Te Deum 2010 – omelia del Vescovo

te_deum.jpg



C
are sorelle e cari fratelli,

 

  siamo qui insieme come ogni anno, uomini e donne che cercano in Dio una via per una vita migliore, una risposta alle domande che ogni giorno sorgono nel nostro cuore. Sono con noi come di consueto le autorità civili e militari, che sono al servizio di questo territorio.
   Vi ringrazio per la vostra preziosa presenza e per quanto fate per il bene di questa terra. Vedete, alla fine di un anno tanti sarebbero i motivi di riflessione che ognuno potrebbe avanzare. Di solito si fa un bilancio di quanto è stato compiuto ed anche si enunciano programmi per il futuro. Non è mio intento tracciare un bilancio né avanzare proposte per il futuro, avendo già indicato il programma pastorale dei prossimi anni nella lettera pastorale che vi è stata consegnata il giorno di Natale.

   Di fronte al Signore che è venuto ad abitare in mezzo a noi un primo sentimento che sorge in ciascuno è la gratitudine verso un Dio che non abbandona il mondo e gli uomini a se stessi. Egli torna a visitarci, a parlarci, si umilia in un mondo di gente spesso orgogliosa e divisa. Con la nascita di Gesù nello sperduto villaggio di Betlemme Dio torna a dirci che il mondo può ancora rinnovarsi, cambiare. Il Natale è un giorno straordinario, che non ha lasciato la storia com’era. Ha impresso al mondo una nuova direzione, resasi visibile in una storia millenaria attraverso donne e uomini che hanno accettato di ascoltare la parola di Gesù e non se stessi. Tra di loro ci sono anzitutto i martiri, coloro non hanno rinunciato a credere e ad amare neppure davanti alla violenza e alla morte. Il messaggio di Benedetto XVI per la giornata mondiale della pace, che abbiamo letto durante la marcia per la pace e che al termine di questa celebrazione consegnerò simbolicamente alle autorità presenti, ce li ricorda in maniera indiretta, dedicando la sua riflessione alla libertà religiosa come via per la pace e facendo riferimento ai cristiani anche oggi ostacolati e perseguitati.

   Il nostro mondo soffre per la guerra, la violenza diffusa, la miseria di tanti, la solitudine degli anziani, il disprezzo dei poveri, l’egoismo di una società materialista. Ho parlato di gratitudine, perché pur nei problemi che anche noi dobbiamo affrontare, il grido dei sofferenti ridimensiona le nostre difficoltà. Al termine di quest’anno vorrei che ognuno aprisse il cuore al mondo e ai poveri, liberandosi da quel particolarismo di cui si è spesso prigionieri: uomini e donne che guardano a se stessi, sentendosi vittime di un mondo ingiusto, lamentandosi, ma poco disposti a farsi protagonisti del cambiamento, come se esso dipendesse solo dagli altri. Sono convinto che in ciascuno di noi, nonostante i suoi problemi, esiste il desiderio di una vita migliore, più fraterna, più umana, nella quale ci sia posto per gli altri, soprattutto per i poveri e i sofferenti. Il bambino di Betlemme ha risvegliato in noi questo desiderio, ha allargato lo sguardo di ognuno oltre se stesso, ci ha comunicato la gioia e la speranza di un mondo e una vita diversi, e ci è venuto a dire che ciascuno può contribuire al cambiamento della storia, cominciando dalle piccole scelte della vita di ogni giorno. Lo vedo quotidianamente nei tanti che aiutano gli altri con gratuità. L’ho constatato nella solidarietà che ha caratterizzato questo Natale, nelle numerose iniziative a favore di chi ha più bisogno. La caritas, le parrocchie, i movimenti, le aggregazioni laicali, ma anche tanti uomini e donne di buona volontà hanno scelto questo Natale per farsi segno di quell’amore gratuito di cui Dio ci ha fatto dono nella nascita del Figlio Gesù Cristo. Insomma, abbiamo cercato di far posto a lui nel nostro cuore, facendo posto a coloro che sono come lui, deboli, piccoli, esclusi, disprezzati. Il Signore ne renda merito a tutti.

