Questa è la nostra fede parte 3

13. Il Risorto è il Crocifisso per i nostri peccati

L’angelo della risurrezione non si limita ad annunciare alle donne che
Gesù è risorto, ma attira volutamente l’attenzione sul Crocifisso:
“Gesù, il crocifisso, è risorto”. È essenziale mantenere ferma
l’identità fra il Crocifisso e il Risorto.

La croce non è semplicemente l’icona di un martire qualsiasi, né la
risurrezione si può ridurre all’esaltazione di un qualsiasi innocente.
Croce e risurrezione insieme rivelano la vera identità di Gesù: il suo
rapporto filiale, del tutto unico, con il Dio-Abbà, il Padre, e la sua
dedizione fraterna verso ogni uomo per amore del Padre suo e Padre
nostro. È questa specificità nel vivere la relazione con Dio e con
l’uomo, fino a dare la sua vita, che ha portato Gesù in croce. La
risurrezione è la prova che Dio si riconosce e si rivela nel suo Figlio
fatto uomo. Da qualsiasi lato si osservino, croce e risurrezione si
richiamano e si illuminano a vicenda. La croce dice il volto “nuovo” di
amore e di vita del Dio di Gesù, e la risurrezione attesta che Dio in
quel volto si è pienamente identificato.

Non si può dimenticare che la croce di Cristo rimane anche rivelazione
del peccato dell’uomo, che rifiutando Gesù, ha rinunciato alla “pietra
di fondamento” della propria salvezza. Ma la pietra che noi abbiamo
scartata, Dio l’ha scelta come «pietra d’angolo» (Sal 118,22), su cui
poggia tutta la costruzione della storia. La Chiesa da duemila anni
annuncia al mondo intero che «in nessun altro c’è salvezza; non vi è
infatti, sotto il cielo, altro nome dato agli uomini, nel quale sia
stabilito che possiamo essere salvati » (At 4,12).

 

14. Colui che “passò facendo del bene a tutti”

È proprio il nome di Gesù che Pietro, a capo degli apostoli, annuncia
alla folla il giorno di Pentecoste. Lo presenta come «uomo accreditato
da Dio presso di voi per mezzo di miracoli, prodigi e segni, che Dio
stesso fece tra voi per opera sua» (At 2,22). Al centurione Cornelio poi
egli riassumerà la vita di Gesù con incisive espressioni sintetiche:
«Dio consacrò in Spirito Santo e potenza Gesù di Nazaret, il quale passò
beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del
diavolo, perché Dio era con lui» (At 10,38). Questa luce illumina in
misura decisiva la Pasqua di Gesù. Egli è morto su una croce, perché è
vissuto secondo una straordinaria logica di verità e di amore per Dio e
per tutti gli uomini. Il suo ultimo respiro, con il perdono per i suoi
uccisori e il pieno affidamento al Padre (cfr Lc 23,34.46), ha siglato
tutta un’esistenza fatta di obbedienza fiduciosa a Dio e di cordiale
vicinanza ai peccatori. Perciò fin dagli inizi fa parte del primo
annuncio del Vangelo la narrazione della vita e missione di Gesù, come
attesta Pietro alla comunità riunita dopo la Pasqua: «cominciando dal
battesimo di Giovanni fino al giorno in cui è stato di mezzo a noi
assunto in cielo» (At 1,22). E pian piano lo Spirito Santo guida gli
apostoli a comprendere che fin dalla sua incarnazione nel seno di Maria e
dalla sua nascita a Betlemme, Gesù è il Figlio di Dio, l’Emmanuele, il
Dio con noi, il Verbo fatto carne venuto ad abitare in mezzo a noi (cfr
Lc 1,35; Mt 1,23; Gv 1,14).

            Per rendere più comprensibile l’evento della Pasqua, i primi
missionari del Vangelo ricorrono alla luce delle antiche Scritture e
risalgono alla storia del popolo di Dio, che noi chiamiamo Antico
Testamento. Lo stesso Cristo risorto aveva fatto così, la sera di
Pasqua, con i due discepoli che se ne andavano tristi verso Emmaus. Sono
delusi e scoraggiati perché il loro cuore è rimasto fermo al doloroso
evento della croce. Per questo Gesù «cominciando da Mosè e da tutti i
profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui»
(Lc 24,27). Pietro fa altrettanto a Pentecoste, risalendo dai fatti di
Pasqua alle profezie dell’Antico Testamento, e parlando al centurione
della coorte Italica, Cornelio, lo stesso Pietro concluderà l’annuncio
di Gesù quale «Signore di tutti», attestando che «tutti i profeti danno
questa testimonianza» (At 10,36.43).

            Fin dalle primissime formulazioni della fede cristiana, la
Pasqua di Cristo Signore appare strettamente connessa con la storia del
popolo di Dio: Gesù – scrive Paolo ai cristiani di Corinto – «morì per i
nostri peccati secondo le Scritture… fu sepolto… ed è risorto il terzo
giorno secondo le Scritture» (1Cor 15,3-4). Secondo le Scritture:
significa che l’evento di Pasqua sta al centro di tutta la storia della
salvezza, iniziata con l’alleanza di Dio con Abramo, anzi con la
creazione dell’uomo e del mondo, proseguita con l’alleanza dell’esodo e
del Sinai, annunciata come nuova alleanza dai profeti con la venuta del
Messia. Gesù è il Messia, cioè il Cristo, che alla vigilia della sua
passione, nell’ultima cena con i suoi, ha stabilito «la nuova alleanza»
nel suo sangue (Lc 22,20), cioè con il sacrificio della sua stessa vita,
aprendo il cammino della Chiesa, popolo di Dio, a tutte le nazioni,
verso l’incontro definitivo, nella Pasqua eterna del suo regno.

