
2 – La Celebrazione Eucaristica
La celebrazione dell’Eucaristia è il cuore della Domenica. Per il suo carattere straordinario essa richiede il convergere dell’impegno di tutta la comunità celebrante: il sacerdote, i ministranti, i lettori, il coro, l’assemblea. Nessuno è protagonista, perché l’unico vero protagonista è il Signore che si offre sull’altare per noi. Tutti, a cominciare dal sacerdote, ministro dell’altare, sono servitori e non padroni. Purtroppo talvolta la frequentazione delle nostre realtà rischia di creare una mentalità da padroni. C’è chi si sente padrone della chiesa, altri della sacrestia o dell’amministrazione, alcuni della statua del patrono, altri ancora dei vari momenti di preghiera, come le feste e le processioni. è necessario ricordare che se perdiamo lo spirito di servizio rischiamo di rendere la casa di Dio non un luogo di preghiera, ma, come ebbe a dire Gesù nel cortile del tempio di Gerusalemme, una “covo di ladri” (Mt 21,13), composto di gente che non serve il Signore, ma utilizza la sua casa per affermare se stessa o per impossessarsene.
Anche dopo aver preparato la mensa del Signore rimaniamo tutti “servi inutili”, uomini e donne chiamati a rendere lode a Dio. Un giorno i discepoli chiesero a Gesù di “accrescere la loro fede”. Il Maestro rispose:
“Se aveste fede come un granello di senapa, potreste dire a questo gelso «Sràdicati e vai a piantarti nel mare», ed esso vi obbedirebbe. Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: «Vieni subito e mettiti a tavola»? Non gli dirà piuttosto: «Prepara da mangiare, stringiti le vesti ai fianchi e servimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu»? Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti? Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: «Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare»” (Lc 17,6-10).
Tutti, quando in modi diversi animiamo o partecipiamo alla Liturgia, siamo al servizio della mensa del Signore. C’è chi prepara la chiesa, altri l’altare, altri si dedicano al servizio liturgico o al canto, ricordando che nessun servizio è a vita. Così, insieme al sacerdote, rendiamo bella e gioiosa la celebrazione. Infatti la Messa della Domenica deve esprimere la gioia e la festa dell’incontro con il Signore.
Preparazione
La Liturgia Eucaristica va preparata. Anticamente il sacerdote prima di iniziare la Messa doveva recitare delle preghiere che lo disponevano a una celebrazione degna. Oggi si arriva molte volte affannati, ci si prepara in fretta, si decidono i compiti da assegnare all’ultimo momento, si comincia la Liturgia quasi senza uno stacco dalle consuete faccende in cui ciascuno è impegnato. La sciatteria e la consuetudine spesso impediscono fin dall’inizio una bella celebrazione, degna del momento più alto della presenza del Signore in mezzo a noi. Tutto comincia da qui. Si prepari con cura l’altare e i paramenti siano decorosi. Il servizio liturgico non può essere frutto di improvvisazione. Ogni parrocchia abbia i suoi ministranti, che devono essere preparati per la celebrazione. I lettori non si scelgono lì per lì. Devono conoscere bene i testi della Bibbia, avendoli preparati prima. I bambini e i ragazzi del catechismo siano posti nei primi banchi con i catechisti o seguano la celebrazione con i genitori. Soprattutto in alcune circostanze, come le Messe in cui i bambini fanno la prima comunione o i ragazzi la cresima, si eviti che il chiasso di coloro che rimangono fuori dalla chiesa disturbi la celebrazione.
Almeno nelle solennità si usi l’incenso e si faccia la processione di ingresso con la croce, il turibolo, i candelieri e l’evangelario, che posto sull’altare, sarà poi portato all’ambone per la proclamazione del Vangelo. Tutto si svolga con dignità, decoro, senza fretta. Nessuno è protagonista, neppure il sacerdote, che deve evitare di muoversi in continuazione o dare indicazioni durante la celebrazione, e eviti assolutamente di cambiare o aggiungere parole sue a quelle previste dal rituale, soprattutto nella preghiera eucaristica. L’assemblea viva questo momento così bello e gioioso in sintonia e comunione, con attenzione e partecipazione. Per questo sarebbe preferibile che i canti fossero conosciuti dall’assemblea, a parte alcune celebrazioni particolari, cosicché tutti si possano unire al coro nella lode al Signore.