   Care sorelle e cari fratelli, il Natale di quest’anno è stato un evento straordinario, perché non ha lasciato neppure noi come eravamo. Forse dobbiamo avere più coscienza di questo avvenimento straordinario, come lo ebbero Maria, Giuseppe e i pastori, e di quanto la nascita di Gesù abbia cambiato noi stessi e la vita di questa terra. Talvolta anche i cristiani sono prigionieri di quel pessimismo e vittimismo che giustifica la pigrizia di chi vuole lasciare le cose come stanno. In fondo i pessimisti e i vittimisti sembrano aver ragione, perché motivi per tale atteggiamento ce ne saranno sempre. Ciò non significa nutrire un facile ottimismo, con una visione ingenua e superficiale della nostra società. Conosco bene i problemi e le difficoltà che ci assillano. So che la crisi economica rende difficile l’esistenza di molte famiglie. Conosco la fatica dei giovani, che guardano al futuro con preoccupazione. Vedo gente smarrita e rassegnata per gli scarsi segni di  rinnovamento e di nuove prospettive per il nostro territorio. Soffro per l’abituale lentezza nell’affrontare i problemi e nel cercare soluzioni da parte dei responsabili istituzionali e della società civile. Sono amareggiato per le continue contrapposizioni ad ogni livello, politico, sociale, ecclesiale, che non aiutano ad affrontare questa situazione difficile tenendo davanti a sé l’unico vero interesse, che è il bene comune, e mettendo da parte gli interessi personali o di gruppo. Prego il Signore perché ci aiuti a vivere in uno spirito di maggiore collaborazione e attenzione ai veri bisogni di questa terra. Mi auguro anche questo per l’anno che sta per iniziare. Sapete che personalmente per quanto mi compete ho cercato di mettermi al vostro servizio. Il tavolo di confronto da me convocato nella curia diocesana per affrontare alcuni nodi di questo territorio, a cui hanno partecipato esponenti del mondo politico e della società civile, mostra che tra noi ci sono tante energie buone, che è possibile far convergere per il bene di tutti. Ne ringrazio il Signore e tutti coloro che vi prendono parte.

   Cari fratelli e care sorelle, mentre il popolo di Israele camminava nel deserto verso la terra promessa, in un luogo irto di difficoltà per la fame, la sete, i pericoli, i nemici, era facile scoraggiarsi e credere che fosse meglio il passato del presente. A volte anche noi rimpiangiamo il passato. Ebbene, tra quelle difficoltà, il Signore parlò a Mosè e gli affidò una benedizione: “Ti benedica il Signore e ti custodisca. Il Signore faccia risplendere per te il suo volto e ti faccia grazia. Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace”. Nelle difficoltà di questo tempo, nella debolezza e nella fragilità della vita, nella paura e nell’incertezza per il domani, non chiudiamoci in noi stessi, non rassegniamoci a una vita triste e avara. Confidiamo nel Signore e nel suo amore. Affidiamoci a lui nella preghiera. Il Signore faccia risplendere il suo volto su di noi, ci sostenga, ci aiuti, ci conceda la pace che tutti cerchiamo. Il volto di Dio è un volto di misericordia, pieno di benevolenza e di amore. Non ci farà mancare quanto abbiamo bisogno. Affidiamo a lui le donne egli uomini della nostra terra, questa città, il nostro paese, l’Italia, e il mondo intero. Che il Signore guardi a noi con bontà, protegga i poveri, sostenga gli anziani e le persone in difficoltà, guarisca i malati, aiuti i piccoli e i giovani a crescere nel suo amore, doni la pace agli uomini e ai popoli in guerra, conceda a tutti la gioia della sua presenza. A voi tutti  rivolgo l’augurio di un anno in cui credere e amare di più, perché l’unica vera vittoria sul male è l’amore.

Amen.

firmaspreafico-mini.jpg

Qui una possibile gallery per gentile concessione di © Pietro Fortuna
http://www.fotosensazioni.it/tedeum2010/album/index.html

Share