 

15. “Convertitevi e fatevi battezzare nel nome di Gesù Cristo”

Il giorno di Pentecoste, “Pietro con gli Undici si alzò in piedi e voce
alta parlò» (At 2,14), comunicando alla folla la grande lieta notizia:
«Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso»
(At 2,36). Ponendo davanti agli occhi dei suoi uditori «quel Gesù» morto
per amore dei peccatori, l’apostolo intende far prendere coscienza del
mistero della malvagità umana: «questa generazione perversa» (At 2,40). È
la malvagità per cui gli uomini non hanno esitato a condannare alla
morte più infame il più giusto degli uomini.

È storia di sempre, è la nostra storia. Nell’affermazione di Pietro è
racchiuso anche un altro aspetto della storia: quel Gesù che abbiamo
crocifisso è morto per noi. Alla nostra cattiveria ha contrapposto il
suo amore, al nostro rifiuto la solidarietà, e da questo confronto è
uscito vincitore: il Padre lo ha costituito Signore e Messia. La
risurrezione non è soltanto vittoria sulla morte, ma vittoria sul
peccato del mondo. Non è pensabile una notizia più bella. Il racconto
dell’evangelista Luca dice che al sentire queste parole gli ascoltatori
«si sentirono trafiggere il cuore» (At 2,37). Nel linguaggio biblico il
cuore non è la sede dei sentimenti e degli affetti, ma piuttosto il
nucleo più profondo della persona, il luogo segreto dove avvengono le
riflessioni più intime, dove si prendono le decisioni più importanti,
dove nasce l’odio o l’amore, la scelta della verità o della menzogna. Le
parole di Pietro raggiungono questo nucleo segreto e profondo degli
ascoltatori, sconvolgendolo.

Quando la verità ti raggiunge nell’intimo, ti accorgi che spesso il tuo
modo di pensare e di vivere è sbagliato; allora te ne dispiaci
sinceramente e desideri cambiare. Essere toccati nel cuore significa
tutto questo. Di qui la domanda: «Che cosa dobbiamo fare?». La risposta
di Pietro è chiara e coinvolgente: «Convertitevi e ciascuno di voi si
faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per il perdono dei vostri
peccati» (At 2,37-38). Farsi battezzare nel nome di Gesù, credere nella
morte e risurrezione del Signore, è percorrere a nostra volta la sua
“via”, quella della croce. Non si può più vivere con la mentalità
mondana: «Salvatevi da questa generazione perversa!» (At 2,40).

La risposta di Pietro non è soltanto una serie di imperativi. È anche
una promessa: «Riceverete il dono dello Spirito Santo» (At 2,38). Senza
la venuta dello Spirito, la storia di Gesù sarebbe rimasta chiusa nel
passato, non un evento perennemente contemporaneo. Senza la forza dello
Spirito, il programma di rinnovamento resterebbe lettera morta e la
nostra debolezza continuerebbe ad avere il sopravvento. Senza la grazia
dello Spirito Santo, noi resteremmo chiusi nel nostro egoismo; con il
dono del suo amore, ci è aperta la via della salvezza.

A conclusione di questa narrazione, il libro degli Atti annota: «Quel
giorno furono aggiunte circa tremila persone» (At 2,41). Convertirsi,
concretamente, significa entrare a far parte della Chiesa, comunità di
fede e di vita, riunita nel nome del Signore risorto e vivente. Gesù non
ha indicato semplicemente una serie di principi, non si è accontentato
di invitare a un generico cambiamento, ma ha chiamato i discepoli a
condividere la strada che egli stesso stava percorrendo. Allo stesso
modo i primi missionari non si limitano ad annunciare l’esigenza della
conversione né offrono semplicemente una nuova serie di criteri
orientativi; più concretamente ed efficacemente invitano gli ascoltatori
a entrare a far parte del cammino della nuova comunità, che negli Atti
degli apostoli è chiamata, appunto la «via» (At 9,2). Il racconto di
Luca mostra con grande chiarezza che l’annuncio di Gesù non è un
semplice parlare di Gesù, né la pura offerta di una dottrina, e neanche
solamente una nuova proposta di vita, ma un evento che crea comunione
con il Signore nella sua comunità, la Chiesa.

 

16. “Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”

La vicenda di Gesù rivela e racconta i tre protagonisti della nostra
salvezza: il Padre, il Figlio, lo Spirito Santo, non come termine di una
speculazione della nostra mente, ma come i soggetti agenti del pieno
manifestarsi e comunicarsi a noi dell’amore divino: tre Persone, un solo
Dio. Ogni volta che la nostra esistenza si apre alle esperienze più
ricche della libertà, della giustizia e dell’amore, ci fa intuire lo
splendore della vita divina che nella Pasqua si rivela. Ogni volta che
siamo esposti alle prove più dure, è alla Pasqua del Signore Gesù che
siamo sollecitati a tornare. La Pasqua ci fa comprendere che, quando la
vita risplende, non siamo in preda a illusione e, quando c’è la prova,
non siamo sull’orlo della distruzione. Noi crediamo di vivere nel segno
dell’amore del Padre che ci ha creati, del Figlio che ci ha redenti,
dello Spirito che ci santifica e ci conduce per Cristo, con Cristo e in
Cristo a Dio Padre onnipotente.

