. Senza fermarsi almeno la domenica con il Signore tutto diventa più incerto e difficile, perché qui noi attingiamo senso ed energie di vita.
Il mondo ha bisogno di cristiani generosi e comunicativi. Ne hanno bisogno i poveri, perché siano amati almeno da qualcuno. E vi ringrazio perché anche in questo Natale la solidarietà di tanti di voi è stata di grande aiuto. Ne hanno bisogno gli anziani e i malati, perché non siano dimenticati. Ne hanno bisogno le famiglie in difficoltà a causa della crisi, perché possano essere almeno accompagnate in questo tempo difficile. Vi devo anticipare che stiamo approntando con la Caritas diocesana e alcuni imprenditori la costituzione di un fondo per venire incontro alle situazioni di maggiore bisogno. Ne hanno bisogno coloro che gestiscono la cosa pubblica, perché abbiano a cuore innanzitutto il bene comune e non il proprio interesse. Non tiriamoci indietro davanti alla richiesta che viene dal Natale, richiesta di più amore e di maggiore impegno. Come i pastori tornarono da Betlemme “glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto”, come i Magi tornarono al loro paese per un’altra strada, così noi non torniamo alle nostre case come siamo arrivati al Natale. Che il Natale sia per tutti l’inizio di una vita nuova, una vita migliore, con Gesù e per gli altri. La benedizione di Dio rivolta da Mosè al popolo di Israele accompagni ognuno di noi, le nostre famiglie, questa terra, e ci protegga dal male: “Vi benedica il Signore e vi custodisca. Il Signore faccia risplendere per voi il suo volto e vi faccia grazia. Il Signore rivolga a voi il suo volto e vi conceda pace”.
Amen, così sia!
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