La celebrazione
È Domenica: il Signore ci chiama e ci accoglie
La Messa inizia con il segno della croce. Il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, la Trinità Santa, questa singolarissima famiglia, ci raduna e ci rende partecipi della sua vita: diventiamo “famiglia di Dio”. L’assemblea della Domenica non è fatta dalla somma delle singole persone; è il Signore che raccoglie e unisce persone diverse per farne un solo corpo. Non conta il numero e neppure la condizione. Quel che conta è radunarsi nel nome del Signore.
Il saluto del sacerdote ci svela la presenza del Signore. Gesù stesso aveva detto: “Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, là sono io in mezzo a loro”(Mt 18,20). Dopo lo scambio del saluto, la nostra prima parola è un’invocazione di misericordia e di perdono. Imitiamo i poveri e i malati che dicevano a Gesù: “Signore, pietà!” Sì, il modo giusto di stare davanti al Signore è quello del pubblicano della parabola il quale riconosce che davanti a Dio nessuno può accampare diritti. Siamo tutti peccatori e bisognosi del suo perdono. Il modo sbagliato, invece, è quello del fariseo della parabola evangelica che, orgoglioso della sua bontà, se ne stava diritto, in piedi, davanti a Dio, giudicando gli altri.
Il Gloria esprime la gioia del perdono ricevuto. Sta scritto: “Vi sarà più gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione” (Lc 15,7). Al termine del canto, il sacerdote raccoglie i desideri, le speranze, le angosce di tutti e, con una preghiera, presenta tutto al Signore.
Dio ci parla
È il momento in cui Dio ci parla più distesamente. Durante la settimana siamo noi a parlare. Ora siamo chiamati ad ascoltare Dio che ci parla. La sua Parola è una fonte di sapienza e di umanità. Per questo ci sediamo e ci disponiamo con calma all’ascolto. Abbiamo bisogno di questo tempo di ascolto in un mondo in cui spesso non ci si ascolta più. Nella nostra società in cui è diventato raro sedersi gli uni accanto agli altri per ascoltarsi, e in cui è difficile persino per gli sposi e per i membri della stessa famiglia sedersi con calma per parlare, a Messa abbiamo la libertà di ascoltare Dio con tranquillità e con calma. Con l’ascolto di Dio inizia il colloquio più importante della nostra vita.
La Messa contiene tre letture: una del Primo Testamento (chiamato solitamente Antico Testamento), l’altra del Nuovo Testamento (Atti degli Apostoli, oppure le Lettere o l’Apocalisse). L’ultima è il Vangelo. La divisione è stata fatta in base ad un ciclo di tre anni in modo da ascoltare con più completezza possibile l’intera Sacra Scrittura. Essa infatti è importante come l’Eucarestia: “La Chiesa ha sempre venerato le Divine Scritture, come ha fatto con il Corpo stesso di Cristo, non mancando mai, soprattutto nella Santa Liturgia, di nutrirsi del Pane della vita dalla mensa sia della Parola di Dio che del Corpo di Cristo, e di porgerle ai fedeli”, dice il Concilio Vaticano II nella Costituzione Dei Verbum (n. 21). Queste parole hanno riportato la Bibbia nelle mani di ciascun credente. Del resto già gli antichi Padri della Chiesa erano stati chiari: “Io vi chiedo miei fratelli e mie sorelle di dirmi ora: credete più importante la Parola di Dio o il Corpo di Cristo? Se volete rispondere la verità, dovete certamente rispondermi che la Parola di Dio non è meno importante del Corpo di Cristo! Infatti, come abbiamo cura, quando viene distribuito il Corpo di Cristo, di non lasciar cadere nulla per terra, così dobbiamo avere la stessa cura per non lasciar sfuggire dal nostro cuore la Parola di Dio che ci è rivolta, parlando o pensando ad altro. Poiché chi ascolta la Parola di Dio con negligenza non sarà meno colpevole di colui che lascia cadere a terra, per negligenza, il Corpo del Signore” (San Cesario di Arles). Ci uniamo a Gesù prima sotto le specie della Parola e poi sotto le specie del pane e del vino consacrati.
