
Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo:
Dt 8,2-3.14b-16
1 Cor 10,16-17;
Gv 6,51-58
Care sorelle e cari fratelli, cari sacerdoti, è molto bello celebrare insieme questo festa del Corpus Domini. Ciò manifesta visibilmente quello che già siamo spiritualmente, come abbiamo ascoltato nella prima lettera ai Corinzi: “un solo corpo, perché tutti partecipiamo all’unico pane”. L’apostolo rivolge queste parole a una comunità divisa, dove ci si appellava all’autorità dell’uno o dell’altro, dove anche nei momenti comuni persistevano divisioni e inimicizie. Quanto è difficile vivere in unità, superare le rivalità e i pregiudizi che ci tengono lontani e ci fanno guardare agli altri con ostilità.
Ma qui, cari fratelli, si rinnova un miracolo: il miracolo di quell’ultima cena di Gesù con i suoi, quando si offrì cibo e bevanda di salvezza nel pane e nel vino divenuti suo corpo e suo sangue. E’ il dono preziosissimo dell’Eucaristia, che oggi percorrerà ancora una volta le strade di questa nostra città come per comunicare a tutti il suo segreto di vita eterna. In quel pane noi diveniamo un solo corpo. Non siamo più individui separati, e talvolta contrapposti, vite parallele, ma uomini e donne che formano un unico corpo, dove nessuno di noi è capo, perché il capo è il Signore, e noi siamo membra gli uni degli altri, uniti da Lui, dal suo corpo e dal suo sangue versato per noi. Così formiamo questo corpo santo e peccatore allo stesso tempo, che è
Se noi fossimo più consapevoli di questo miracolo che si compie nella Chiesa, soprattutto quando ci accostiamo all’Eucaristia, la nostra vita sarebbe più bella e più umana. Nella prima lettura dal libro del Deuteronomio, l’ultimo libro del Pentateuco, la prima parte della Bibbia, Mosè disse al popolo di Israele nel deserto: “Ricordati di tutto il cammino che il Signore tuo Dio ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto”. L’invito a ricordare è continuo nella Bibbia. Al termine delle parole consacratorie che il sacerdote pronuncia sul pane e sul vino, come Gesù egli dice: “Fate questo in memoria di me”. Ricordare, fare memoria, non è tanto un problema di testa, ma di coscienza e di cuore. Davanti al Signore, di fronte al miracolo dell’Eucaristia, siamo chiamati e ricordare chi siamo e i tanti benefici di amore ricevuti da Dio. Così riscopriamo da una parte il nostro bisogno, dall’altra il dono che continuamente Dio ci fa. Ritorniamo umili e bambini, perché il cristiano o è umile o non è discepolo di Gesù, ma di se stesso. Siamo troppo dimentichi del bene ricevuto da Dio senza alcun merito. Per questo diventiamo orgogliosi, pretendiamo considerazione e onori dagli altri, ci rattristiamo quando non ci viene assegnato il ruolo che pensiamo di meritare, non accettiamo la correzione perché ci crediamo giusti e buoni, ci separiamo dagli altri e talvolta persino li combattiamo.
Cari fratelli, davanti all’Eucarestia siamo tutti povera gente bisognosa, mendicanti di un cibo che finalmente nutra la nostra fame di amore. Allora si compie ogni volta un miracolo: la presenza reale di Gesù ci trasfigura, ci cambia nel profondo. Sono certo che questo capita a ognuno di noi: quando usciamo dalla Santa Messa siamo diversi da quando siamo entrati. Siamo migliori, non per nostro merito, ma perché Gesù ci ha resi migliori, più umani, più cristiani. Soprattutto Gesù ci ha reso di nuovo un unico corpo. Senza disprezzare l’individualità e le ricchezze di ognuno, ma, unendole a quelle degli altri, ci ha reso solidali nel dolore, vicini nella debolezza e nella fragilità, ricchi della sua presenza per arricchire molti, gioiosi pur in mezzo alle difficoltà, grati per avere ricevuto molto.
“Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me”. Queste parole del Vangelo di Giovanni indicano l’unità profonda che si stabilisce tra noi e Gesù nell’Eucaristia. Non dobbiamo avere paura. I tempi che viviamo non sono facili. Penso a chi ha perso il lavoro, ai giovani che non lo trovano, agli anziani soli a casa o in istituto, alle famiglie che vivono momenti difficili. Non cedete alla delusione, non affidatevi alle facili e ingannevoli risposte che la società ci offre, come la droga o l’alcol, il facile e illecito guadagno, lo stordimento di una notte. Apriamo le porte al Signore, avviciniamoci a lui, ascoltiamolo, aiutiamoci tra noi, senza rivaleggiare se non nell’amore reciproco.
Nella liturgia eucaristica della domenica, come ho ricordato nella lettera pastorale, non solo si vive la nascita di una nuova umanità riconciliata con Dio, dai confini universali, ma si rinnova la creazione intera. Nel giorno del Signore si compie la creazione, come avvenne all’inizio, quando Dio, dopo aver creato il cielo e la terra e tutti gli esseri viventi, cessò da ogni sua opera, benedisse e consacrò il settimo giorno, perché l’uomo potesse riconoscere la sua opera e lo potesse lodare. Come cristiani, nella domenica, attorno alla mensa del pane di vita eterna, noi cantiamo con gioia la lode del Signore perché la sua presenza rinnovi la faccia della terra. L’Eucaristia è forza di vita nuova al di là di quanto ciascuno di noi individualmente può fare. Ben sappiamo, sorelle e fratelli, quanto bisogno ci sia di un mondo rinnovato. Conosciamo la sofferenza e il dolore di tanti poveri, le ferite della guerra, come ci hanno raccontato i profughi che abbiamo accolto nella nostra Diocesi, il dramma della fame e delle malattie che in molti paesi causano tanta morte. Dall’Eucaristia possiamo attingere tanta forza di amore e di compassione. Mentre con
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segue video dell’omelia
