
“O voi tutti assetati, venite all’acqua, voi che non avete denaro, venite, comprate e mangiate, venite, mangiate senza denaro, senza pagare, vino e latte…. Su, ascoltatemi e mangerete cose buone e gusterete cibi succulenti. Porgete l’orecchio e venite a me, ascoltate e vivrete” (Is 55,1.3). è l’invito del profeta Isaia alla festa che il Signore ha preparato per tutti. è la mensa della gratuità dell’amore di Dio, a cui tutti sono chiamati. è la festa della Domenica, il giorno del Signore. Nessuno è escluso, tutti sono invitati, anche chi si è allontanano per un po’ da quella festa. è il giorno dell’Eucaristia, cuore della vita cristiana. Essa è il primo grande luogo di educazione “alla vita buona del Vangelo”, come esorta la Chiesa italiana negli orientamenti pastorali per il prossimo decennio: “Ascolto assiduo della parola di Dio, celebrazione liturgica e comunione nella carità sono, dunque, le dimensioni costitutive della vita ecclesiale; esse hanno un’intrinseca forza educativa, poiché mediante il loro continuo esercizio il credente è progressivamente conformato a Cristo” (n. 21).
I miei predecessori come vescovi di questa Diocesi hanno dedicato parte importante del loro impegno umano e pastorale all’Eucaristia, celebrandola in mezzo a voi, con i vostri padri e le vostre madri. Ricordo la lettera pastorale del Vescovo Angelo Cella L’Eucaristia nel giorno del Signore. Ricordo l’impegno del Vescovo Salvatore Boccaccio per il Convegno ecclesiale diocesano del 2003, e la sua lettera pastorale Nel cuore della Chiesa nell’anno dell’Eucaristia del 2005. Proprio per questo sento il dovere e la necessità di tornare su questo aspetto centrale della nostra vita di fede, anche in preparazione al XXV Congresso Eucaristico Nazionale del prossimo anno. Non vorrei tuttavia solo riflettere sulla Celebrazione Eucaristica, ma sulla centralità della Domenica e della festa nella vita del cristiano, all’interno della quale la Santa Messa occupa un ruolo insostituibile. Infatti mi muove la preoccupazione che ancor più in questo frangente storico, in un mondo tanto dominato dall’amore per le cose e dall’individualismo, sia indispensabile riscoprire il senso e il valore della Domenica anche per la nostra società. I cambiamenti oggi sono repentini. Spesso, senza saperlo, tutti noi ci facciamo dominare dai pensieri materiali di questo mondo. Ci si allontana dai riferimenti di Dio. Non si dà tempo al Signore per il quale non c’è spazio tra di noi. La Domenica, allora, viene invasa da occupazioni, pensieri, sentimenti, che sono lontani da quelli della Chiesa. Questo è un segno preoccupante per ciascuno di noi.
Certo, si potrebbe dire che la crisi economica induce molti a pensare innanzitutto a sé. Nella nostra terra infatti la disoccupazione costringe numerose famiglie a enormi sacrifici e aumenta l’incertezza e la rassegnazione, mentre le giovani generazioni guardano al futuro con paura. La vita per tutti è difficile. Purtroppo sono davvero scarsi i segni evidenti di reazione a questa situazione, capaci di creare alternative e prospettive vere e credibili per il futuro. Sembra di assistere a una generale impotenza davanti alla crisi. Si vive senza visioni, schiacciati sul presente. C’è bisogno di una rivolta spirituale, che apra alla dimensione dello spirito, a cominciare dalla Domenica. Il martire Giustino, un antico scrittore cristiano del II secolo, diceva del giorno del Signore: “Il giorno che viene chiamato il giorno del sole, tutti, sia che abitino nelle città o nelle campagne, ci raccogliamo in uno stesso luogo dalla città e dalla campagna, e si fa lettura delle Memorie degli apostoli e degli Scritti dei profeti, sin che il tempo lo permette. Quando il lettore ha terminato, colui che presiede tiene un discorso per ammonire ed esortare all’imitazione di questi buoni esempi. Poi tutti insieme ci leviamo e innalziamo preghiere sia per noi stessi sia per tutti gli altri, dovunque si trovino… Finite le preghiere, ci salutiamo l’un l’altro con un bacio. Quindi viene recato a colui che presiede l’assemblea dei fratelli un pane e una coppa d’acqua e vino. Egli li prende e loda e glorifica il Padre dell’universo per mezzo del Figlio e dello Spirito Santo; quindi fa un lungo ringraziamento (eucaristia) per averci fatti meritevoli di questi doni. Terminate le preghiere e il ringraziamento eucaristico, tutto il popolo acclama: Amen… Quando colui che presiede ha ringraziato e tutto il popolo in coro ha risposto, quelli che noi chiamiamo diaconi distribuiscono a ciascuno dei presenti il pane e il vino consacrati e ne portano agli assenti. Quest’alimento noi lo chiamiamo: eucaristia” (I Apol, 65, 67).