Molto cammino è stato fatto da quando si pensava che la Messa fosse valida dall’offertorio, tagliando fuori tutta la prima parte. Resta però ancora molta strada da percorrere per comprendere la centralità della Bibbia nella nostra vita. Non dovrebbe passare infatti giorno senza aprire almeno una pagina della Bibbia! Ma non manchiamo mai di ascoltarla almeno la Domenica, arrivando puntuali per l’inizio della celebrazione.
Al termine della prima lettura rispondiamo con un salmo. I salmi ci inseriscono nella grande tradizione di preghiera che ha nutrito schiere innumerevoli di credenti, sia ebrei che cristiani. Gesù stesso, come Maria, ha pregato con i Salmi. è davvero bello pensare che noi usiamo le stesse parole usate da Gesù per rivolgerci al Padre. Nei salmi impariamo l’alfabeto della preghiera, come una nuova lingua che ci può aiutare a pregare anche durante la settimana.
L’omelia: la Parola di Dio tocca il cuore
La Parola di Dio deve entrare nella stanza segreta del nostro cuore. Questo avviene con l’omelia. La Parola di Dio deve giungere alle corde più profonde di ciascuno di noi e suscitare una domanda di cambiamento. Paolo scrive: “la fede nasce dall’ascolto” (Rm 10,17). Sì! La fede non nasce da fenomeni spettacolari, da avvenimenti strabilianti, la fede nasce dall’ascolto del Signore. È questo il momento in cui Gesù passa e bussa alla porta del cuore. Si legge nell’Apocalisse: “Ecco sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me” (Ap 3,20).
I sacerdoti debbono preparare l’omelia con cura. Essa non va mai improvvisata, ma ha bisogno di una gestazione lunga, fatta di preghiera, di studio, di affetto, di familiarità sia con la Scrittura che con la gente. Potremmo dire che l’omelia è la lettera d’amore del sacerdote ai suoi fedeli. Ogni sacerdote sa che c’è uno stretto rapporto tra la Scrittura e il popolo a cui è rivolta. E lui deve cogliere questo rapporto.
Chi ascolta l’omelia deve essere attento a cogliere quanto il Signore gli dice attraverso chi predica. Nessuno, neanche il più sapiente o il più alto, può essere dispensato dall’ascolto. C’è una soglia della nostra coscienza che è oltrepassata solo dal Signore e dalla sua parola. Sono certo che non c’è omelia nella quale il Signore non ci dica qualcosa. è necessario però che ci sia un clima, anche esterno, di silenzio e di raccoglimento. Nessuna parola deve andare perduta.
Il Credo ci unisce a tutta la Chiesa
Il Credo ci raccoglie tutti nella professione della fede di tutta la Chiesa di Cristo ovunque diffusa, e ci radichiamo nel grande popolo di Dio che ha attraversato i secoli e ha trasmesso di generazione in generazione l’amore del Signore. Ecco perché va recitato o cantato tutti assieme: dobbiamo mostrare anche esternamente l’unità della fede di un popolo che continua a traversare la storia e a dirigerla verso il Regno di pace e di amore a cui Gesù è venuto a dare inizio sulla terra.
La Preghiera universale
Nella preghiera dei fedeli, il popolo di Dio, esercitando la sua funzione sacerdotale, prega per tutti gli uomini. è il momento della preghiera “universale”. Deve perciò riguardare la Chiesa intera, i poveri e i deboli, gli uomini e tutti i popoli. È opportuno preparare intenzioni di preghiera che rispondano alla Parola di Dio annunciata in quel giorno e che interpretino le speranze, le attese, i bisogni sia locali che universali della Chiesa e del mondo.
Non dobbiamo dimenticare la forza della preghiera comune, del “noi” costituito dalla comunità che si raccoglie nel giorno del Signore. Gesù stesso ce lo ha detto: “In verità vi dico ancora, se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per domandare qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro” (Mt 18, 19-20).
