Questa è la nostra fede parte 2

I. ALLE SORGENTI DELL’EVANGELIZZAZIONE

 

 

2. Il compito prioritario

            «L’evangelizzazione può avvenire solo seguendo lo stile del Signore Gesù, il primo e più grande evangelizzatore»[6].

È un dato indiscutibile, concordemente affermato dai racconti
evangelici: dopo essere stato proclamato, da Dio Padre, Figlio suo
amatissimo, mentre riceveva il battesimo da Giovanni al fiume Giordano,
ed essere stato indicato dallo stesso Battista come il Messia di
Israele, Gesù ha iniziato la sua attività pubblica «proclamando il
Vangelo di Dio» (Mc 1,14). Ha svolto questa attività andando per i
villaggi della Galilea, nelle sinagoghe e nelle piazze, sulle rive del
lago o su qualche monte, nel deserto o per le strade, nelle case e nel
tempio. L’originalità di questa scelta merita di essere sottolineata:
Gesù non ha aperto una scuola per lo studio della Legge a Gerusalemme,
come uno dei tanti rabbi del suo tempo; non si è ritirato a vita nel
deserto, come facevano in quegli anni alcuni pii ebrei, in attesa della
salvezza d’Israele; non ha scelto di fondare un movimento di resistenza
politica contro l’invasore romano, come gli zeloti o i sicari. La sua
missione è stata originale anche rispetto al Battista, che pure ne aveva
preparato la venuta: Gesù si è limitato a battezzare solo per breve
tempo, ma ben presto la sua attività si è svolta in modo autonomo, come
predicazione itinerante, attraverso gesti e segni, miracoli e parole,
sino alla fine della sua vita terrena: sino alla pienezza dell’amore e
al compimento supremo, sulla croce.

            Risorto da morte, ha lasciato ai suoi questo testamento:
«proclamate il Vangelo a ogni creatura» (Mc 16,15). Come messaggero
inviato da Dio per annunciare la pace (cfr At 10,36) e come Signore che
invia i suoi apostoli in missione a fare «discepoli tutti i popoli» (Mt
28,19), Gesù di Nazaret sta all’inizio del processo di evangelizzazione e
continua ad animarlo con la forza profetica dello Spirito Santo e
l’azione incessante della sua grazia.

            «Rivelare Gesù Cristo e il suo Vangelo […] è, fin dal
mattino della Pentecoste, il programma fondamentale che la Chiesa ha
assunto, come ricevuto dal suo Fondatore»[7]. L’esperienza
evangelizzatrice di san Paolo rimane, per tutti i credenti in Cristo di
ogni luogo e di tutti i tempi, esemplare e paradigmatica. Conquistato da
Cristo e preso dal suo fascino, l’apostolo dei pagani è mosso
dall’intima, invincibile certezza di essere stato «prescelto per
annunziare il Vangelo di Dio», come scrive ai cristiani di Roma (Rm
1,1); e alla comunità di Corinto, da lui stesso fondata, dichiara con
tono deciso: «Cristo non mi ha mandato a battezzare, ma ad annunciare il
Vangelo» (1Cor 1,17). La missione per Paolo non è attività marginale o
periferica: è il compito fondamentale e il dovere primario, per cui non
gli è più possibile vivere per se stesso. Essere cristiano ed essere
missionario è la stessa cosa. Votato interamente alla causa del Vangelo,
l’apostolo non si lascia intimidire da nessun rischio né arrestare da
alcun ostacolo. Più volte percorre Palestina e Siria, Asia minore,
Macedonia e Grecia, lungo le strade militari e le rotte commerciali.
Entra nelle sinagoghe della diaspora, si mescola alle folle cosmopolite
delle città; si confronta con l’alta cultura e con la religiosità
popolare. Non si scoraggia per le scarse conversioni tra gli ebrei né
per le infedeltà e i tanti problemi delle piccole comunità da lui stesso
fondate.

            L’evangelizzazione è il compito prioritario per la Chiesa,
che è stata mandata dal Risorto nel mondo ad evangelizzare, cioè ad
annunciare, celebrare e testimoniare l’amore di Dio, che per mezzo di
Gesù Cristo vuole salvare tutti gli uomini. «Evangelizzare è la grazia e
la vocazione propria della Chiesa, la sua identità più profonda. Essa
esiste per evangelizzare»[8]. L’evangelizzazione sta a fondamento di
tutto e deve avere il primato su tutto; niente la può sostituire e
nessun’altra opera le si può anteporre. Tutta la Chiesa è per sua natura
missionaria; la missione riguarda tutti i cristiani, tutte le diocesi e
le parrocchie, tutte le istituzioni e gli organismi pastorali, tutte le
aggregazioni ecclesiali e opere di apostolato. In particolare
l’annuncio, la celebrazione e la testimonianza sono i tre grandi
“luoghi” ordinari in cui risuona abitualmente – ma non deve mai
riecheggiare abitudinariamente – il messaggio assolutamente prioritario
della fede, come avviene in sommo grado nell’Eucaristia, in cui
«annunciamo la morte del Signore, proclamiamo la sua risurrezione,
nell’attesa della sua venuta»[9]. Anche la promozione umana non è
alternativa, né può mai essere sostitutiva dell’evangelizzazione, ma è
ad essa conseguente e da essa strettamente dipendente. Il Vangelo viene
prima di tutto e sta al di sopra di tutto, e pur di annunciarlo, la
Chiesa è disposta anche a rinunciare ai suoi diritti legittimi, quando
l’avanzarli offuscasse la sincerità della sua predicazione, come insegna
autorevolmente il Concilio Vaticano II[10].