Così i primi cristiani vivevano la Domenica. Era una scelta che sentivano decisiva, anche se comportava problemi. Alcuni, per questo, affrontarono persino il martirio. Ad Abitene (una cittadina dell’odierna Tunisia), nel 304, venne arrestato un gruppo di cristiani. Di fronte al proconsole che li accusava di riunirsi illecitamente, uno di loro, Saturnino, rispose: “Noi dobbiamo celebrare il giorno del Signore: è la nostra legge”. Dopo di lui fu interrogato il proprietario della casa, dove si celebrava l’Eucaristia, di nome Emerito. Il proconsole gli chiese: “Ci sono state riunioni proibite a casa tua?”. “Si, abbiamo celebrato il giorno del Signore”, rispose Emerito. “Perché hai permesso loro di entrare?” chiese il proconsole. Ed Emerito rispose: “Sono fratelli e io non potevo impedirlo”. “Avresti dovuto farlo”, replicò il proconsole. Ed Emerito affermò: “Non potevo farlo, perché noi non possiamo vivere senza celebrare la cena del Signore”. E vennero condannati a morte: furono martiri della Domenica. Sì, non possiamo vivere senza celebrare la cena del Signore!
Santa Maria Salome, donna della Domenica
Abbiamo da poco concluso il giubileo della nostra patrona, Santa Maria Salome, donna, discepola e madre. Come sappiamo dai Vangeli ella era tra quelle donne che seguivano Gesù e lo servivano. Non lo abbandonò nell’ora del dolore, non fuggì davanti alla sofferenza e alla condanna, ma fedelmente rimase con lui fin sotto la croce. I Vangeli raccontano che con altre donne Maria Salome si era recata al sepolcro “di buon mattino, il primo giorno della settimana” (Mc 16,2) per ungere il corpo di Gesù. Gesto di pietà e di attenzione verso quell’amico che aveva seguito e ascoltato. C’è un senso di mestizia nel gesto che le donne vogliono compiere verso il corpo del Signore. Maria Salome con le altre donne mostra quell’attenzione e quella pietà che talvolta solo le donne sanno esprimere nell’ora del dolore. Gli apostoli erano fuggiti. Solo il più giovane, Giovanni, si era fermato sotto la croce.
Sono solo donne coloro che all’alba del primo giorno della settimana, passato il sabato, si recarono per prime al sepolcro per compiere quell’ultimo gesto di affetto per Gesù. Avevano imparato quel sentimento che i Vangeli attribuiscono solo al Signore, la compassione: sapersi chinare su coloro che soffrono, sui malati, sui deboli, sui bisognosi; sapersi fermare accanto a loro quando sono feriti e abbandonati, come fece il buon samaritano quando vide un uomo mezzo morto lungo la strada. Al sepolcro le donne credevano di trovare il corpo del Signore, ma furono accolte dalla parola di un giovane, un messaggero di Dio: “Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. è risorto, non è qui. Ecco il luogo dove l’avevano posto. Ma andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro: Egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto” (Mc 16,6-8).