L’Offertorio: i doni all’altare
La preparazione della mensa con l’offerta dei doni ha un alto valore spirituale. Si portano all’altare il pane e il vino. è il poco che abbiamo. Lo presentiamo al Signore perché lo trasformi. Gesù, anche per la moltiplicazione dei pani, ebbe bisogno del poco che gli portarono. è il senso dell’offertorio: portare il pane e il vino significa cooperare con il Signore nell’opera della santificazione del mondo. La processione delle offerte perciò deve essere bella e dignitosa, non appesantita con altri oggetti simbolici e spiegazioni, se non in occasioni particolari.
è opportuno raccogliere le offerte per i poveri e per le necessità della Chiesa (si può specificare nell’omelia o nella preghiera dei fedeli lo scopo dell’offerta). L’altare dell’Eucarestia e l’aiuto ai più poveri non sono infatti slegati tra loro. Portare l’offerta all’altare e non portare l’aiuto ai poveri è come tradire il senso stesso della Messa. La colletta deve terminare prima della preghiera eucaristica, quindi, dove è necessario, sia fatta da più persone.
Prima di offrire il calice, il sacerdote mette qualche goccia d’acqua nel vino. è un gesto antico accompagnato da una preghiera silenziosa del sacerdote che chiede: “L’acqua unita al vino sia segno della nostra unione con la vita di divina di Colui che ha voluto assumere la nostra natura umana”. È bella la riflessione di San Cipriano: “Se uno offre soltanto vino, il sangue di Cristo si trova ad essere senza di noi; se invece soltanto acqua, il popolo si trova ad essere senza Cristo”.
La preghiera sulle offerte, preceduta dal sacerdote che si lava le mani in segno di ulteriore purificazione da ogni peccato, conclude l’offertorio.
La preghiera eucaristica
La Preghiera eucaristica, “cuore e culmine della celebrazione”, ci unisce a Gesù che loda il Padre. Il sacerdote la rivolge a Dio a nome di tutti i presenti. La dice il sacerdote ma a nome di tutti noi. La preghiera di ringraziamento inizia dal Prefazio, che ci esorta da unirci nella preghiera alzando i nostri cuori solo verso il Signore. A nome di tutto il popolo, perciò, il sacerdote glorifica Dio Padre e gli rende grazie per tutta l’opera della salvezza. Tutti, al termine del prefazio, ci uniamo agli angeli del cielo e cantiamo con loro: Santo, Santo, Santo. Questa acclamazione esprime la partecipazione della comunità cristiana della terra al canto della Chiesa del cielo, come scrive l’Apocalisse: “Giorno e notte gli angeli non cessano di ripetere: Santo, Santo, Santo il Signore Dio, l’Onnipotente, Colui che era, che è e che viene” (Ap 4,8).
La Preghiera eucaristica che il sacerdote ora inizia è tutta rivolta direttamente al Padre, origine e fonte di ogni santità (sono le prime parole del Canone); e al Padre vanno l’onore e la gloria, come si dice al termine. Questa Preghiera non è un soliloquio del sacerdote con Dio e neppure un colloquio “faccia a faccia” tra lui e il popolo: è la preghiera che sale a Dio da parte di tutti noi. I nostri occhi e il nostro cuore sono rivolti al Signore!
Con l’Epiclési (ossia l’invocazione dello Spirito Santo sul pane e sul vino), il sacerdote implora la potenza divina perché il pane e il vino diventino il Corpo e il Sangue di Cristo. Lo Spirito Santo, che ha formato Gesù nel seno di Maria, trasforma ora i nostri doni nel Corpo e nel Sangue di Gesù.
Il racconto dell’istituzione ripete le parole e i gesti di Gesù e li attua in quel momento. Si compie lo stesso sacrificio che Cristo celebrò nell’ultima Cena, quando offrì il suo Corpo e il suo Sangue sotto le specie del pane e del vino, e lo diede da mangiare e da bere agli apostoli. Quando il sacerdote prende il pane e il calice, alza i suoi occhi al cielo, e pronuncia le parole dell’ultima cena, è Gesù stesso che continua a farlo per mezzo suo. Al termine della consacrazione del pane e del vino, tutta l’assemblea è invitata a cantare questo grande mistero della fede.
