Ritiro di Avvento per gli operatori pastorali (nov-2011): Il profeta Elia, la figura dell’attesa

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Elia, il profeta dell’attesa

   Vorrei fermarmi a riflettere con voi sulla figura di Elia, che racchiude in sé l’esperienza profetica dell’antico Israele, ma viene ripresa anche nei Vangeli in questo senso. Elia è il profeta atteso, l’uomo del futuro, colui che, come leggiamo nel libro di Malachia, proprio in conclusione dei libri profetici, precede l’avvento del Signore: “Ecco, io invierò il profeta Elia prima che giunga il giorno grande e terribile del Signore: egli convertirà il cuore dei padri verso i figli e il cuore dei figli verso i padri, perché io, venendo, non colpisca la terra con lo sterminio (Ml 3,23-24). Siamo nel tempo di avvento, il tempo dell’attesa della manifestazione di Dio in maniera straordinaria e inaspettata. Che cosa significa l’attesa in un mondo che non si aspetta nulla di nuovo, se non l’andamento migliore dell’economia, dove i sogni sul futuro sono estinti, dove sembra impossibile il cambiamento, dove la rassegnazione, il vittimismo, il lamento sono diventati i sentimenti quotidiani che ci accompagnano? E poi: che cosa attendere? Chi attendere? Per questo il tempo di Avvento viene a ricordarci una dimensione della vita troppo dimenticata.

   Di Elia si racconta nei capitoli 17-21 del Primo Libro dei Re e nei primi due capitoli del Secondo Libro dei Re. Chi è Elia? Il suo nome già ci indica ciò che egli intende mostrarci. Il nome Elia è un composto di El (Dio) e Yah (Yhwh – Signore). Elia vive per manifestare che il Signore è Dio, ma non in astratto, bensì nella vita e nella storia. Per questo la sua vicenda è quella di un uomo che vive per il Signore e insieme a lui per gli uomini e le donne del suo tempo. Infatti un uomo di Dio è sempre anche un uomo per gli altri e per il bene. La storia di Elia inizia con due racconti significativi, che mostrano proprio questo. C’è una grande siccità. Elia viene mandato a una povera vedova di Sarepta di Sidone, una straniera. Invece di aiutarla, Elia chiede aiuto a lei, che non glielo nega, anche se è preoccupata perché quanto ha non basterà né per lei né per suo figlio. Ma, di fronte alla promessa del profeta, la vedova non si tira indietro, ascolta e fa quanto le viene chiesto. Il miracolo nasce dalla disponibilità al dono. L’avarizia e la ricerca del solo proprio interesse non conduce a nulla. Mi viene in mente la moltiplicazione dei pani, di cui questo episodio è forse un modello: il poco diventa molto dopo che Gesù ha pregato e quando i discepoli lo distribuiscono. In questo tempo di crisi occorre riscoprire una nuova generosità, capace di moltiplicare anche il poco che abbiamo. In fondo quanto è stato fatto con la raccolta alimentare è stato un segno significativo in questa direzione. Ricordiamoci tuttavia che i bisognosi mangiano ogni giorno, quindi forse bisogna non aver paura di moltiplicare queste iniziative. Solo chi sotterra il talento, fosse l’unico, non ottiene nulla e perde anche quello che ha. La paura si supera con la fede, con la fiducia nella parola di Dio, che è vita e verità, come disse la povera vedova ad Elia dopo che aveva ridato la vita al figlio: “Ora so veramente che tu sei uomo di Dio e che la parola del Signore nella tua bocca è verità”. Qui la verità non è qualcosa di astratto o di dogmatico, ma è una parola che diventa vita in chi la ascolta. Forse ci dovremmo interrogare sul motivo per cui nella nostra vita cambia così poco, sul motivo per cui nelle nostre realtà si continua a vivere ripetendo abitudini consolidate, diffidando della novità delle proposte che ci vengono rivolte. Forse si ascolta troppo poco e quindi si cambia poco.