La parola dell’angelo diede inizio a un tempo nuovo, una vita nuova, la vita dei cristiani, donne e uomini figli della resurrezione. Maria Salome si presenta a noi come figlia della resurrezione, la donna della Domenica, il giorno del risorto. Tutto cambiò da quel giorno, da quella parola dell’angelo di Dio. Sospinta da quell’amore “materno”, che l’aveva resa discepola del Signore, Maria Salome varcò i confini del piccolo mondo della Palestina, per rendere partecipi anche noi di quel messaggio straordinario, come le aveva detto l’angelo: la gioia della resurrezione, la vittoria di Dio sulla morte.
La vita di una donna allora non era facile. Nel mondo ebraico le donne non avevano la stessa dignità degli uomini. Soprattutto era impensabile che potessero essere portatrici di un messaggio così straordinario come quello loro affidato dall’angelo. Eppure proprio da donne come Maria Salome noi abbiamo ricevuto il segreto della vita cristiana: l’annuncio del Signore morto e risorto. Lo abbiamo voluto sottolineare con gioia in quella celebrazione straordinaria del giubileo delle donne, che ha preceduto il Convegno Diocesano del 2010.
In quel primo giorno dopo il sabato quelle donne accolsero un annuncio inatteso: per la prima volta nella storia era stata sconfitta la morte, il male peggiore e irrimediabile. Dio Padre aveva fatto risorgere il Figlio fatto uomo, uno come noi, perché solo l’amore è forte come la morte e la può sconfiggere. Noi siamo cristiani perché una lunga storia di amore è giunta fino a noi. Talvolta però perdiamo il senso di questo legame fecondo con coloro che ci hanno preceduto nella fede e nella santità. Ciò che conta siamo noi stessi, il nostro io, le nostre sensazioni e i nostri umori, e così si rimane prigionieri del presente, senza legami e senza futuro, come se tutto iniziasse e finisse con noi. Un uomo senza storia si perde, si angoscia, guarda il futuro con ansia e senza speranza. La storia di fede di questa nostra terra, i cui due testimoni più noti sono i patroni della Diocesi, Santa Maria Salome e Sant’Ambrogio martire, ci aiuta a ritrovare i motivi e la gioia di essere cristiani persino in un tempo difficile, anche perché il loro tempo non era certo più facile del nostro.
Donne e uomini della Domenica
Un giorno Gesù camminava lungo le strade di Nain, piccola città della Galilea. Quando fu vicino alla porta della città si imbatté in un corteo funebre: veniva portato al sepolcro il figlio di una madre vedova. “Vedendola, il Signore fu preso da grande compassione per lei e le disse: «Non piangere!» Si avvicinò e toccò la bara, mentre i portatori si fermarono. Poi disse: «Ragazzo, dico a te, alzati!» Il morto si mise seduto e cominciò a parlare. Ed egli lo restituì alla madre” (Lc 7,13-15). Ancora una volta Gesù fu mosso dalla compassione davanti al dolore di una madre per la morte dell’unico figlio. è l’atteggiamento del Signore di fronte alla sofferenza e al dolore. Il dolore e la morte risvegliano la compassione, allontanandoci un po’ da noi stessi, dall’abitudine a sentirci vittime e a lamentarci, dalla paura di fermarsi accanto a chi soffre.
Il dolore e la sofferenza non mancano attorno a noi. Ogni giorno scorrono immagini di dolore. Milioni di madri piangono i loro figli in Africa, che muoiono da piccoli per malattia, malnutrizione, per la guerra e la povertà. Anche nelle nostre case si piangono i giovani morti sulle strade o persi alla ricerca di un facile benessere dietro la droga, il gioco, l’alcol, l’esibizione di sé.
Nel giorno del Signore vengono asciugate le lacrime del dolore e la Chiesa diventa come una casa che aspetta i figli che ritornano a gustare la compassione di Dio. Fu la casa in cui il padre fece festa per il figlio che si era perduto ed era stato ritrovato, perché riconoscendo il suo bisogno decise di tornare e, arrivato dal padre, disse:
«Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio». Ma il padre disse ai servi: «Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato». E cominciarono a far festa. Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: «Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo». Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: «Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso». Gli rispose il padre: «Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato»” (Lc 15,21-32).