La nostra fede è questa: «in tutto e per tutto non c’è che un solo Dio
Padre, un solo Verbo, un solo Spirito e una sola salvezza per tutti
quelli che credono in lui»[32]. Il primo annuncio deve saper unire
correttamente la professione di fede cristologica: “Gesù è il Signore”,
con la confessione trinitaria: “Credo nel Padre e nel Figlio e nello
Spirito Santo”, «poiché non sono che due modalità di esprimere la
medesima fede cristiana. Chi per il primo annuncio si converte a Gesù
Cristo e lo riconosce come Signore inizia un processo… che sbocca
necessariamente nella confessione esplicita della Trinità»[33].

Questa fede è racchiusa nel segno della croce, il segno distintivo del
cristiano, che contiene la professione brevissima della fede: non è una
specie di riassunto a modo di slogan; non è un concentrato di formule ad
uso delle persone che hanno fretta di definire cosa è il cristianesimo.
Proprio perché la fede nella verità cristiana impegna tutta
l’esistenza, l’unica concentrazione possibile, anzi necessaria, è la
riduzione di ogni espressione alla radice permanente che è Gesù Signore.
La formula breve della fede è una chiave per entrare nel mistero della
persona di Gesù, come ci è testimoniata nelle sante Scritture e nella
viva Tradizione della Chiesa.

Nel segno della croce e nelle parole che l’accompagnano, insegnateci da
Cristo stesso (cfr Mt 28,19), noi professiamo il chèrigma, il cuore del
messaggio cristiano: l’incarnazione, morte e risurrezione di Gesù, la
trinità e unità di Dio, Padre e Figlio e Spirito Santo. Scaturito dalla
Pasqua di Cristo, il segno della croce viene consegnato al cristiano
nella sua Pasqua personale, il battesimo; apre e chiude il rito della
Pasqua domenicale, l’eucaristia; diventa il segno della fede espressa
nella vita quotidiana, nei momenti di gioia e di sofferenza, fino alla
Pasqua senza tramonto. Nel segno della croce ogni credente ritrova la
sorgente della fede, le ragioni della speranza, la forza della carità.

 

17. Professiamo la nostra fede
Confessiamo con vera fede

che tu, Gesù di Nazaret, sei il nostro unico Signore,

perché sei stato crocifisso per i nostri peccati

e il Padre ti ha risuscitato per la nostra salvezza,

nella forza dello Spirito Santo.

Crediamo con cuore sincero

che la tua Pasqua è stata il traguardo

di un percorso breve ma intenso,

quanto la tua giovane vita,

per proclamare l’amore di Dio agli uomini

e per riconciliarci con lui.
Riconosciamo con vivo dolore

di averti rifiutato con i nostri peccati,

ma tu non ci hai abbandonato in potere della morte:

hai steso le braccia sulla croce

e hai dato la tua vita per noi fino all’ultimo respiro,

per farci toccare con mano

quale grande amore il Padre tuo ha verso di noi.

Contempliamo stupiti e commossi,

nella tua obbedienza amorosa,

la presenza di Dio come Padre

che ti ha riconosciuto suo Figlio amatissimo;

non ti ha lasciato nel mare oscuro della morte,

ma ti ha fatto risorgere

nella potenza dello Spirito dell’amore

e ti ha costituito Signore della vita

di ogni persona, dei popoli, della storia.

Accogliamo con intima gioia la lieta notizia:

che tu, Signore Gesù Cristo, non ti sei dimenticato di noi

e ci hai ottenuto dal Padre lo stesso Spirito

che ha animato tutta la tua vita,

fin da quando sei stato concepito nel grembo di Maria.

A coloro che accolgono la tua parola,

egli fa il dono di credere in te,

e la grazia di diventare come te, figli del Padre,

per entrare nella famiglia di Dio, la santa Chiesa,

e annunciare la bella notizia del tuo Vangelo

per la salvezza del mondo.

Camminiamo con fede, speranza e carità,

fino a quando tu verrai

per introdurci nella festa del tuo regno.

Vieni, Signore Gesù!

 

IV. “NOI LO ANNUNCIAMO A VOI”

 

 

18. Un compito di tutta la comunità

Più volte in questi primi anni del nuovo millennio è stata ribadita
l’urgenza di intraprendere un coraggioso impegno pastorale per un
rinnovato primo annuncio della fede. A conclusione di questi
orientamenti, i Vescovi italiani ritengono opportuno offrire delle brevi
e concrete indicazioni operative, riguardanti i soggetti, le forme, i
possibili percorsi per assolvere tale impegno.

