Dossier immigrazione 2010 – Intervento del Vescovo

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Sembra quasi paradossale ragionare sugli stranieri come se fossero un’altra categoria di persone.
Nel mondo globale in cui ci troviamo dovrebbe quasi non esistere più la categoria dello straniero, come di uno che appartiene a un altro mondo o, come qualcuno direbbe in modo anacronistico e razzista, a un’altra razza.



Eppure questo paradosso è la realtà della nostra terra e del nostro paese, che ancora non ha accettato come fatto normale l’idea che l’Italia sia popolata di “altri”, uomini e donne che vengono da paesi diversi da quello in cui si trovano. Anche nell’immaginario collettivo rimane ancora radicata questa ideologia, nonostante la nostra terra sia almeno da un secolo terra di emigrazione e più recentemente di immigrazione. E credo che i vostri vecchi potrebbero raccontarvi storie tristi, di scarsa umanità e persino di violenza, ricordando come i ciociari venivano accolti negli USA, in Canada, in Svizzera o in Germania. Tempi duri, dopo le guerre, in terra di povertà e di miseria, dove l’emigrazione rimaneva l’unica alternativa a un futuro di stenti. Mi domando perché sia così difficile immedesimarsi in altri che non fanno che ripercorrere quanto noi abbiamo esperimentato. Succedeva così anche a Roma. Me lo ricordo. Quando i baraccati ottenevano finalmente una casa, cominciavano a prendersela con i più poveracci di loro, dimenticando che fino a poco prima erano esattamente nella stessa situazione. Sembra che per esistere si debba cercare quotidianamente un nemico da incolpare dei nostri malanni, e quindi da combattere. E di nemici il nostro paese se ne inventa continuamente, dagli stranieri agli zingari, dagli albanesi ai romeni. Ricordiamoci sempre che un tempo furono anche gli ebrei, deportati in massa nei campi di sterminio dove ne furono uccisi ben 6 milioni assieme a 500 mila zingari a molti altri, solo perché ebrei, ritenuti responsabili dei mali dell’Europa, loro che intaccavano la purezza della razza ariana. saluto marco toti1.JPG

Quanto è difficile immedesimarsi negli altri. Quanto è difficile guardare oltre se stessi e il proprio interesse. Si cerca un nemico per spiegare la causa delle proprie difficoltà o giustificare la lentezza e talvolta l’inerzia delle istituzioni nel risolverle. E così si fomentano i pregiudizi e la rabbia, invece di attenuarli. Basta vedere quanto spazio danno televisione e stampa  ai delitti commessi da stranieri e quanto meno agli stessi delitti commessi da italiani. Mi sembra che il dossier immigrazione, strumento sempre utilissimo che farebbero bene a leggere almeno coloro che si occupano della cosa pubblica, mostri che non c’è affatto differenza nel delinquere tra immigrati e italiani. Ma noi viviamo di pregiudizi, e ci facciamo abbondantemente ingannare dalle informazioni della televisione, che ormai notoriamente indulge sulla spettacolarizzazione della violenza  a scapito dell’informazione sulla vita e sul mondo, che sparisce dai nostri occhi. Vi siete mai accorti quanti minuti abbiano dedicato i nostri telegiornali o i nostri giornali alla situazione tragica della Costa D’Avorio o alle elezioni di domenica nel Sud Sudan? Giusto i massacri terroristici attirano un po’ di attenzione! Sì, ma tutto finisce in qualche giorno, non vi angustiate. Meglio dimenticare presto le cose tristi. Per il resto assoluta indifferenza. Una società così non è a misura d’uomo neppure per i suoi cittadini. E’ una società che si imbarbarisce, perché noi siamo nati per intersecarci gli uni con gli altri, per interessarci gli uni degli altri, per vivere gli uni per gli altri, e non gli uni contro gli altri.