Molte volte non avvertiamo la presenza paziente e benevola di Dio nella nostra vita. Ci separiamo da lui e dalla sua casa di amore, per vivere per noi stessi, quasi convinti che esista una vita migliore di quella della casa del Padre. Purtroppo non ci accorgiamo che lontano da quella casa la vita si impoverisce e si inaridisce, e si finisce per mangiare un cibo amaro, che non sazia. Ma Dio torna a cercarci, come fece con quel figlio che si era allontanato da lui e che aveva provato la miseria e la tristezza di una vita lontana dalla casa del padre. Nella Domenica Dio viene a cercare l’uomo e la donna, chiunque essi siano. Egli non opera le tante distinzioni che noi facciamo. Non cerca solo i buoni o i giusti. Infatti “Egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti” (Mc 5,45). Quel padre uscì dalla sua casa sia per andare incontro al figlio minore, che lo aveva abbandonato, sia a quello maggiore, che si credeva giusto e protestava con il padre che gli sembrava ingiusto. Bisognava far festa!
Dio esce da se stesso, si fa incontro all’uomo. Non ha altro modo che quello di abbassarsi, umiliarsi, farsi servo. È lui che esce di casa, corre incontro al figlio che veniva da lontano, come era uscito per pregare il figlio maggiore. Non si vergogna di abbassarsi, di pregare perché gli uomini riconoscano il suo amore libero e universale, non imbrigliato dal metro di una giustizia senza misericordia. Dio ha un solo modo per vincere il male: quello di persuadere, pregare, perdonare, amare. Non costringe, non usa violenza, non ripaga secondo i torti subiti, non condanna. Questa è la vita di Dio, che ci è stata comunicata in modo definitivo nella vicenda di Gesù di Nazareth e di cui noi come suoi discepoli vogliamo vivere. È la vita di quel padre della parabola, che non si rassegna all’abbandono da parte del figlio minore né alle pretese di quello maggiore. La sua misericordia va oltre ogni attesa e previene persino la richiesta di perdono del figlio più giovane. Ma occorre avere la consapevolezza del proprio bisogno, della propria pochezza, dell’amarezza, ed anche della fatica e della tristezza di una vita lontana da quella casa, senza pretese, senza recriminazioni, senza quell’orgoglio che abitua a vivere e a fare da soli.
E infine Dio persino gioisce per il figlio ritrovato. Sembra paradossale tanta gioia per aver ritrovato qualcosa di poco conto, come un figlio ribelle e dissoluto. Eppure è la gioia di Dio, la gioia della gratuità, di una ricerca piena di amore per cose a cui un ricco non darebbe peso e attenzione. Eppure il Signore è “venuto a cercare chi era perduto” (Lc 19,10), i piccoli, i deboli, i poveri, gli smarriti. Quanta gente perduta nel mondo. Quanti piccoli a cui nessuno darebbe nulla e a cui nessuno davvero dà niente. Si è presi da se stessi, dai propri litigi, dall’affermazione delle proprie ragioni, dall’abitudine a fare da sé, dall’ostentazione della propria ricchezza, e facilmente si dimenticano gli altri, soprattutto i poveri. Quale vantaggio infatti nel dare a chi non ti potrà ricambiare? Eppure proprio questa è la gioia di Dio: la gioia del dare senza pretendere di ricevere. Questa può diventare anche la nostra gioia: la gioia del perdono a chi ti ha offeso o ti porta rancore, la gioia di una vita che non può che essere dono, perché anche essa ti è stata donata.
Noi spesso non siamo così. La vita ci rende talvolta avari, ci abitua a pretendere e poco a dare, ci vuole calcolatori per paura di perdere quanto abbiamo. Il mondo ha bisogno di gente che cerca gli altri, uscendo da se stessa, dalle proprie abitudini e ragioni. La Domenica è il giorno della gratuità, perché Dio ci accoglie nella sua casa così come siamo, con le gioie e le tristezze della vita, con le speranze e le delusioni, tutti peccatori, ma tutti perdonati. Nella Domenica Dio gioisce perché ci ritrova sani e salvi. Per questo nella casa di Dio troviamo il riposo e la pace del cuore che cerchiamo ogni giorno.