Il compito del primo annuncio riguarda innanzitutto la Chiesa in quanto
tale, e in modo particolare le diocesi e le comunità parrocchiali.
Infatti «dal momento che tutta quanta la Chiesa è per sua natura
missionaria e che l’opera di evangelizzazione è da ritenere dovere
fondamentale del popolo di Dio, tutti i fedeli, consci della loro
responsabilità, assumano la propria parte nell’opera missionaria», si
legge nel Codice di diritto canonico,[34] e nell’elencare gli obblighi e
i diritti di tutti i fedeli, lo stesso Codice recita: «Tutti i fedeli
hanno il dovere e il diritto di impegnarsi perché l’annuncio divino
della salvezza si diffonda sempre più fra gli uomini di ogni tempo e di
ogni luogo»[35]. Per l’evangelizzazione rimane sempre indispensabile la
comunicazione interpersonale da parte di un credente nei confronti di un
non credente, anche se occorre ricordare che, essendo fatto in
comunione e a nome dell’intera comunità ecclesiale, l’annuncio non è mai
un atto esclusivamente individuale: tutta la Chiesa ne è coinvolta.

Non c’è bisogno, per il credente, di alcuna forma di investitura che
vada al di là dei sacramenti dell’iniziazione cristiana, né di alcuna
delega speciale, né di alcuna competenza specifica per comunicare il
Vangelo nella vita ordinaria: l’impegno dell’evangelizzazione non è
riservato a degli “specialisti”, ma è proprio di tutta la comunità[36].
Infatti, perché un credente sappia comunicare con la testimonianza il
primo annuncio della fede, non gli si richiede altro che credere e non
vergognarsi del Vangelo; basta dire, con atteggiamenti concreti e con
linguaggio appropriato, perché si è lieti e fieri di credere. Risulta
quindi obiettivo imprescindibile per ogni comunità parrocchiale
adoperarsi perché tutti e singoli i fedeli riescano effettivamente a
diffondere la fede e siano efficaci testimoni del Vangelo, liberi e
limpidi, convinti e coerenti, nel proprio ambiente di famiglia, di
lavoro, del tempo libero, nelle situazioni di povertà, di malattia e in
ogni circostanza, lieta o triste, della vita.

 

19. L’annuncio nelle varie forme di azione pastorale

Per mettere in atto il primo annuncio, vanno promosse forme occasionali e, congiuntamente forme organiche di azione pastorale.

Risulta piuttosto difficoltoso pianificare in modo esaustivo e
sistematico una “pastorale occasionale” di primo annuncio: per sua
natura essa è legata alle situazioni più varie, di cui unico “regista” è
lo Spirito del Cristo risorto, come si può vedere nel libro degli Atti
degli apostoli. Del resto «diventa difficile stabilire i confini tra
impegno di rivitalizzazione della speranza e della fede in coloro che,
pur battezzati, vivono lontani dalla Chiesa, e vero e proprio primo
annuncio del Vangelo»[37]. Si tenga comunque presente che, per quanto
difficilmente programmabile, la pastorale cosiddetta occasionale, rimane
la via comune e la più ordinaria per l’annuncio del Vangelo. Anche
nella comunicazione in forma pubblica e collettiva, non si può mai
prescindere dal contatto da persona a persona, come chiaramente indicato
dall’esempio di Gesù e dei primi missionari. Inoltre i tempi, i
contenuti e i modi del primo annuncio andranno di volta in volta
misurati sull’interazione fra annunciatore e destinatario, rifuggendo da
semplificazioni approssimative e da qualsiasi rigidità.

Per le iniziative organiche di proposta del messaggio cristiano –
facendo tesoro della ricca esperienza italiana della missione ad gentes,
che è stata e resta la forma esemplare dell’evangelizzazione – si dovrà
tener conto della struttura del primo annuncio, dell’età e delle
situazioni dei destinatari, nonché delle risorse comunicative della
pedagogia della Chiesa.

 

20. Struttura dell’annuncio e pedagogia della fede

Per quanto riguarda la struttura essenziale del primo annuncio, è
opportuno tenere presenti alcuni elementi irrinunciabili: la
testimonianza della carità, come via privilegiata per
l’evangelizzazione, sostenuta da una fede matura e consapevole; il
dialogo schietto e cordiale con le persone, per far emergere interessi,
interrogativi, ansie e speranze, riflessioni e giudizi, che confluiscono
nel desiderio di dare o ridare un senso alla vita; la narrazione
dell’evento pasquale come la vera, efficace “buona notizia” per colui
che la comunica e colui che la riceve, per l’uomo di oggi e di sempre;
la promessa del dono dello Spirito e della sicura efficacia del
messaggio della Pasqua anche nella vita dell’ascoltatore, se esso verrà
accettato nella fede; l’esortazione ad aderire al messaggio cristiano
consegnandosi a Cristo liberamente, totalmente, senza riserve e senza
rimpianti; l’indicazione della via da seguire fino ad arrivare al
battesimo o alla sua riscoperta, per entrare o rientrare nella Chiesa e
seguire un percorso di catechesi e di conversione permanente.

La pedagogia della fede terrà nel debito conto tutte quelle attenzioni e
gli atteggiamenti conseguenti, ispirati al comportamento di Cristo:
l’accoglienza dell’altro come persona amata e cercata da Dio; l’annuncio
schietto e lieto del Vangelo; uno stile di benevolenza sincera,
rispettosa e cordiale; l’impiego intelligente di tutte le risorse della
comunicazione interpersonale. La prima trasmissione del messaggio
cristiano richiede inoltre che ci si attenga a quei criteri fondamentali
che fanno parte del tesoro di pedagogia della fede, acquisito dalla
Chiesa lungo i secoli: l’attenzione alla segreta azione dello Spirito
Santo, primo e insostituibile Maestro che guida alla verità tutta
intera, il protagonista di tutta la missione ecclesiale; la cura della
relazione interpersonale e del processo del dialogo; la fedeltà a Dio e
la fedeltà all’uomo in uno stesso atteggiamento di amore; l’attenzione a
non entrare mai nel giudizio delle coscienze, ricordando le parole di
san Paolo: «Accogliete chi è debole nella fede, senza discuterne le
esitazioni» (Rm 14,1) e ancora: «Esaminate voi stessi, se siete nella
fede» (2Cor 13,5).