   Nel capitolo 18 si manifesta la differenza profonda che anima il re, la regine Gezabele, e l’uomo di Dio. Nella vita spesso tutto si fa per interesse o per potere. Ognuno cerca il suo piccolo o grande potere, fosse quello di casa sua o di un pezzo della parrocchia dove presta servizio (magari la sacrestia, il leggio, un incarico…). E chi vive per il potere e per aumentare il suo benessere ha sempre paura di perdere qualcosa. Così avvenne anche al re Acab che non era tanto preoccupato di una carestia che mandava alla rovina il suo popolo, ma piuttosto che le sue proprietà ne soffrissero. Per questo il re teme Elia, l’uomo della parola di Dio, a cui si rivolge con queste parole: “Sei tu colui che manda in rovina Israele?” (18,17). La risposta del profeta ci svela in realtà qual è il problema: “Non io mando in rovina Israele, ma piuttosto tu e la tua casa, perché avete abbandonato i comandi del Signore e tu hai seguito i Baal” (18,18). I Baal erano le divinità dei popoli che allora abitavano la Palestina e a cui si attribuiva il potere di rendere feconda la vita, di dare il benessere e la ricchezza. Chi ascoltiamo, cari fratelli: Dio o gli idoli di questa nostra società? Dio o noi stessi? Tutto viene da lì, perché “la fede nasce dall’ascolto”, come dice Paolo. Perché questo contrasto tra Dio e gli idoli, tra il profeta del Dio di Israele e i profeti dei Baal, direbbe Gesù tra Dio e Mammona, o il denaro?. Lo descrive molto bene il prosieguo del capitolo 18 in quel passo affascinante e drammatico della lotta tra Elia e i profeti. Elia lancia una sfida, non ha paura di confrontarsi. Viene preparato un animale ucciso e posto sulla legna perché sia bruciato in onore della divinità. Elia chiede ai profeti di Baal di invocare la loro divinità perché accenda il fuoco e così si possa offrire il sacrifico. I profeti gridano ai loro dei, ma – dice il testo – “non vi fu voce, né chi rispondesse” (18,26). Solo Dio ci parla, ci risponde, perché si preoccupa di noi e della nostra preghiera. E’ la voce della sua parola che ci raggiunge ogni domenica nella Messa, ma che dovrebbe raggiungerci più spesso, anche durante le nostre giornate. Il nostro Dio parla e la sua parola cambia i cuori e la storia. Fin dall’inizio del mondo, cioè da sempre, Dio parla. Il racconto della creazione, che ci descrive l’origine della vita, fu opera della parola. In Gen 1 si ripete per 10 volte: “Dio disse”, e tutto fu. Noi crediamo a questa forza o preferiamo credere a noi stessi o ripetere stancamente le nostre abitudini?