Siamo chiamati a riscoprire la gioia della Domenica. Nel mondo dominato dalla fretta e dal possesso, dalla smania di avere e di comprare, si va perdendo il senso di questo giorno. Talvolta, invece di essere il giorno dell’incontro con i fratelli della nostra comunità, diventa un’occasione per andarsene e starsene soli. Una società senza ricerca di riposo del cuore e del corpo diviene lentamente meno umana, meno attenta al bisogno degli altri, genera donne e uomini che hanno di mira solo il proprio interesse e il proprio benessere, poco attenti al bene comune. Lo spazio della Domenica è quello dell’ascolto, della fraternità e della convivialità, della visita, della preoccupazione per i più deboli, della ricomposizione dell’unità della famiglia ed anche della comunità cittadina. è uno spazio di umanità anche per la città secolare in cui viviamo. Tutti infatti, non solo i cristiani, hanno bisogno di questo tempo del cuore e dell’incontro. Si potrebbe dire che esiste un valore laico e antropologico della Domenica da difendere ad ogni costo. La sua perdita rischierebbe di abbassare il livello di civiltà del mondo.
Il settimo giorno, compimento della creazione
La Bibbia fin dall’inizio ci parla del valore del settimo giorno, il Sabato per gli ebrei e la Domenica per i cristiani, in quel celebre racconto della creazione, collocato nel capitolo primo del libro della Genesi, che termina al versetto quarto del capitolo secondo. In sei giorni Dio creò il cielo e la terra, dispose in ordine le sue opere, diede vita agli animali e infine all’essere umano, maschio e femmina. Il testo non è tanto interessato a descriverci il processo della creazione in termini scientifici, quanto vuole dirci che la vita in tutte le sue dimensioni dipende da Dio. Per questo non ne siamo padroni assoluti e la dobbiamo amare e difendere dal concepimento fino alla morte naturale.
L’autore pone come punto culminante dell’opera di Dio la creazione dell’uomo e della donna, che Dio volle a “sua immagine e somiglianza” (Gen 1,26). Per sette volte si ripete che tutto quanto Dio aveva creato “era cosa buona”. Il male cioè non è voluto da Dio, ma si introduce nella creazione per opera dello spirito maligno al quale l’essere umano accondiscende compromettendo così il rapporto con il Signore e con la creazione stessa. Tuttavia, sebbene l’essere umano sia l’espressione più bella della creazione, non ne è il compimento. Il testo infatti termina parlando di quanto Dio fece nel settimo giorno:
“Così furono portati a compimento il cielo e la terra e tutte le loro schiere. Dio, nel settimo giorno, portò a compimento il lavoro che aveva fatto e cessò nel settimo giorno da ogni lavoro che aveva fatto. Dio benedisse il settimo giorno e lo consacrò, perché in esso aveva cessato da ogni lavoro che egli aveva fatto creando. Queste sono le origini del cielo e della terra, quando vennero creati” (Gen 2,1-4a).
Il compimento della creazione è nel settimo giorno, il giorno in cui Dio stesso ha smesso di operare. Il mondo ha bisogno di questo giorno, il giorno della lode di Dio. Senza settimo giorno la creazione non giunge alla sua pienezza, manca di qualcosa di essenziale. Da qui comprendiamo il senso del precetto del sabato che troviamo nei comandamenti:
“Ricordati del giorno di sabato per santificarlo. Sei giorni lavorerai e farai ogni tuo lavoro, ma il settimo giorno è il sabato in onore del Signore, tuo Dio: non farai alcun lavoro, né tu né tuo figlio né tua figlia, né il tuo schiavo né la tua schiava, né il tuo bestiame, né lo straniero che dimora presso di te. Perché in sei giorni il Signore ha fatto il cielo e la terra e il mare e quanto è in essi, ma si è riposato il settimo giorno. Perciò il Signore ha benedetto il giorno del sabato e lo ha consacrato” (Es 20,8-11).