 

21. Il ministero del vescovo e la coscienza missionaria della parrocchia

In quanto successori degli apostoli, testimoni oculari e araldi diretti
del Risorto, i vescovi sono i primi annunciatori del Vangelo pasquale,
come indica il rito dell’imposizione dell’evangeliario nella liturgia di
ordinazione episcopale. A loro è rivolto l’invito: «Annuncia la Parola,
insisti al momento opportuno e non opportuno» (2Tm 4,2); essi hanno il
compito e di far risuonare nella propria Chiesa particolare il messaggio
della Pasqua, in modo che raggiunga non solo i credenti, ma anche i non
cristiani o coloro che, pur battezzati, dopo un periodo di lontananza,
desiderano “ricominciare” un cammino di riscoperta della fede, come
indicato nella terza nota sull’iniziazione cristiana[38]. In questo
senso la visita pastorale, che ogni vescovo è tenuto a fare almeno ogni
cinque anni per tutta la diocesi,[39] costituisce una valida occasione
per tenere alta la coscienza missionaria e l’effettiva capacità
evangelizzatrice di ogni comunità parrocchiale.

La parrocchia, a sua volta, dovrà porre un’attenzione particolare per
curare la vita di fede di quanti già sperimentano la bellezza della vita
cristiana, senza però dimenticare quanti non incrociano più i suoi
percorsi, come pure senza trascurare mai coloro che frequentano più per
convenzione sociale che per convinzione profonda e consapevole.
«L’esperienza pastorale attesta, infatti, che non si può sempre supporre
la fede in chi ascolta. Occorre ridestarla in coloro nei quali è
spenta, rinvigorirla in coloro che vivono nell’indifferenza, farla
scoprire con impegno personale alle nuove generazioni e continuamente
rinnovarla in quelli che la professano senza sufficiente convinzione o
la espongono a grave pericolo. Anche i cristiani ferventi, del resto,
hanno sempre bisogno di ascoltare l’annuncio delle verità e dei fatti
fondamentali della salvezza e di conoscerne il senso radicale, che è la
“lieta novella” dell’amore di Dio»[40]. La parrocchia assolverà questo
compito, innervando di primo annuncio tutte le azioni pastorali: la
catechesi, che non potrà non cominciare o ripartire dalla prima
evangelizzazione e dovrà sempre ricondurre al cuore vitale del messaggio
cristiano; la celebrazione eucaristica, in cui si annuncia la morte del
Signore, si proclama la sua risurrezione, nell’attesa della sua venuta;
l’omelia, parte della stessa liturgia, che ha tra le sue finalità
principali quella di condurre i fedeli a rinnovare l’atto di fede; la
testimonianza della carità, perché a tutti, soprattutto ai più
bisognosi, sia annunciato il Vangelo della carità e insieme venga
comunicata a tutti la carità del Vangelo.

Se quindi sarà soprattutto la vita ordinaria della parrocchia a mostrare
come in essa rimanga sempre accesa la lampada dell’annuncio pasquale,
andranno anche ripensate con fantasia pastorale le tradizionali
occasioni straordinarie – come feste, pellegrinaggi, centri di ascolto
del Vangelo, visita pasquale alle famiglie – perché la luce di Cristo
risorto raggiunga, possibilmente, il cuore di tutti coloro che vivono e
operano nel territorio.

 

22. L’opera degli istituti di vita consacrata e delle aggregazioni laicali

Nella comunicazione del primo annuncio sono chiamati a offrire un
contributo peculiare i membri degli istituti di vita consacrata. Con la
loro fedeltà al mistero della Croce e con la professione di credere e di
vivere evangelicamente dell’amore del Padre, del Figlio e dello Spirito
Santo, essi cooperano in modo determinante a tenere vivo nella Chiesa
il fuoco della missione. Tutte le persone consacrate sono chiamate ad
essere, nel vasto campo della nuova evangelizzazione, annunciatrici
ardenti, competenti, efficaci, del Signore Gesù, pronte a rispondere,
con sapienza evangelica e geniale creatività, alle domande poste
dall’inquietudine del cuore umano e dalle urgenti necessità del tempo.

Vogliamo tuttavia attirare l’attenzione su due specifiche forme di
consacrazione. Un particolare apporto alla diffusione del Vangelo è
offerto anzitutto da alcuni istituti di vita consacrata e società di
vita apostolica, che hanno il carisma di lavorare nel campo dei media.
Ad essi viene chiesta una peculiare dedizione perché le iniziative
editoriali come tutti i servizi di informazione e di formazione, in
ambito culturale e religioso, facciano trasparire con chiarezza, anche
quando fosse possibile solo in modo implicito o indiretto, il centro
vivo della fede: Cristo, speranza del mondo. Non meno decisivo e
prezioso è l’apporto delle comunità monastiche all’evangelizzazione. La
partecipazione radicale al mistero pasquale della morte e risurrezione
del Signore – da parte di donne e uomini che, lasciata la vita secondo
il mondo, si dedicano alla celebrazione della santa liturgia, alla
meditazione della parola di Dio, al cammino ascetico e al lavoro
quotidiano – fa dei monasteri un segno trasparente di vita nuova, capace
di contribuire incisivamente alla edificazione della Chiesa e alla
costruzione della stessa città terrena, in attesa di quella celeste.

