Giornata del Malato VI domenica del TO 2011

crocifissione_xvii_n.jpg

per le sue piaghe siamo guariti

Care sorelle e cari fratelli,
è sempre una grande consolazione ritrovarsi insieme nel giorno del Signore attorno alla mensa della Parola, che si fa cibo per noi tutti.
Qui noi ci riconosciamo come il popolo santo di Dio, uomini e donne bisognosi l’uno dell’altro, chiamati a formare quell’unica famiglia di Dio di cui soprattutto oggi c’è tanto bisogno. Siamo diversi per età, condizione sociale, appartenenza, provenienza. Tra noi ci sono persone più sane, altre più malate e più deboli nel corpo. Eppure qui scopriamo che le nostre diversità non sono motivo di separazione né di rivalsa. Sappiamo di poter essere amici, di poterci aiutare reciprocamente. Siamo consapevoli che nessuno può fare a meno degli altri, neppure chi si crede sano e forte. L’autosufficienza totale non è il nostro criterio di vita. E molti di voi lo sanno bene e lo possono insegnare a tutti, perché dipendere dagli altri non deve essere un motivo per vergognarsi. Il cristiano sa che la sua forza viene dal Signore.

   Cari amici, noi non ci vogliamo conformare a un mondo che esalta ciò che appare, la forza, la ricchezza, la bellezza fisica, il successo, e che di conseguenza ha paura della debolezza, abbandona chi soffre, mette in istituto i vecchi lasciandoli a se stessi – non so se sapete che in istituto si muore molto prima che a casa propria -, disprezza i poveri, considera i rom gente pericolosa, che non ha diritto neppure ad avere una casa e un futuro dignitoso. Quanto è triste e disumano un mondo così. Sono rimasto colpito, come credo tanti di voi, dalla morte tragica a Roma in un incendio di quei quattro bambini rom, Sebastian, Patrizia, Fernando e Raul. Pensate che in dieci anni di permanenza a Roma la loro famiglia era stata costretta a cambiare campo per ben 30 volte. Ma talvolta neppure la morte riesce a vincere i pregiudizi e a suscitare quella compassione che dovrebbe nascere in tutti almeno davanti al dolore. Una scritta su un muro di Roma diceva riferendosi a quei poveri quattro bimbi morti: meno quattro. Non rassegniamoci alla violenza dei sentimenti, delle parole, dei pregiudizi, delle azioni. Non sarà certo una vita contro gli altri che renderà il mondo migliore o risolverà i problemi della nostra società. Non associamoci a coloro che vedono negli stranieri o negli zingari l’origine dei mali e delle difficoltà di questo tempo. E’ facile addossare ad altri cause che sarebbe bene cercare in ognuno di noi o all’interno del modo di vivere della nostra società e del nostro paese.
   Il Vangelo di oggi ci aiuta a comprendere la diversità della vita cristiana, la sua bellezza e la sua forza. Tutto comincia da quell’invito di Gesù: “Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli”. Qual è la giustizia che il Signore richiede dai suoi discepoli? “Avete inteso che fu detto agli antichi: “Non ucciderai; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio”. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello: “Stupido”, dovrà essere sottoposto al sinedrio; e chi gli dice “Pazzo”, sarà destinato al fuoco della Geenna”. A noi queste parole e questa giustizia richiesta da Gesù sembrano un’esagerazione. Come è possibile non arrabbiarsi, non dire stupido o parole simili a un altro? Noi ci arrabbiamo con tanta facilità, litighiamo istintivamente, come se fosse normale. Sembra impossibile vivere insieme. Perché ci si arrabbia, perchè si litiga, perché ci si divide? Non c’è altro motivo se non la difesa di se stessi, delle proprie ragioni e del proprio interesse. Gesù ci dice che l’ira è come l’omicidio, perché è all’origine dell’eliminazione degli altri della propria vita. Ben lo sappiamo! Da un’arrabbiatura e da una lite si creano talvolta tali divisioni che durano per mesi, anni, persino per una vita. C’è gente che non riesce a riconciliarsi con gli altri neppure davanti alla malattia e alla morte.
   Eppure questa, care sorelle e cari fratelli, è la vera giustizia, che non è calcolo, non è dare per ricevere, non si basa sulla reciprocità, perché la giustizia perfetta è gratuità dell’amore. La vera giustizia si realizza nel perdono. “Se presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, và prima a riconciliarti con tuo fratello…”. Badate bene. Non si dice: se tu hai qualcosa contro tuo fratello, ma se tuo fratello ha qualcosa contro di te. Cioè, persino se tu stai dalla parte della ragione ed è l’altro dalla parte del torto, devi riconciliarti con lui. E invece spesso non si vive così. Mai umiliarsi, mai chiedere scusa e riconciliarsi se si ha ragione! Questo ci insegna la nostra società. Così ciascuno si ricorda i torti subiti, tiene stretti i motivi delle sue rivendicazioni, che appena può rinfaccia agli altri, e continua a vivere pensandosi un buon cristiano.
   Care sorelle e fratelli, Gesù nella sua pazienza ci viene persino a dire che conviene cercare l’accordo con gli altri: “Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei in cammino con lui, perché l’avversario non ti consegni al giudice…”. Il Signore ci invita a cercare l’accordo con gli altri, a vivere andando d’accordo anche con colui che riteniamo nostro avversario. E’ la via del perdono, della misericordia. E’ la via del cristiano. E’ la nostra via. La famiglia di Dio è fatta di uomini e donne consapevoli della loro debolezza e del loro bisogno, coscienti di essere tutti peccatori davanti a Dio e mendicanti del suo perdono. Questa consapevolezza crea un cuore umile, pronto al perdono, a una giustizia che è amore. Ci sono troppa prepotenza e disprezzo attorno a noi. Non alleiamoci con i prepotenti. Alleiamoci con i deboli e i poveri, difendiamoli, amiamoli, perché essi sono gli amici di Gesù.
   Invochiamo la Vergine Maria, Madre di Dio, lei tutta santa e misericordiosa. Ha scritto Papa Benedetto nel messaggio per la giornata del malato: “Dall’abisso del suo dolore, partecipazione a quello del Figlio, Maria è resa capace di accogliere la nuova missione: diventare la Madre di Cristo nelle sue membra. Nell’ora della Croce, Gesù le presenta ciascuno dei suoi discepoli dicendole: “Ecco tuo figlio” (cfr Gv 19,26-27). La compassione materna verso il Figlio, diventa compassione materna verso ciascuno di noi nelle nostre quotidiane sofferenze”. Che la Vergine Maria accompagni ognuno di voi, soprattutto chi soffre nel corpo e nel cuore, vi sostenga nelle difficoltà. Sappiate che la Chiesa è vostra madre e vi vuol bene. Ve lo dico come vescovo e come amico e ringrazio tutti voi per il bene che fate, per la forza della vostra preghiera e del vostro amore, portato in un corpo debole, ma reso forte dalla presenza di Dio.

firmaspreafico-mini.jpg

Share