Segue quindi l’Anàmnesi (ossia il ricordo, la commemorazione). La Chiesa, adempiendo il comando ricevuto da Gesù per mezzo degli Apostoli: “fate questo in memoria di me” (Lc 22,19), celebra la memoria di Cristo, ricordando soprattutto la sua passione e morte, la sua risurrezione e l’ascensione al cielo. Nel corso di questa preghiera la Chiesa, in modo particolare quella radunata in quel momento e in quel luogo, offre al Padre nello Spirito Santo la vittima immacolata. Il sacerdote ricorda esplicitamente la comunione dei presenti con tutta la Chiesa, sia con la Chiesa celeste che con la Chiesa terrestre. L’offerta del corpo e sangue di Gesù è fatta per essa e per i suoi membri, per quelli che sono sulla terra e per quelli che hanno già raggiunto il cielo, i quali tutti sono stati chiamati a partecipare alla redenzione e alla salvezza. Nessuno dei nostri defunti è escluso dalla Messa. Anche se di qualcuno può venire pronunciato il nome, nessuno è comunque dimenticato.
Con la Dossologia finale, accompagnata dall’elevazione del pane e del vino consacrati, tutti glorifichiamo Dio e rispondiamo: Amen.
Il Padre Nostro
Il sacerdote invita tutta l’assemblea a rivolgere a Dio la preghiera che Gesù stesso ci ha insegnato: il Padre Nostro. è la preghiera che Gesù insegnò ai discepoli quando gli chiesero: “Insegnaci a pregare” (Lc 11,1). È pertanto la preghiera per eccellenza del cristiano, la preghiera che ci qualifica. Essa chiarisce sin dalla prima parola quel che noi siamo: figli. E non soli, ma con altri fratelli e sorelle. Il Padre non è innanzitutto “mio”, ma “nostro”, Padre di un popolo, la famiglia di Dio. Di lui invochiamo il Regno e la realizzazione della sua volontà.
Il Padre Nostro, mentre riassume l’intera Preghiera Eucaristica sino ad ora pronunciata, ci fa chiedere a Dio: “dacci oggi il nostro pane quotidiano”, introducendoci così alla comunione sacramentale. Dicendo: “rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori”, come non ricordare le altre parole evangeliche: “Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare e và prima a riconciliarti con tuo fratello e poi torna ad offrire il tuo dono” (Mt 5,23).
Dalla capacità di perdono dipende non solo la nostra salvezza ma anche il futuro di pace nel mondo. Non c’è futuro di pace senza perdono! L’ultima domanda: “Liberaci dal male” è l’umile richiesta di ciascuno di noi che riconosce la debolezza nella quale viviamo e che solo il Signore è la nostra forza e ci può liberare dal male, non abbandonandoci alla tentazione.
La pace, ricevuta e scambiata
La Preghiera per la pace e lo scambio di un gesto di amore fraterno precedono la comunione al Corpo e al Sangue di Gesù. Questa preghiera ci ricorda che la pace viene da Gesù: “Vi lascio la pace, vi dò la mia pace” (Gv 14,27). È Gesù la nostra pace. Il Segno della pace che siamo invitati a scambiarci non è un gesto di cortesia o di buone maniere. No, la pace viene da Gesù, dal suo altare. Noi la riceviamo e ce la scambiamo. Questa pace ci rende fratelli e sorelle l’uno dell’altro. Ecco perché lo scambio della pace non deve essere un momento di confusione durante il quale ciascuno va alla ricerca dei propri amici da salutare. Non ci sono amici da cercare, ma solo fratelli e sorelle da accogliere e da abbracciare. Lo scambio della pace è un gesto di accoglienza tra coloro che sono vicini per mostrarsi reciprocamente il dono della fraternità ricevuta dal Signore, che supera ogni divisione. Lo scambio della pace esprime l’appartenenza a un unico corpo, la famiglia di Dio, ed è anche un impegno che ci prendiamo verso gli altri.
La “frazione del pane”
Il sacerdote, a questo punto, spezza il pane consacrato. è un gesto a cui prestiamo poca attenzione, eppure diede il nome alla Liturgia Eucaristica nella prima comunità cristiana (la “frazione del pane”). I due discepoli di Emmaus riconobbero Gesù, appunto, allo spezzare il pane. Era un gesto frequente di Gesù: solo lui spezzava il pane in quel modo. Appena i due di Emmaus lo videro, lo riconobbero: “Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero” (Lc 24, 30-31).