Non solo nel campo dell’evangelizzazione in generale, ma anche in quello
specifico del nuovo o rinnovato primo annuncio del Vangelo le
aggregazioni laicali possono offrire un rilevante servizio, con la
testimonianza personale e comunitaria della fede, come pure con
iniziative e attività mirate ad annunciare a tutti il mistero di Cristo,
per poterlo davvero manifestare, parlandone come si deve (cfr Col
4,3-4). È soprattutto nei vari ambienti di vita che i laici delle
associazioni, movimenti e gruppi possono raggiungere quanti sono in
attesa dell’annuncio cristiano, nella convinzione che il lievito della
Pasqua non è un bene loro esclusivo, ma deve «fermentare tutta la pasta»
(1Cor 5,6): della vita e degli affetti, del lavoro e del tempo libero,
dell’attività politica, economica, sociale e culturale. Una vasta e
capillare opera di nuova evangelizzazione richiederà che i rapporti tra
parrocchie e nuove realtà ecclesiali siano impostati non secondo schemi
di logiche alternative, ma piuttosto secondo la cultura della comunione,
che genera quella “pastorale integrata” o pastorale d’insieme, in cui
il vescovo non ha solo un compito di coordinamento e di integrazione, ma
di vera guida.

 

23. Alcune occasioni particolari per il primo annuncio

Tra le tante occasioni per il primo annuncio, alcune sono
particolarmente significative. La preparazione al matrimonio e alla
famiglia – per molti, concreta possibilità di contatto con la comunità
cristiana dopo anni di lontananza – deve partire da una rinnovata
presentazione del Vangelo dell’amore, che trova in Cristo, crocifisso e
risorto, la sorgente, il modello, la misura e la garanzia dell’amore
cristiano tra i coniugi. L’attesa e la nascita dei figli e soprattutto
la richiesta del battesimo per i propri piccoli costituiscono una
preziosa opportunità per proporre ai genitori un percorso che li aiuti a
rinnovare le loro promesse battesimali con una fede più solida e
matura. Anche la richiesta di catechesi e degli altri sacramenti per i
figli non si può limitare ad un atto formale, ma deve favorire l’offerta
ai genitori di cammini di riscoperta della fede per verificare e
consolidare il fondamento di ogni vita cristiana, che è e resta la
Pasqua del Signore. Vanno poi accostate con delicata premura pastorale
le situazioni di difficoltà delle famiglie, dovute a malattie o ad altre
sofferenze, comprese quelle derivanti dalla mancanza della pace
familiare o dalla rottura del vincolo coniugale: soprattutto a persone
ai margini della vita di fede vanno donate parole e gesti che esprimano
condivisione cristiana e aiutino a radicare la sofferenza nel mistero
della croce di Cristo. Ma non si potrà non tenere conto anche della
grande occasione di evangelizzazione offerta dal fenomeno delle
migrazioni di tante persone di altre religioni: non possiamo non
preoccuparci di come far giungere anche ad essi la buona notizia che
ogni uomo è uno «per il quale Cristo è morto» (Rm 14,15).

Un’attenzione particolare dovrà essere rivolta al contesto mediatico che
caratterizza il nostro tempo e costituisce una meravigliosa risorsa per
comunicare «il Verbo della vita» (1Gv 1,1). Anche il primo annuncio,
come la catechesi, non può essere incolore né correre sulla linea di un
discorso medio. Alla comunicazione della fede è offerta oggi la
possibilità di avvalersi di sussidi audiovisivi, produzioni musicali,
cinematografiche e televisive, di siti religiosi, come pure di tutto
l’apporto dei registri della comunicazione sociale: «il linguaggio
verbale e non verbale, le immagini e i suoni, attingendo dai media
esempi ed evocazioni, proponendo nuove metafore della fede, suscitando
interessi ed emozioni», «volgendo a proprio vantaggio le potenzialità
dei media, per rendere la proposta più interessante e immediata, secondo
la specifica sensibilità e capacità recettiva dei ragazzi, dei giovani e
degli adulti»[41].

Andrà poi opportunamente valorizzato lo straordinario patrimonio storico
e artistico del nostro Paese, proponendo percorsi di riscoperta delle
radici cristiane della nostra cultura, e in particolare del vangelo
della Pasqua. Nelle sue varie espressioni iconografiche,
architettoniche, musicali, oggi fruibili anche attraverso i media
(fotografia, cinema, televisione, internet), l’arte può diventare luogo
di incontro, fatto di fascino e di stupore, con il mistero della persona
e dell’opera di Gesù Cristo, che proprio sulla croce manifesta
pienamente la bellezza e la potenza dell’amore di Dio, come lo canta
Sant’Agostino: «bello nell’abbandonare la vita e bello nel riprenderla;
bello nella croce, bello nel sepolcro, bello nel cielo»[42]. Anche
attraverso il linguaggio dell’arte la domanda religiosa di molti può
essere delicatamente risvegliata.

