
Solennità delle Pentecoste
Chiesa del Sacro Cuore – Frosinone
Atti 2,1-11;
Rm 8,8-17;
Gv 14,15-16.23-26
Care sorelle e cari fratelli,
quel giorno a Gerusalemme era il compimento della Pasqua, il cinquantesimo giorno, la Pentecoste ebraica, la grande festa delle Settimane, la festa del dono della Torà, la Parola di Dio, al popolo di Israele. Anche i discepoli erano saliti nella città come i tanti pellegrini che riempivano le strade di Gerusalemme per celebrare la grande vittoria di Dio sul potere del male, la liberazione dalla schiavitù dell’Egitto e da ogni schiavitù e il dono della terra.
I discepoli erano insieme nel luogo dove Gesù li aveva radunati prima della sua passione. Gli Atti ci dicono che erano "insieme nello stesso luogo". Questo era già una parte del miracolo della Pasqua: non essere dispersi, stavano nello stesso luogo, come noi oggi qui in questa Chiesa che diventa come il cenacolo di Gerusalemme. Eppure in quel luogo tutto sembrava tornato come prima, forse come è successo anche a noi dopo lo straordinario annuncio della Pasqua. Si torna alla vita normale, si perde la forza delle parole che l’angelo ci ha rivolto: "E’ risorto, non è qui! Perché cercate tra i morti colui che è vivo?" Sì, perché continuiamo a cercare nelle cose di sempre, nelle vecchie abitudini e nei vecchi pensieri, quando tutto con la Pasqua sarebbe dovuto cambiare?
Gli Atti degli Apostoli mettono in risalto come anche quel giorno avvenne qualcosa di improvviso e di inaspettato. Un grande rumore, come un vento che si abbatte impetuoso riempie quella casa dove si trovavano i discepoli. C’è bisogno di un vento forte per risvegliare quei discepoli. Lo Spirito Santo che oggi scende su di noi è come quel vento forte, che viene a disturbare il nostro conformismo, la nostra ricerca di tranquillità, che ci separano dagli altri e ci fanno vivere per noi stessi. Oggi, cari fratelli, lo Spirito Santo scende su di noi. E’ la forza dell’amore di Dio, che come tante fiammelle si posa su ciascuno di noi. Sono lingue diverse, ma tutte provengono dallo stesso Spirito. E’ la nuova lingua dell’amore di Dio, che si posa su ciascuno di noi. Siamo diversi, deboli e forti, giovani e vecchi, donne e uomini, piccoli e grandi, ricchi e poveri, ma tutti siamo toccati da quelle lingue di fuoco che si posano su di noi. Oggi, insieme riceviamo una lingua nuova, che come gli apostoli a Gerusalemme, ci aiuta a parlare in modo tale che tutti ci comprendano. Quale fu il miracolo di quel giorno a Gerusalemme? Gli apostoli parlavano e tutti coloro che li ascoltavano, nonostante provenissero da luoghi diversi, potevano capirli. Sì, fratelli e sorelle, la lingua del Vangelo permette di capirsi, crea unità, comunione, perché è la lingua dell’amore di Dio. Il nostro parlare al contrario spesso non ci fa capire, perché ognuno parla la sua lingua, quella dei suoi sentimenti, dei suoi pensieri, delle sue abitudini, delle sue ragioni. Quanta fatica a capirsi! E’ più facile fraintendersi, litigare, arrabbiarsi. Abbiamo bisogno tutti di imparare a parlare la lingua della Pentecoste, quella del Vangelo, quella di Gesù. Si ricostituisce quanto era stato distrutto a Babele, come ci racconta la Bibbia nel libro della Genesi, quando gli uomini nella loro smania di dominio e di potere vollero costruire una torre per raggiungere il cielo, ma si ritrovarono divisi, incapaci di capirsi, di parlare tra loro. Sì, talvolta ci sentiamo onnipotenti. L’umanità crede ormai di poter dominare tutto, persino di essere padrona della vita e della morte. L’aborto e l’eutanasia, sempre più praticate nei nostri paesi ricchi sono l’esempio estremo di questo senso di onnipotenza che rende il mondo disumano e l’umanità matrigna: concepisce i figli, li fa diventare vecchi, e poi li lascia soli o li fa morire! E nell’onnipotenza matura un senso perenne di giovinezza, insieme alla paura della malattia e della morte, alla vergogna della debolezza, al disprezzo dei poveri e dei deboli. Gli episodi di questo vivere egoista e ingiusto sono sotto gli occhi di tutti quotidianamente.
Cari amici, noi oggi riceviamo lo Spirito di Dio, spirito di amore, di bontà, di misericordia, di perdono, di amicizia, in un mondo di gente talvolta spaesata e divisa, che istintivamente ama se stessa piuttosto che gli altri. Lo Spirito si posa su di noi perchè impariamo a parlare la sua lingua, l’unica che possono tutti comprendere, quella dell’amore di Dio. Noi siamo qui per questo. Sappiamo di aver bisogno di imparare un modo nuovo di parlare e di vivere. Ne abbiamo bisogno tutti, anche i migliori tra noi. Il nostro parlare talvolta è poco amico, è distratto, ripetitivo, superbo, sprezzante, distante dal bisogno degli altri, frettoloso, incapace di ascoltare. Abbiamo bisogno di un nuovo vocabolario, non perché non sappiamo l’italiano, ma perché poco conosciamo il vocabolario dell’amore di Dio e della sua parola. Lo Spirito di Dio ci sveglia dall’abitudine a guardare noi stessi, ad amare solo noi stessi e troppo poco il Signore e gli altri. Per questo siamo spesso insoddisfatti e tristi, e cerchiamo felicità in cose che passano e ci lasciano l’amaro in bocca. Lasciamoci raggiungere dallo Spirito Santo, che viene su di noi. Non cediamo allo spirito di divisione, che ci abitua a difendere noi stessi ad ogni costo, ci porta alla rabbia e al litigio, al lamento e al giudizio. Oggi la lingua che ci insegna il Signore è quella del Vangelo della Pasqua e della Pentecoste: la lingua dell’amore, dell’amicizia, dell’attenzione ai deboli e ai poveri, della vicinanza a chi soffre, la lingua del perdono. Accogliamola con gioia e saremo più uniti, meno divisi, più in pace, più nella gioia. Impariamo ogni giorno questa lingua nuova leggendo di più la Bibbia e a partecipando con maggiore fedeltà alla Messa della domenica, dove il Signore ci parla e ci comunica il segreto del suo amore. Ringraziamo il Signore per il dono del suo Spirito, che può cambiare i nostri cuori e il mondo intero.