   Certo la vita è difficile, potremmo dire. Anche per Elia fu difficile vivere e testimoniare l’amore e la parola del suo Dio. Era continuamente minacciato dal potere del re Acab, tanto che nel capitolo 19 leggiamo: “Acab riferì a Gezabele tutto quello che Elia aveva fatto e che aveva ucciso di spada tutti i profeti. Gezabele inviò un messaggero a Elia per dirgli: “Gli dèi mi facciano questo e anche di peggio, se domani a quest’ora non avrò reso la tua vita come la vita di uno di loro”. Elia, impaurito, si alzò e se ne andò per salvarsi” (vv. 1-3a). Elia non ce la fa più. Fugge, vuole morire. Se ne va nel deserto e si lascia andare. Forse capita anche a noi di scoraggiarci e di lasciarci andare, magari davanti agli insuccessi, ai pochi risultati (ho faticato tanto…E poi, hai voglia a invitare, a fare il dopo cresima, tanto non vengono….Non parliamo poi delle famiglie!). Ma il Signore non abbandonò Elia, né abbandona noi. Del resto aveva solo lui. Ha solo noi. Manda un angelo per sfamarlo e permettergli di arrivare al monte di Dio. Elia giunge al monte e cerca rifugio in una caverna. E’ l’istinto dei momenti difficili: cercare protezione, rifugiarsi in qualcosa di sicuro, forse un po’ anche nascondersi a Dio. E’ la tentazione di questo tempo di crisi: pensare a sé; mettersi al sicuro, fin tanto che si può. Ma Dio non tace, non smette di parlare: “Cha fai qui, Elia?” E il profeta risponde come risponderemmo noi elencando i motivi del nostro disappunto: “”Sono pieno di zelo…”. E’ vero. Siamo pieni di zelo talvolta, ci entusiasmiamo per la vita cristiana, ma poi ci prende la paura e lo scoraggiamento e ce ne andiamo al sicuro. “Esci- gli risponde il Signore- fermati sul monte alla presenza del Signore”. Esci, questo è l’invito. Non abbiamo paura di uscire da noi stessi, dalle nostre paure e protezioni. La vita cristiana è un esodo, è un uscire da se stessi per presentarsi davanti a Dio. Se non accettiamo di uscire non incontreremo mai Dio, non lo potremo ascoltare.

   E qui avviene qualcosa di straordinario: “Ed ecco che il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento, un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. 12 Dopo il terremoto, un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco, il sussurro di una brezza leggera. 13 Come l’udì, Elia si coprì il volto con il mantello, uscì e si fermò all’ingresso della caverna.” Dov’è il Signore, cari fratelli? Dove incontrarlo, dove ascoltarlo? Non è nelle cose di sempre, non è nelle abitudini che si ripetono. Infatti non era né nel vento impetuoso, non nel terremoto, non nel fuoco. E per la Bibbia spesso Dio si presenta e si rivela agli uomini proprio accompagnato da questi tre elementi: vento, terremoto, fuoco. Dio non è solo dove noi pensiamo. Poi ci fu “il sussurro di una brezza leggera”. Tradotto alla lettera sarebbe: “la voce di un silenzio leggero”. Come può essere una voce unita al silenzio? Voce, perché Dio parla, ma anche silenzio. Bisogna fare silenzio per ascoltare quella voce. Fare silenzio fuori e dentro di noi. Quanto chiasso (fuori e dentro le chiese), quante chiacchiere e pettegolezzi inutili che rovinano la vita e la convivenza, e anche il buon umore. Sant’Ignazio di Antiochia dice che Gesù è la parola venuta dal silenzio. Dio è voce, ma è anche silenzio leggero, che dobbiamo cogliere al di là delle abitudini. Ma è necessario uscire come Elia, altrimenti continueremo a vivere come sempre, a ripetere noi stessi pensando di essere nel giusto, senza pensare e senza farsi interrogare…..

   Così Elia riprese la sua missione e il Signore lo interroga di nuovo con le stesse parole, quasi a riproporgli una domanda sul senso della sua vita e del suo futuro: “Ed ecco, venne a lui una voce che gli diceva: “Che cosa fai qui, Elia?”. Egli rispose: “Sono pieno di zelo per il Signore, Dio degli eserciti, poiché gli Israeliti anno abbandonato la tua alleanza, hanno demolito i tuoi altari, hanno ucciso di spada i tuoi profeti. Sono rimasto solo ed essi cercano di togliermi la vita”. Il Signore gli disse: “Su, ritorna sui tuoi passi verso il deserto di Damasco; giunto là, ungerai Cazaèl come re su Aram.  16 Poi ungerai Ieu, figlio di Nimsì, come re su Israele e ungerai Eliseo, figlio di Safat, di Abel-Mecolà, come profeta al tuo posto ” (19,13-15). Il Signore affida a lui la sua missione: comunicare la forza della sua parola, parola che cambia il corso della storia e degli eventi.  

