
Concattedrale di Ferentino – 2 gennaio 2011
Care sorelle cari fratelli, cara suor Rosalba,
siamo qui insieme per accompagnare Suor Rosalba nel suo atto di consacrazione al Signore con la professione solenne. E’ un momento significativo non solo per lei, ma tutto il vostro istituto ed anche per la nostra Diocesi. E’ ancor più significativo che ciò avvenga nell’anno in cui il vostro istituto sta facendo memoria dei 400 anni dalla nascita di padre Jean Pierre Médaille, vostro fondatore, uomo che in una Francia sofferente per anni di guerre civili e religiose, ne vide le tragiche conseguenze: orfani, vedove, malati abbandonati, divisioni degli spiriti e dei cuori. Quale risposta in un mondo tanto provato?
Egli diede una risposta evangelica, quella di una vita con Gesù. Padre Jean Pierre vide la miseria che lo circondava e cominciò a radunare attorno a sé alcune donne, che con lui nutrivano il desiderio di consacrarsi a Dio nell’umile servizio di tutti di quelli che soffrono. Nacquero così piccola comunità, donne consacrate, donne dell’Eucaristia, donne di preghiera, non in clausura, ma nel mondo, in mezzo alla gente, con i poveri e bisognosi. Oggi, cara suor Rosalba, tu ti inserisci pienamente in questa spiritualità che caratterizza le suore di San Giuseppe di Chambéry. Ringrazio te e le sorelle del tuo istituto, a cominciare dalla madre generale Suor Sally e dalla provinciale Suor Margherita, che sono qui con noi, per aver portato il carisma del vostro istituto anche nella nostra diocesi fin dalla prima presenza a Veroli nel 1859. Siete anche oggi una presenza preziosa. Nonostante la nostra società non abbia certo i tragici segni di povertà e sofferenza della Francia del seicento, non siamo in un tempo facile. La crisi economica, ma soprattutto la crisi spirituale del nostro paese e della nostra Europa rendono il nostro mondo più povero, più diviso, più incerto. Donne e uomini smarriti cercano risposte che non trovano e si affidano quotidianamente agli idoli di una società materialista: denaro, gioco, droga, maghi e chiromanti. Così costruiamo un mondo di gente individualista, che persegue il proprio interesse, cerca almeno una soddisfazione al giorno per tirare avanti, rifiuta la fatica di costruire con pazienza e fedeltà una società del vivere insieme, gli uni accanto agli altri, gli uni per gli altri, e non gli uni contro gli altri. P. Médaille partì dall’Eucaristia, luogo dell’annientamento totale di Dio tanto da farsi cibo per noi in Gesù morto e risorto, dono grandissimo alla nostra vita. Così voi, insieme, come le piccole comunità primitive, vivete costantemente imitando la famiglia di Nazaret, senza distinguervi per l’abito o la forma esteriore di vita, ma proponendovi una vita fraterna al servizio di quell’amore di cui Dio ci ha fatto dono, soprattutto verso i poveri e i bisognosi. In questo spirito nel quale dovrai vivere professando oggi per sempre i voti di castità, povertà e obbedienza, cara Suor Rosalba, ricordati che il vostro fondatore ha chiesto a voi di percorrere la via verso la santità in una vita umile. Quale virtù l’umiltà per il mondo di oggi, dove l’orgoglio e la prepotenza sembrano caratterizzare la vita di ogni giorno e i rapporti interpersonali. L’umiltà, che non è il facile umilissimo di chi si piega gli altri, magari a un superiore, solo per piaggeria, è la virtù del cristiano, di colui che vive affidandosi al Signore, consapevole che quanto di buono è in lui è frutto della grazia e dell’amore ricevuti. L’umiltà è sorgente di unità e di comunione, rende possibile vivere da sorelle da fratelli, perché l’umile sa di aver bisogno degli altri, di non poter essere autosufficiente. In questo tempo di Natale abbiamo ascoltato di nuovo quel bellissimo testo che apre il Vangelo di Giovanni. Il Logos, il Verbo, la Parola, quella che Dio pronunciò fin dalla creazione e che diede origine alla vita "si è fatta carne ed è venuta ad abitare in mezzo a noi, e noi abbiamo contemplato la sua gloria". Sì, noi con te contempliamo la gloria di Dio, bella, luminosa più delle tenebre che ci avvolgono e che vorrebbero indurci a contemplare solo noi stessi. Questa gloria è uno squarcio di bellezza e di amore. Stacchiamo lo sguardo da noi stessi, alziamolo verso quel Dio piccolo, umile, povero, della grotta di Betlemme. È in lui la salvezza, in lui è la grazia. A noi accoglierlo, perché il vero dramma del Natale sta proprio in quella frase del Vangelo di Giovanni: "Venne tra i suoi, ma i suoi non l’hanno accolto". I suoi, non gli altri, gli estranei, i nemici. I primi che rischiano di non accoglierlo siamo noi con il nostro egoismo, l’orgoglio, l’abitudine e la scontatezza con le quali lo ascoltiamo e viviamo la nostra vita. Nel giorno del Signore la parola di Dio ci risveglia al senso bello e prezioso della sua presenza, del suo stare in mezzo a noi, del suo manifestarsi sul volto dei deboli e dei poveri. La sua presenza piccola e umile è una domanda alla nostra vita e alla vocazione per cui Dio ci ha chiamato. Ricordati che se nulla è scontato nella vita di un cristiano, tanto meno in quella di una consacrata. Il mondo ha bisogno di donne e uomini che sappiano mostrare che si può vivere in modo diverso, più umano, più bello, solo se si vive con Gesù. Noi siamo chiamati a comunicare con pazienza e amore la bellezza e la gioia della vita cristiana. Troppi uomini e donne, troppi giovani ne sono lontani, anche perché noi non siamo abbastanza audaci nella nostra testimonianza. Ci lamentiamo, incolpiamo la nostra società, litighiamo tra di noi, ci rassegniamo senza cercare risposte al bisogno di Dio, che è nascosto nel cuore di ogni donna e di ogni uomo, persino in colui che ha commesso il male. In ogni uomo infatti c’è il volto di un bambino bisognoso di aiuto e di bontà. Vorrei che tu, insieme alle sorelle del tuo istituto e a noi tutti, ci impegniamo a non vivere solo di abitudini e tradizioni, ma ci immergiamo nella vita degli altri, per avvicinare ciascuno al bambino di Betlemme, per conoscerlo, amarlo, farlo crescere in noi e nel mondo. I voti di castità, povertà e obbedienza, che tu oggi professi in modo definitivo, non sono una separazione dagli altri. Anzi, essi sono la porta del cuore per entrare nel cuore di tutti, perché ti renderanno più libera da te stessa, da quella fissazione di cui ognuno rischia di vivere: il proprio io. Essi ti impediranno di conformarti al mondo, ti chiederanno ogni giorno di vivere in uno spirito di preghiera e di fraternità, perché tu, insieme alla tua comunità, continui ad essere come la famiglia di Nazareth, segno di un amore senza confini e senza misura, l’amore gratuito di Dio. Gli amici che incontrerai sulla tua strada possano riconoscere in te questo amore e rendere con te grazie al Signore. Noi oggi ti accompagniamo con la nostra preghiera per aiutarti in questo compito che oggi il Signore ti affida con maggiore chiarezza.
Amen.
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