Altre occasioni da valorizzare sono quelle collegate al tempo libero e
alle situazioni informali, nei quali soprattutto i giovani, tramontato
il tempo delle contrapposizioni ideologiche, appaiono sorprendentemente
più aperti al Vangelo, se esso viene offerto in un contesto di vera
simpatia e di accoglienza amichevole, da una comunità cristiana
coraggiosa nel proporre la sua fede e al contempo capace di intessere
relazioni significative nell’oratorio, “sulla soglia” e anche per
strada. In tali circostanze i giovani stessi, adeguatamente formati e
motivati, possono divenire i più efficaci evangelizzatori dei propri
coetanei.

CONCLUSIONE

 

 

24. Una nuova Pentecoste

Mai come oggi la Chiesa in Italia ha avvertito l’urgenza di un rinnovato
primo annuncio del messaggio cristiano, e oggi più che in passato la
Chiesa ha l’opportunità di far giungere il Vangelo, con la testimonianza
e la parola, a quanti hanno sete di Cristo, anche senza saperlo.

Di questa urgenza è stato infaticabile missionario il Santo Padre
Giovanni Paolo II che ha sempre testimoniato la sua passione per
l’annuncio del Vangelo, fino all’estremo della sua esistenza terrena,
donata per amore. La sua cara memoria ci spinge a scorgere l’alba di una
nuova primavera missionaria, che diventerà stagione matura e ricca di
frutti se tutti i cristiani, in particolare i fedeli laici,
risponderanno con generosità di cuore e santità di vita alle sfide del
nostro tempo.

Sentiamo perciò di dover far nostro l’invito ora riascoltato dalla voce
del Papa Benedetto XVI che, all’inizio del suo ministero petrino, ha
ripetuto le parole che Giovanni Paolo II fece risuonare il 22 ottobre
1978: «Non abbiate paura, aprite anzi spalancate le porte a Cristo!».
Nel ripetere quell’appello rivolto a tutta l’umanità, Benedetto XVI il
19 aprile 2005 ha aggiunto: «Chi fa entrare Cristo, non perde nulla,
nulla – assolutamente nulla di ciò che rende la vita libera bella,
grande. […] Egli non toglie nulla, e dona tutto». L’incontro con Cristo,
che il primo annuncio del Vangelo propone, è ciò a cui una Chiesa «viva
e giovane» deve chiamare gli uomini del nostro tempo, per condurli
«fuori dal deserto, verso il luogo della vita, verso l’amicizia con il
Figlio di Dio, verso Colui che ci dona la vita, la vita in pienezza».
Ancora oggi ci viene detto di «prendere il largo nel mare della storia e
di gettare le reti per conquistare gli uomini al Vangelo – a Dio, a
Cristo, alla vera vita»[43].

Abbiamo bisogno di una nuova Pentecoste, per essere trasformati come gli
apostoli e guidati dallo Spirito di Cristo risorto. Il Signore Gesù è
asceso al cielo per continuare a camminare anche con noi, suoi discepoli
del terzo millennio, e per rimanere con noi tutti i giorni, fino alla
fine del mondo. E la Chiesa, «confortata dalla presenza di Cristo,
cammina nel tempo verso la consumazione dei secoli e muove incontro al
Signore che viene; ma in questo cammino procede ricalcando l’itinerario
compiuto dalla Vergine Maria»[44].

Anche noi siamo inviati dal Risorto a predicare il Vangelo ad ogni
creatura. Non possiamo tacere. Andiamo dunque “nel nome del Padre e del
Figlio e dello Spirito Santo”.

 

INDICE

 

 
Introduzione

1. Comunicare a tutti l’annuncio della salvezza

 
I. Alle sorgenti dell’evangelizzazione

2. Il compito prioritario

3. L’annuncio fondamentale

4. L’unico messaggio, in una molteplicità di linguaggi

5. Un annuncio di gioia, attraverso un servizio d’amore

6. Evangelizzazione e primo annuncio

 
II. Comunicare il Vangelo oggi

7. Un obiettivo urgente e indifferente

8. I caratteri essenziali dell’annuncio

9. Lo stile della comunicazione

10. Radicalità evangelica e vita quotidiana

 
III. Gesù risorto è la nostra speranza

11. Il primo annuncio: “Cristo è risorto!”

12. Il Crocifisso è risorto per la nostra salvezza

13. Il Risorto è il Crocifisso per i nostri peccati

14. Colui che “passò facendo del bene a tutti”

15. “Convertitevi e fatevi battezzare nel nome di Gesù Cristo”

16. “Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”

17. Professiamo la nostra fede

 
IV. “Noi lo annunciamo a voi”

18. Un compito di tutta la comunità

19. L’annuncio nelle varie forme di azione pastorale

20. Struttura dell’annuncio e pedagogia della fede

21. Il ministero del vescovo e la coscienza missionaria della parrocchia

22. L’opera degli istituti di vita consacrata e delle aggregazioni laicali

23. Alcune occasioni particolari per il primo annuncio

 
Conclusione

24. Una nuova Pentecoste

 

[1]   Conferenza Episcopale Italiana, Comunicare il Vangelo in un mondo
che cambia. Orientamenti pastorali dell’Episcopato italiano per il primo
decennio del 2000, n. 67: «Notiziario della Conferenza Episcopale
Italiana» 2001, 175.