Cari amici, il mondo è globale, e la storia è sempre stata segnata da migrazioni. L’intreccio delle culture è un dato insopprimibile del vivere e del convivere. Certo, ciò non significa rinunciare alla propria identità né permettere che i valori di una cultura siano dismessi in nome di un modo annacquato di vivere, dove si considera tutto sullo stesso piano, senza priorità. Ma la cultura si trasmette integrando e non respingendo. E la nostra terra dimostra che non è vero che l’integrazione e la convivenza sono impossibili. Uno straniero che studia la nostra lingua e frequenta le nostre scuole, già  si inserisce nella nostra cultura. Ho incontrato tempo fa un centinaio di bambini del I circolo didattico di Frosinone, che sono venuti a trovarmi in episcopio. C’erano italiani e stranieri, cristiani e non cristiani. Era davvero eloquente vedere come stavano insieme senza pregiudizi. Facevano le stesse domande senza problemi. Questo è l’immagine più bella e più vera del mondo.  Questa è anche la nostra terra. Ne sono convinto. Nonostante le difficoltà che stiamo attraversando, credo che noi possiamo mostrare a un paese che attribuisce talvolta agli immigrati la causa dei suoi mali, non solo che non sono la causa, ma che possiamo vivere e crescere insieme. E se noi ci diventassimo più amici, invece di giudicarli senza conoscerli  e di evitarli, sarebbe un bel vivere insieme, che arricchirebbe tutti.

La Chiesa da sempre, e questo dossier lo evidenzia, non può venir meno al comandamento dell’amore per lo straniero, che è antico quanto la Bibbia. Ma si tratta anche di un problema di civiltà e di umanità. Ho citato già lo scorso anno presentando il Dossier Immigrazione un bel libro di Tzvetan Todorov “La paura dei barbari”, il quale descrive in modo profondo questa attitudine diffusa nella società occidentale, che si nutre di pregiudizi e non accetta di vivere in un mondo di differenti. In realtà la barbarie non è propria di alcuni popoli, ma è solo l’esatto opposto della “civiltà”. “La paura dei barbari, dice Todorov, è ciò che rischia di renderci barbari. E il male che ci faremo sarà maggiore di quello che temevamo di subire” (p.16). Accettare la differenza non significa rinunciare alla propria identità, come talvolta si paventa. La differenza fa parte della storia e della società. Nessuno di noi è uguale all’altro. Direbbe il grande antropologo francese Jean Loup Amselle, molto prima che diventasse di moda anche in Italia parlare con il suo linguaggio, che siamo tutti meticci. Le culture si intrecciano e progrediscono perché si intrecciano. Gli esempi sarebbero innumerevoli, già a partire dall’antichità. E il mediterraneo è sempre stato un mare di scambio di culture, che ne ha fatto la ricchezza, da quelle dell’area di ciò che oggi chiamiamo il Medio Oriente, all’Egitto, dalla Grecia a Roma. Le culture chiuse o non crescono o muoiono. Questa è la storia, questo è il destino dell’umanità da sempre. Certo oggi la convivenza è minacciata dalla violenza e dal terrorismo. Ma solo la pazienza del dialogo e la forza della preghiera potranno vincere questa battaglia, non certo le guerre. La Chiesa ci crede per vocazione, perché sa che Dio ha voluto fin dall’origine che l’umanità fosse una famiglia di fratelli e non di uomini e popoli nemici e in guerra. Ho cercato di spiegarlo attraverso la lettura della Bibbia nel mio recente libro “Da nemici a fratelli”. E la Chiesa, come dice il Concilio Vaticano II, è “sacramento dell’unità del genere umano”. Il tema scelto dal Santo Padre per la “Giornata mondiale del migrante e del rifugiato 2011” ha proprio come titolo: “Una sola famiglia umana”. Egli scrive: “Se il Padre ci chiama ad essere figli amati nel suo Figlio prediletto, ci chiama anche a riconoscerci tutti come fratelli in Cristo. Da questo legame profondo tra tutti gli esseri umani nasce il tema che ho scelto quest’anno per la nostra riflessione: “Una sola famiglia umana”, una sola famiglia di fratelli e sorelle in società che si fanno sempre più multietniche e interculturali, dove anche le persone di varie religioni sono spinte al dialogo, perché si possa trovare una serena e fruttuosa convivenza nel rispetto delle legittime differenze”. L’annuncio di Benedetto XVI di voler commemorare i 25 anni dallo storico incontro di preghiera per la pace voluto da Giovanni Paolo II ad Assisi il 27 ottobre 1986, mi sembra si collochi in questa prospettiva e ci incoraggia a scegliere sempre la via del dialogo e dell’incontro.   

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