Nel settimo giorno l’uomo riconosce che quanto esiste non è solo opera sua, non è suo esclusivo possesso, comprende che egli non ne è del tutto padrone. Solo nel riposo del settimo giorno e nella lode al Dio creatore per quanto egli ha compiuto e continua a compiere, il mondo e la vita raggiungono la loro pienezza. Il Sabato pone un freno all’idea di grandezza, di dominio assoluto, all’orgoglio che fa sentire superiori a tutto e a tutti. Scrive Abraham Joshua Heshel, grande scrittore ebreo vissuto nel secolo scorso: “Il Sabato non è al servizio dei giorni feriali; sono invece i giorni feriali che esistono in funzione del sabato. Esso non è un interludio, ma il culmine del vivere”. (Il Sabato, p. 22). E poi: “Amare il Sabato è amare quello che abbiamo in comune con Dio. La nostra osservanza del Sabato è una parafrasi della sua santificazione del settimo giorno. Il mondo senza il Sabato sarebbe un mondo che ha conosciuto solo se stesso; sarebbe scambiare Dio per una cosa, sarebbe l’abisso che Lo separa dall’universo; un mondo senza una finestra che dall’eternità si apra sul tempo” (p. 24).
Nel giorno di festa si ristabilisce anche una certa uguaglianza tra gli esseri umani, perché il settimo giorno coinvolge tutti, includendo lo schiavo e la schiava, lo straniero, il bestiame. In questo giorno si crea di nuovo quell’armonia e quell’unità che il Signore volle fin dall’inizio per il mondo e che sarà poi messa in discussione dal peccato. Il Sabato è sorgente di uguaglianza e di unità. Perciò va di nuovo riscoperto il senso del riposo come cessazione dal lavoro, proprio nella prospettiva di una uguaglianza di diritti che spettano a tutti, ai ricchi come ai poveri, ai datori di lavoro come ai dipendenti. La facilità con la quale la nostra società impone che si lavori anche di Domenica rischia di eliminare quello spazio necessario per il nutrimento dell’anima oltre che per il riposo del corpo. Non assecondiamo questa abitudine di un mondo mercato, dove c’è tempo solo per vendere e comprare.
Questa caratteristica solidale, fraterna e festosa del settimo giorno ricompare nella Bibbia anche in riferimento all’anno sabbatico (Dt 15,1-11) e alle feste ebraiche più importanti, come la festa delle Settimane (la Pentecoste) e la festa delle Capanne (Dt 16,9-15). Nell’anno sabbatico non si può vivere in maniera avara e misurata davanti al povero, anzi la Bibbia invita a una generosità di cuore e nelle azioni: “Se vi sarà in mezzo a te qualche tuo fratello che sia bisognoso in una delle tue città nella terra che il Signore, tuo Dio, ti dà, non indurirai il tuo cuore e non chiuderai la mano davanti al tuo fratello bisognoso, ma gli aprirai la mano e gli presterai quanto occorre alla necessità in cui si trova” (15,7-8). Il giorno di festa chiede al credente un’attenzione particolare al bisogno del povero, senza la quale non si ottiene la benedizione di Dio, non si gode cioè pienamente della vita che viene da lui.
Nella festa, la solidarietà diventa gioia che coinvolge tutti, come prescriveva già il comandamento del Sabato: “Gioirai davanti al Signore tuo Dio, tu, tuo figlio e tua figlia, il tuo schiavo e la tua schiava, il levita che abiterà le tue città, lo straniero, l’orfano e la vedova che saranno in mezzo a te, nel luogo che il Signore avrà scelto per stabilirvi il suo nome” (Dt 16,11). La gioia scaturisce dalla condivisione del proprio benessere con i bisognosi. Proprio la festa è il giorno in cui si ricostituisce l’unità del popolo davanti al Signore e si ritrova la fraternità perduta.
