
"Egli è stato trafitto per le nostre colpe,
schiacciato per le nostre iniquità.
Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui;
per le sue piaghe noi siamo stati guariti." (Dalla prima lettura del libro del Profeta Isaia)
Care sorelle e cari fratelli,
oggi è davvero singolare il nostro raccoglierci insieme attorno a un uomo messo in croce. Umanamente potremmo essere giudicati dei fanatici o dei poveracci, che seguono uno che è stato sconfitto, umiliato, condannato, messo a morte. Nella storia alcuni hanno giudicato così i cristiani. Il racconto della passione di Gesù ci lascia perplessi: sarebbe bastato poco perché lo lasciassero libero. Forse una parola, l’ammissione di non essere il re dei Giudei, o solo avesse seguito il consiglio di non andare a Gerusalemme, sarebbero bastati per salvarsi. Comprendiamo i discepoli che lo abbandonano, Pietro che lo rinnega, altri che lo deridono. Eppure la storia dolorosa di quell’uomo ci sorprende, rimane una domanda aperta per tutti: perché non ha risposto alla violenza, perché non ha voluto salvare se stesso? La domanda si fa più forte in un mondo dove la debolezza fa paura, la violenza e la prepotenza sono di casa, l’amore per se stessi è una regola di vita.
Sì, quell’uomo, come dice il profeta, “non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per poterci piacere. Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia; era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima”. Noi, cari fratelli, ci siamo fatti discepoli di quest’uomo. Ci inchineremo davanti a lui sulla croce, lo accompagneremo insieme alla Madre Maria per le strade di questa città. Infatti in lui, sfigurato e dolente, riconosciamo colui che “si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori…Egli è stato trafitto per le nostre colpe, schiacciato per le nostre iniquità…Per le sue piaghe noi siamo stati guariti”. Proprio quel crocifisso è il nostro re, il nostro liberatore, colui che si è addossato le nostre colpe e ci ha guarito. Certo è un re diverso dai capi delle nazioni, come egli stesso aveva detto ai discepoli: “Voi sapete che coloro che sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così, ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatti per molti” (Mc 10,42-45). Ecco la grande rivelazione della sua regalità e del Regno a cui egli ha dato inizio: Gesù è un re mite e umile, servo, amico, pieno di compassione e di amore per noi. Si è addossato i nostri dolori, le sofferenze e i gemiti del mondo intero. Dietro la sua croce oggi ci accompagnano i sofferenti del mondo: i poveri, i bambini senza nome e dignità, venduti e abusati, i vecchi soli e abbandonati, le donne maltrattate e umiliate, i malati, gli affamati, i perseguitati, i prigionieri e i condannati a morte, i profughi e gli immigrati, gli zingari. E’ come un grande corteo di milioni di donne e uomini, che lo seguono con noi nella speranza che egli possa portare un pezzo anche della loro croce, possa liberarli dal male, guarirli e salvarli. Gesù si fa cireneo di tutti i dolori dell’umanità. Nella sua croce anche noi troviamo il perdono, la guarigione e la salvezza delle anime nostre.
Il suo regno, che non è di questo mondo, comincia a realizzarsi in questo corteo. Alla domanda posta ben due volte da Pilato sulla sua identità regale, Gesù risponde: “Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce”. Seguendolo nel suo cammino di dolore noi scopriamo la verità, ciò che conta e non viene meno neppure con la morte. La verità sta in quella umanità mite e buona, piena di compassione e di amore, sta in un uomo che non ha risposto alla violenza con la violenza, che non ha voluto salvare se stesso, ma il mondo. Ognuno di noi possiede le sue verità e le sue convinzioni, che difende a volte anche a caro prezzo, con rabbia e prepotenza. Per questo la vita diventa spesso difficile e la convivenza insostenibile, perché le nostre verità e convinzioni si scontrano con quelle degli altri fino al litigio e alle divisioni, ormai pane quotidiano della nostra società. Cari fratelli, impariamo da lui, che è mite e umile di cuore, ascoltiamo la sua parola per entrare in possesso della verità che fa liberi e insegna ad amare, seguiamo almeno oggi la sua via dolorosa per liberarci un po’ dall’amore per noi stessi.
Tutti noi siamo uomini e donne deboli e fragili, anche se talvolta davanti agli altri per paura ci facciamo forti. Non abbiamo bisogno di difenderci di fronte a Gesù, il mite e l’umile. Dalla croce del nostro riscatto egli ci vuole suoi discepoli e ci affida alla Madre, la Chiesa di Dio, perché ci aiuti con pazienza e perseveranza ad ascoltare la sua voce e non noi stessi. Dalla croce Gesù non si preoccupò di se stesso, ma del discepolo e della madre che stavano davanti a lui: “Disse alla madre: «Donna, ecco tuo figlio!». Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre». E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé”. Oggi il Signore ci affida gli uni agli altri, perché possiamo accoglierci, aiutarci, sostenerci nelle difficoltà, amarci l’un l’altro. Proprio sotto la croce nacque la Chiesa, quella comunità a cui noi apparteniamo e a cui siamo affidati, famiglia di uomini e donne liberi, amici, miti e umili, come il loro Maestro e Signore, Gesù Cristo morto e risorto per noi. Affidiamoci a lui e seguiamolo per poter partecipare alla vita piena che egli è venuto a donarci.
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