 
La figura di Elia volge al futuro

     Elia è la prima figura profetica nell’esperienza religiosa di Israele a presentarsi a noi in maniera compiuta, con una sua storia, che tocca i tratti essenziali della profezia quali emergeranno in quelli che sono chiamati i profeti scrittori (Amos, Osea, Michea, Isaia, Geremia, Ezechiele…) 

  Questo profeta, che si staglia nella prima metà del secolo nono come strenuo difensore del monoteismo, è diventato patrimonio comune dell’ ebraismo, del cristianesimo nascente. La sua funzione è legata al futuro: Elia è il profeta atteso per la fine dei tempi, quando Dio si manifesterà definitivamente agli uomini; a lui È comunque legata una funzione nel futuro.

   Per i rabbini della Mishna il compito principale di Elia sarebbe quello di risolvere alcune questioni legali (della halakà) controverse. Ma nel rito della Pasqua ebraica (la Haggada di Pasqua)  l’attesa di Elia è legata a quella del Messia. Si legge nella benedizione su Gerusalemme e sul tempio: “vengano Elia profeta e il Messia figlio di Davide tuo servo, presto, ai  nostri giorni, e ci rechino la buona novella da terra lontana.”  E più avanti, nella preghiera dell’ospite: “Il Misericordioso ci mandi il profeta Elia, di beata memoria,, che ci insegni la vera dottrina e ci riveli i suoi preziosi tesori.”

   Già il Primo Testamento, in tempi diversi, conteneva l’idea dell’attesa di Elia, come abbiamo visto in Malachia 3,23-24. Anche in Sir. 48,10 ricompare l’idea condivisa dal giudaismo della comparsa di Elia prima della fine dei tempi: “designato a rimproverare i tempi futuri per placare l’ira prima che divampi, per ricondurre il cuore dei padri verso i figli e ristabilire le tribù di Giacobbe.”

   Ritroviamo la stessa attesa nel Nuovo Testamento, che ovviamente condivide le istanze del suo tempo. Si può vedere ad esempio Mc. 9,11: “Lo interrogarono: Perché gli scribi dicono che prima deve venire Elia?”. I discepoli si chiedono che cosa voglia dire resurrezione dai morti e in questo contesto, dopo la trasfigurazione, pongono a Gesù questa domanda. Elia è identificato in Giovanni Battista come colui che deve venire (Cfr. Lc.1,17; Mt. 11,14). Ma È soprattutto nella patristica e nelle tradizioni delle Chiese cristiane antiche che viene ripresa l’idea dell’attesa di Elia.

         Elia rappresenta l’attesa. Il suo incontro con Dio, descritto in 2 Re 2, ricalca quello dell’Oreb (1 Re 19): non si descrive la sua morte; Elia “viene preso” nella tempesta da Dio, che si accompagna per sempre al suo profeta. La testimonianza di Elia, affermata dal suo stesso nome, diventa in modo definitivo la realtà  della sua vita: “il Signore è Dio”, Elia, vive con il Signore per sempre. L’attesa di Elia è il segno del senso della vita del profeta, messaggero fedele di Dio.  Elia è rapito nel cielo di Dio. Afferrato dalla realtà  del Signore, egli ne è alla fine rapito, perché possa stare con lui e indicare agli uomini dove guardare, chi aspettare.

   Così la figura di Elia è il segno di una profezia affidata al libro sacro, ma non chiusa definitivamente. Anzi essa apre a un’attesa, a un futuro, in cui la vita dell’uomo si incontra con quella di Dio. Il profeta continua a manifestare nel libro la realtà  potente del suo Dio e, oltre il libro, la rende possibile per tutti. Il profeta trascende il libro e continua a parlare agli uomini di ogni generazione. Forse allora il profeta è oggi chi si pone al servizio del libro e assume su di sé l’attesa contenuta nel libro e negli uomini della cui vita il libro è impregnato, questo libro della parola di Dio che diventerà carne in Gesù di Nazareth. In lui si compie l’attesa. In lui si apre il nuovo libro di Dio, la sua parola vivente in mezzo a noi.

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