Nel giorno di festa riscopriamo così la gioia del dare, condividendo con gli altri, soprattutto con chi ha bisogno, quello che abbiamo. Vorrei perciò che ogni nostra realtà fosse attenta ai deboli e ai poveri. Penso soprattutto agli anziani, a quelli soli o in istituto. Chiedo a tutti voi di essere in ogni parrocchia un luogo di amicizia per gli anziani. Non diamo per scontato di sapere già tutto, di conoscere coloro che hanno bisogno. Molte volte i bisognosi ci sono nascosti, perché chi avrebbe bisogno di aiuto e di compagnia talvolta si vergogna a chiedere. Impariamo a vivere la stessa compassione di quelle donne che restarono vicine al Signore non lasciandolo solo nel suo cammino di dolore.
La Domenica: il settimo giorno dei cristiani
Per i cristiani nella Domenica si ripete il miracolo della presenza del Signore in mezzo a loro in maniera visibile e certa. I Padri della Chiesa ne parlarono come del giorno della realizzazione definitiva della storia: “San Basilio – scrive Giovanni Paolo II in Dies Domini (n. 26) – spiega che la Domenica significa il giorno veramente unico che seguirà il tempo attuale, il giorno senza termine che non conoscerà né sera né mattino, il secolo imperituro che non potrà invecchiare: la Domenica è il preannuncio incessante della vita senza fine, che rianima la speranza dei cristiani e li incoraggia nel loro cammino”. E Benedetto XVI scrive nell’Esortazione Apostolica postsinodale Sacramentum caritatis: “La Chiesa celebra il Sacrificio eucaristico in obbedienza al comando di Cristo, a partire dall’esperienza del Risorto e dall’effusione dello Spirito Santo. Per questo motivo, la comunità cristiana, fin dagli inizi, si riunisce per la fractio panis nel Giorno del Signore. Il giorno in cui Cristo è risorto dai morti, la Domenica, è anche il primo giorno della settimana, quello in cui la tradizione veterotestamentaria vedeva l’inizio della creazione. Il giorno della creazione è ora diventato il giorno della “creazione nuova”, il giorno della nostra liberazione nel quale facciamo memoria di Cristo morto e risorto” (n. 37).
Ogni giorno ciascuno è chiamato a trovare lo spazio della preghiera, della meditazione delle Sante Scritture, dell’incontro con Dio. Tuttavia la Domenica, il settimo giorno dei cristiani, è un giorno straordinario: Dio si manifesta a noi nella sua sfolgorante bellezza come quel giorno sul monte della trasfigurazione, il Tabor. La Domenica è il giorno del compimento, il giorno della discesa di Dio sulla terra, del ricongiungimento del cielo con la terra. La Domenica è il giorno della gratuità: il Signore si dona a noi senza nostro merito, viene a cercarci perché non ci perdiamo dietro noi stessi ma torniamo a seguirlo. è come quel padre che aspetta il figlio sulla soglia di casa per potergli concedere il perdono e far festa con lui e con i suoi familiari, invitandolo al banchetto della festa. In questo giorno si ristabilisce l’unità perduta, si riscoprono quella fraternità e quell’amicizia così difficili da vivere durante la settimana.
L’apostolo Paolo ricorda l’ultima cena del Signore con i suoi discepoli proprio in contrasto con le divisioni della comunità di Corinto: “Innanzitutto sento dire che quando vi radunate in assemblea, vi sono divisioni tra voi, e in parte lo credo…. Quando dunque vi radunate insieme, il vostro non è più un mangiare la cena del Signore” (1Cor 11,18.20). Le divisioni fanno spesso parte del nostro vivere gli uni accanto agli altri. La difesa del proprio interesse e delle proprie ragioni porta a contrasti, litigi, rancori, divisioni, persino nelle nostre realtà, tra individui, gruppi, parrocchie, contrade, comitati. Che tristezza e quanto spreco di tempo e di energie per difendere nient’altro che se stessi e le proprie convinzioni, senza l’intelligenza di capire che solo nel dialogo e nell’amicizia è possibile vivere in modo non conflittuale e costruire un mondo pacifico. Popoli e individui istintivamente sembrano più portati a vivere separati che uniti, nonostante Dio ci abbia creati fratelli, parte di un’unica famiglia. Nella Domenica, nonostante le divisioni e i contrasti della settimana, ci ritroviamo come un’unica famiglia attorno all’altare del Signore. Da tanti “io” si forma un “noi”, il “noi” di una comunità di gente riunita dal Signore.
