Omelia X Anniversario visita del Beato Giovanni Paolo II

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XXX domenica del T. O. – Anno A


Care sorelle e cari fratelli, è con gioia che celebriamo oggi il ricordo della visita del Beato Giovanni Paolo II a Frosinone, proprio qui a San Paolo, mentre nasceva la nuova parrocchia. Erano tempi difficili, la domenica dopo quel terribile 11 settembre 2001, quando il terrorismo colpì gli Stati Uniti e con loro il mondo intero, e tutti scoprimmo la fragilità e l’insicurezza del nostro mondo ricco. Abbiamo vissuto un decennio nel quale anche l’Europa, che aveva quasi dimenticato il rumore della guerra, è tornata ad armarsi per difendere con l’occidente quella pace conquistata a prezzo di tanto sangue dopo la seconda guerra mondiale. La visita del Papa fu un segno di speranza dentro la tristezza di quei giorni. Accolto con calore dal Vescovo Salvatore, rispose con affetto incoraggiando alla speranza e chiedendo a tutti con forza di percorrere la via della santità. “Diocesi di Frosinone-Veroli-Ferentino, sii una famiglia di santi!”, disse. E tracciò come un itinerario di santità, partendo dalla Parola di Dio, esortando a concentrare la vita cristiana sull’Eucaristia che trasforma tutti in “Buoni Samaritani”.

Cari fratelli, oggi ci chiediamo come abbiamo vissuto questa esortazione così appassionata e bella. Giovanni Paolo II è stato un grande uomo del XX secolo e ci ha introdotto nel XXI, è stato un grande cristiano, che ci ha esortato fin dall’inizio a non avere paura, ma ad affidarci a Cristo Signore. Noi siamo pieni di paure perché pieni di noi stessi, uomini e donne che faticano a vivere per il Signore e per gli altri, pronti magari a giudicare, a parlar male, convinti di aver ragione e di poterci permettere di sedere su una cattedra facendo da maestri per impartire lezioni di cristianesimo. Ascoltiamo poco perché ascoltiamo noi stessi, ci coalizziamo talvolta non per il bene comune, ma per il bene che noi crediamo tale, poco capaci di comprendere le ragioni degli altri, chiusi nei nostri piccoli mondi, fosse un gruppo, una parrocchia, un paese, una contrada. Giovanni Paolo II fu un uomo di fede, e per questo fu un uomo del mondo, perché l’uomo di fede non rimane mai chiuso nell’orizzonte della sua quotidianità e del suo particolare. La sua vita è stata incontro, relazione, parola, tutto a partire dalla preghiera, a cui dedicava ore ogni giorno. La sua preghiera era cosmica, ma insieme umana e personale, come egli stesso ebbe a dire: “Io pregherò per tutto il mondo…Il papa deve avere una geografia universale… Dapprima è necessario entrare nel mistero e si tratta di vivere e di allargare questo mistero alla Chiesa intera. Io vivo sempre in questa dimensione, spostandomi idealmente lungo il globo. Ogni giorno c’è una geografia spirituale che percorro. La mia spiritualità è un po’ geografica.” I suoi numerosi viaggi sono la testimonianza di un desiderio profondo di incontrare, capire, parlare, soprattutto comunicare la forza e la gioia del Vangelo di Gesù Cristo morto e risorto. E’ l’energia spirituale della missione della Chiesa, di una Parola che fa nascere e crescere la comunità cristiana, come ci ricorda la giornata missionaria mondiale di domani. Giovanni Paolo anche nella debolezza del corpo e nella malattia emanava un forza spirituale che conquistava e attirava. Lo avete visto anche qui durante la sua visita. E’ la forza dell’uomo di fede, libero da se stesso, dall’inutile e infantile difesa del proprio, libero per Gesù, al servizio degli altri. Davvero la sua gloria era solo la gloria di Dio.

   Cari fratelli, bisogna ogni tanto fare silenzio, almeno mettendosi con umiltà davanti a Dio, perché si chiacchiera troppo, mentre si ascolta e si parla poco con attenzione e amore. Oggi Gesù viene tra noi come quel giorno quando chiuse la bocca ai sadducei, sacerdoti del tempio di Gerusalemme. Anche i cristiani talvolta amano discutere Vangelo alla mano e, come i farisei, gente peraltro buona e religiosa, pongono domande a Gesù per metterlo alla prova, forse sicuri della propria comprensione della vita cristiana. E la domanda è pur essenziale: “Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?” Poniamo pure a Gesù questa domanda, perché il Signore non si tira indietro. E risponde ripetendo una legge antica, eppure mai del tutto realizzata. Conosciamo i due comandamenti. Ma Gesù non ribadisce solo “il grande e primo comandamento”, che è amare Dio “con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutta la mente”. Egli ripropone anche il secondo, che “è simile al primo”. “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Tutta la Parola di Dio, Legge e Profeti, dipendono da questi due comandamenti. Forse dovremmo porci più spesso questa domanda, perché la vita intera si basa su questi comandamenti. Badate bene. Si tratta di comandi, non di esortazioni. L’amore per il cristiano non è sentimento, istinto, occasione, passatempo, è un comando. L’amore vero e unico, non ne esiste un altro, si costruisce con pazienza ogni giorno. Amare è scelta, lotta, impegno, abnegazione, comunione anche nelle difficoltà. Altrimenti è solo amore per se stessi. Quante divisioni, separazioni, inutili e dannose lotte e litigi con gli altri solo per affermare se stessi e le proprie ragioni! Perché non si ascolta Dio che ci parla. L’antico comandamento dell’amore di Dio nel capitolo sesto del libro del Deuteronomio viene introdotto significativamente dalle parole: “Ascolta, Israele”. E’ un monito, ma anche un invito e una speranza per ognuno di noi. Ascoltando si cambia e si impara ad amare in modo evangelico.

   Le parole che il Papa rivolse alla diocesi erano piene di speranza in quel momento difficile: “Questa è la verità che la Chiesa non si stanca di proclamare: Dio ci ama di un amore infinito. Egli ha dato all’umanità il proprio Figlio unigenito, morto sulla Croce per la remissione dei nostri peccati. Credere in Gesù significa allora riconoscere in Lui il Salvatore, a cui possiamo dire dal profondo del cuore: “Tu sei la mia speranza” e, insieme con tutti i fratelli, “Tu sei la nostra speranza”. Dobbiamo tornare a sperare. Ma la speranza è al centro delle tre virtù teologali: fede, speranza, carità. Non si potrà essere donne e uomini di speranza se non saremo radicati nel Signore e se non vivremo nella carità, a partire dagli ultimi e dai poveri. I centri di accoglienza che in questi dieci anni sono stati realizzati nella diocesi facciano nascere in noi un’attenzione più quotidiana ai bisognosi, che forse oggi siamo chiamati a scoprire di nuovo intorno a noi. L’ultimo segno di questa carità senza confini, l’accoglienza ai profughi dalla Libia, aiuti ciascuno a vivere con un cuore largo, pronto a capire e a rispondere alle domande degli altri. Tanti, dai giovani agli anziani, aspettano parole di speranza in un mondo rassegnato, lamentoso e vittimista, ma tanto avaro di amore gratuito. L’eredità del Beato Giovanni Paolo II rimanga viva in noi e ci radichi sempre più nella via della santità, come egli ha chiesto a tutta la diocesi.

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