[2] Giovanni Paolo II, Esort. ap. Ecclesia in Europa, n. 46: AAS 95(2003) 678.

[3]   Conferenza Episcopale Italiana, Il volto missionario delle
parrocchie in un mondo che cambia, n. 6: «Notiziario della Conferenza
Episcopale Italiana» 2004, 140.

[4]   Conferenza Episcopale Italiana, Il volto missionario delle
parrocchie in un mondo che cambia, Introduzione: «Notiziario della
Conferenza Episcopale Italiana» 2004, 130.

[5] Ivi, 6: «Notiziario della Conferenza Episcopale Italiana» 2004, 140.

[6]   Conferenza Episcopale Italiana, Comunicare il Vangelo in un mondo
che cambia. Orientamenti pastorali dell’Episcopato italiano per il primo
decennio del 2000, n. 33: «Notiziario della Conferenza Episcopale
Italiana» 2001, 149.

[7] Paolo VI, Esort. ap. Evangelii nuntiandi, n. 51: AAS 68 (1976) 40.

[8] Ivi, n. 14: AAS 68 (1976) 13.

[9] Messale Romano, Preghiera eucaristica.

[10] Cfr Concilio Ecumenico Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, n. 76: AAS 58 (1966) 1099-1100.

[11] Cfr Conferenza Episcopale Italiana, Il rinnovamento della catechesi, n. 160, Libreria Editrice Vaticana 1993, p. 113.

[12] Ivi, n. 25, p. 39.

[13] Concilio Ecumenico Vaticano II, Cost. Sacrosanctum Concilium, n. 9: AAS 56 (1964) 101-102.

[14] Cfr Giovanni Paolo II, Lett. enc. Redemptoris missio, n. 44: AAS 83 (1991) 290-291.

[15] Giovanni Paolo II, Esort. ap. Ecclesia in Europa, n. 7: AAS 95 (2003) 654.

[16] San Francesco d’Assisi, Regula non bullata, 16.

[17] Conferenza Episcopale Italiana, Comunicazione e missione.
Direttorio sulle comunicazioni sociali e la missione della Chiesa, n.
14, Libreria Editrice Vaticana 2004, p. 22.

[18] Giovanni Paolo II, Lett. enc. Redemptoris missio, n. 37: AAS 83 (1991) 285.

[19] Congregazione per la Dottrina della Fede, Dichiarazione Dominus Iesus, n. 15: AAS 92 (2000) 756.

[20] Concilio Ecumenico Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, n. 45: AAS 58 (1966) 1066.

[21] Giovanni Paolo II, Lett. enc. Redemptoris missio, n. 23: AAS 83 (1991) 270.

[22]     Conferenza Episcopale Italiana, La verità vi farà liberi.
Catechismo degli adulti, nn. 568-569, Libreria Editrice Vaticana 1995,
pp. 274-275.

[23] Concilio Ecumenico Vaticano II, Cost. dogm. Dei verbum, n. 2: AAS 58 (1966) 818.

[24] Giovanni Paolo II, Lett. enc. Redemptoris missio, n. 44: AAS 83 (1991) 290.

[25] Ivi, n. 55: AAS 83 (1991) 304.

[26] Cfr Concilio Ecumenico Vaticano II, Decreto Ad gentes, n. 9: AAS 58 (1966) 957-958.

[27] San Tommaso d’Aquino, Summa theologiae, I-II, q. 109, a. 1, ad 1.

[28] Giovanni Paolo II, Lett. ap. Novo millennio ineunte, n. 31: AAS 93 (2001) 288.

[29]     Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, Compendio
della Dottrina sociale della Chiesa, n. 543, Libreria Editrice Vaticana
2004, p. 296.

[30] Sant’Agostino, Discorso 219.

[31] Sant’Ambrogio, Inni, Per il giorno di Pasqua (Hic est dies verus Dei).

[32] Sant’Ireneo, Contro le eresie, IV, 6, 7.

[33] Congregazione per il Clero, Direttorio generale per la catechesi, n. 82, Libreria Editrice Vaticana 1997, pp. 84-85.

[34] Codice di diritto canonico, can. 781.

[35] Ivi, can. 211.

[36] Cfr Conferenza Episcopale Italiana, Comunicare il Vangelo in un
mondo che cambia, n. 46: «Notiziario della Conferenza Episcopale
Italiana» 2001, 157.

[37] Ivi, n. 58.

[38] Cfr Consiglio Episcopale Permanente, L’iniziazione cristiana. III.
Orientamenti per il risveglio della fede: «Notiziario della Conferenza
Episcopale Italiana» 2003, 147-187.

[39] Cfr Codice di diritto canonico, can. 396, § 1.

[40] Conferenza Episcopale Italiana, Il rinnovamento della catechesi, n. 25, Libreria Editrice Vaticana 1993, p. 39.

[41] Conferenza Episcopale Italiana, Comunicazione e missione.
Direttorio sulle comunicazioni sociali e la missione della Chiesa, n.
57; n. 107: Libreria Editrice Vaticana 2004, pp. 48-49, 85.

[42] Sant’Agostino, Esposizioni sui salmi 44, 3.

[43] Benedetto XVI, Omelia della Messa per l’inizio del ministero petrino.

[44] Giovanni Paolo II, Lett. enc. Redemptoris Mater, n. 2: AAS 79 (1987) 362-363.

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