È un dono straordinario che il Signore concede ad ogni comunità raccolta nel suo nome. Forse non apprezziamo abbastanza questo miracolo, non lo comprendiamo nel suo inestimabile valore, perché siamo abituati a una fede individualista, che considera il cristianesimo come un affare privato tra me e il Signore. Al contrario la fede cristiana nasce in maniera personale, come la risposta di ciascuno al Signore, ma cresce e si rafforza con gli altri e non contro gli altri.
Gesù aveva chiamato i primi discepoli a due a due, come Andrea e Pietro, Giacomo e Giovanni, o singolarmente, come Levi, ma subito fece di loro una comunità, come leggiamo nel Vangelo di Marco:
“Salì poi sul monte, chiamò a sé quelli che voleva ed essi andarono da lui. Ne costituì Dodici – che chiamò apostoli -, perché stessero con lui e per mandarli a predicare con il potere di scacciare i demòni. Costituì dunque i Dodici: Simone, al quale impose il nome di Pietro, poi Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni fratello di Giacomo, ai quali diede il nome di Boanèrghes, cioè “figli del tuono”; e Andrea, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso, Giacomo, figlio di Alfeo, Taddeo, Simone il Cananeo e Giuda Iscariota, il quale poi lo tradì” (Mc 3,13-19).
Quella parola “costituì” ripetuta due volte indica proprio la formazione di un “noi” a partire da individui che avevano cominciato a seguire Gesù. Nella Domenica anche noi riscopriamo i nomi di quelle persone che ci siedono accanto come parte di una stessa comunità. Durante la settimana forse la maggior parte di loro ci è stata lontana, estranea, forse nemica, eppure nel giorno del Signore li ritroviamo con i loro nomi, la loro vita, i loro volti, le loro gioie e sofferenze.
Nella Liturgia della Domenica con gioia ci troviamo gli uni accanto agli altri formando lo stesso popolo santo di Dio, raccolto attorno all’altare del Signore. Scrive Giovanni Paolo II nella Novo Millennio Ineunte: “L’Eucarestia Domenicale, raccogliendo settimanalmente i cristiani come famiglia di Dio intorno alla mensa della Parola e del Pane di vita, è anche l’antidoto più naturale alla dispersione. Essa è il luogo privilegiato dove la comunione è costantemente annunciata e coltivata. Proprio attraverso la partecipazione eucaristica, il giorno del Signore diventa anche il giorno della Chiesa, che può svolgere così in modo efficace il suo ruolo di sacramento di unità” (36). E l’antica preghiera eucaristica della Didaché recita a proposito del pane eucaristico: “Come questo pane era prima sparso sui colli e raccolto divenne una cosa sola, così la tua Chiesa si raccolga dai confini della terra nel tuo regno”. In questo senso l’Eucaristia “fa la Chiesa”, come affermava San Tommaso parlando dell’Eucaristia come del sacramento quo ecclesia fabricatur, il sacramento nel quale si costruisce la Chiesa. La costituzione conciliare sulla Divina Liturgia Sacrosantum Concilium dice: “Il nostro Salvatore nell’ultima cena, la notte in cui fu tradito, istituì il sacrificio eucaristico del suo corpo e del suo sangue, onde perpetuare nei secoli fino al suo ritorno il sacrificio della croce, e per affidare così alla sua diletta sposa, la Chiesa, il memoriale della sua morte e della sua resurrezione: sacramento di amore, segno di unità, vincolo di carità, convito pasquale, nel quale si riceve Cristo, l’anima viene ricolmata di grazia e ci è dato il pegno della gloria futura” (47).