Questo gesto non ha solo un valore pratico di divisione del pane perché possa essere distribuito a più persone. C’è un senso più profondo. Gesù è presente in quel pane come un corpo “spezzato”, e nel calice come sangue “versato”, ossia colui che dona tutto se stesso. Nell’ostia e nel vino Gesù è presente come l’amico che ci ama sino alla fine: “dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine” (Gv 13,1).
La comunione
Il momento della Comunione può iniziare, pertanto, con le parole di Giovanni Battista: “Ecco l’agnello di Dio che toglie i peccati del mondo” (Gv 1, 29). E noi, come il Battista, non possiamo non sentire l’assoluta indegnità di fronte ad uno che ci ama in quel modo. Egli ha dato tutto se stesso per noi. E noi, invece, tratteniamo tutto per noi stessi. E con grande sapienza la Chiesa ci fa ripetere le parole del centurione: “O Signore, non sono degno di partecipare alla tua mensa (nel Vangelo: “Che tu entri sotto il mio tetto”), ma dì soltanto una parola ed io sarò guarito” (Lc 7,6-7). Anche se ci fossimo appena confessati, prima di accedere alla comunione dobbiamo sempre, e con grande umiltà, ripetere le parole del centurione romano: “O Signore, non sono degno!”
Debbono farci riflettere queste parole dell’apostolo Paolo: “Chiunque mangia il pane o beve al calice del Signore in modo indegno, sarà colpevole verso il corpo e il sangue del Signore. Ciascuno, dunque, esamini se stesso e poi mangi del pane e beva da questo calice” (1Cor 11,27-28). L’Apostolo si riferisce alle colpe gravi, per le quali si richiede la confessione sacramentale. è opportuno, pertanto, che ci siano momenti appropriati per celebrare questo sacramento. La confessione è un momento alto di grazia e di liberazione. Spesso continuiamo a portare pesi che ci fanno star male, dimenticando la grandezza del cuore di Dio. Egli è sempre pronto al perdono. Il suo amore è ben più grande dei nostri peccati. Certo, è necessario che noi riconosciamo le nostre colpe, e che ne chiediamo perdono. Ma Dio non rifiuta il peccatore pentito: “Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori a convertirsi” (Lc 5, 32). La confessione, se all’inizio chiede umiltà e sofferenza, immediatamente è fonte di pace e di gioia.
è bene comunque partecipare alla Messa facendo anche la comunione (se qualcuno ha bisogno di confessarsi lo faccia preferibilmente prima; ogni sacerdote dovrebbe essere disponibile per questo momento essenziale!). Il pane e il vino consacrati ci trasformano profondamente perché ciascuno di noi viva come Gesù, pensi come Gesù, ami come Gesù. Quel pane “spezzato” e quel sangue “versato” non hanno bisogno di moltiplicare le parole. Parlano da sé: contestano il nostro modo avaro di vivere e le attenzioni meticolose per il nostro corpo, scandalizzano l’istinto al risparmio che abbiamo e l’abitudine a trattenere tutto per noi stessi, ma soprattutto ci immergono in Gesù e ci aiutano a vivere come lui.
è necessario accostarsi alla comunione con tremore e con gioia assieme: andiamo incontro a chi ha dato la vita per noi. Dobbiamo camminare con ordine, senza confusione. Spesso non sappiamo camminare assieme. Non si deve né correre né accalcarsi, ma procedere con calma e dignità. Chi fa la comunione prendendo l’ostia in mano, la riceva appoggiando la mano sinistra sopra la destra e la consumi davanti al sacerdote e non mentre torna al suo posto.
La benedizione
Al termine della celebrazione il sacerdote saluta e benedice l’assemblea. Il Signore ci lascia con la sua benedizione, che è vita da comunicare con gioia agli altri. Ogni credente che esce dalla Messa è una benedizione per coloro che incontra, una benedizione per le nostre città, una benedizione per il mondo intero.