 

3. L’annuncio fondamentale

            Un’altra caratteristica fondamentale dell’annuncio cristiano è l’essenzialità del suo contenuto.

Dopo aver lottato contro Satana nel deserto e averlo vinto con la forza
dello Spirito Santo, Gesù di Nazaret ha cominciato a proclamare: «Il
tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel
Vangelo» (Mc 1,15). Questa è la buona notizia che egli ha da comunicare:
è la causa per cui vive, la ferma speranza che lo sostiene. Gesù
esprime il suo messaggio con un linguaggio diretto, vivace: il tono
immediato, autorevole e solenne, è quello del banditore che in pubblico e
ad alta voce reca una novità lieta e attesa. E in quelle parole c’è una
vibrazione di urgenza: l’annuncio risuona con un forte appello alla
responsabilità degli ascoltatori. Anche la struttura del messaggio è
lineare, incisiva, lapidaria. Prima di tutto una buona notizia, anzi la
notizia più sorprendente che mai sia stata annunciata sulla terra: il
tempo è giunto al massimo della maturazione e Dio ha deciso di
intervenire nella storia come re e salvatore; e in secondo luogo una
chiamata pressante: cambiare vita e credere a questa bella notizia.
All’indicativo che riguarda l’iniziativa di Dio, segue l’imperativo che
riguarda l’impegno dell’uomo. La salvezza è un dono, il dono più grande;
la risposta, il cambiamento morale, è affidata alla libera e
responsabile volontà delle persone.

Con la Pasqua si verifica un passaggio decisivo: Gesù, da annunciatore
del regno di Dio, diventa il Signore annunciato dalla Chiesa. È lui
infatti il regno di Dio, instaurato dallo Spirito Santo, in mezzo a noi;
è lui la primizia della nuova umanità. Anche il messaggio della Chiesa
si presenta con quelle caratteristiche di densità del contenuto e di
brevità e concisione nella formulazione, già riscontrate nella
predicazione di Gesù. Nel Nuovo Testamento si trovano vari brani in cui
si esprime il nucleo essenziale della fede cristiana. Così, ad esempio,
gli apostoli proclamano con chiarezza e solennità di fronte al Sinedrio:
«Il Dio dei nostri Padri ha risuscitato Gesù, che voi avete ucciso
appendendolo a una croce. Dio lo ha innalzato alla sua destra come capo e
salvatore» (At 5,30). L’evento della Pasqua rimane il nucleo germinale
di tutto il processo di trasmissione del Vangelo, come ci testimonia san
Paolo. Scrivendo verso la primavera dell’anno 56 alla Chiesa di
Corinto, l’apostolo ricorda ai suoi lettori di avere egli stesso
“trasmesso”, al tempo della fondazione della comunità verso l’anno 51,
il messaggio da lui “ricevuto”, a sua volta, al tempo della conversione,
verso l’anno 36. Attraverso questa tradizione ininterrotta si risale
all’evento basilare di tutta la storia della salvezza: la morte e
risurrezione di Cristo (cfr 1Cor 15,1-5).

            Il messaggio cristiano si riassume non in una parola
astratta, ma nella notizia puntuale e concreta di un evento storico, un
avvenimento mai accaduto prima, riguardante Gesù di Nazaret, il Figlio
di Dio fatto uomo, vissuto su questa nostra terra in un tempo
determinato, in un luogo particolare. Perciò, per sintetizzare tutto
l’insegnamento impartito da Filippo al ministro della regina Candace,
san Luca si può limitare a una formula brevissima: «annunciò a lui Gesù»
(At 8,35).

            La rivelazione cristiana contiene certamente anche una
dottrina su Dio e sull’uomo, come pure un insegnamento morale su ciò che
si deve o non si deve fare, ma il suo cuore pulsante resta la Pasqua
del Signore Gesù. Diversamente, il Vangelo perderebbe la sua
trascendenza e si ridurrebbe inevitabilmente a un Vangelo secondo un
«modello umano» (Gal 1,11). Ma allora l’annuncio della Chiesa svapora in
un vago messaggio etico, e l’originalità specifica del cristianesimo
inesorabilmente sbiadisce. Infatti varie religioni insegnano che Dio ama
l’uomo, ma solo la fede cristiana crede nel Figlio di Dio fatto uomo,
crocifisso per i nostri peccati e risorto per la nostra salvezza. Ma se
Cristo è risorto, allora ci è consentita la speranza di poter superare
il male più tragico dell’uomo, che è la morte. Questa è la “buona
notizia”.

 

4. L’unico messaggio, in una molteplicità di linguaggi

            Un messaggio unico e sempre identico, espresso in un’ampia
varietà di forme e di modi: è un’altra caratteristica del Vangelo, così
come Gesù lo annuncia. Anche sotto questo aspetto – e non solo per il
contenuto – l’annuncio del Maestro di Nazaret si presenta nel segno di
una originalità inconfondibile. Il tema centrale della sua predicazione –
il regno di Dio non è più da attendere in un lontano futuro; è in
arrivo, anzi è già presente – viene da lui proclamato negli ambienti e
nelle situazioni più diverse, ricorrendo a sentenze e parabole,
esortazioni e minacce, colloqui e dibattiti. Il genere comunemente più
conosciuto è quello delle parabole: si tratta di racconti simbolici, in
cui il paragone fra due realtà viene elaborato in una narrazione rapida e
colorita. Gesù vi fa ricorso per lo più quando deve parlare del regno
di Dio a coloro che non fanno parte della cerchia dei discepoli: i
notabili, le autorità, la folla dei curiosi. Ascoltando una parabola,
costoro sono invitati a riflettere, a liberarsi dai pregiudizi, e
vengono provocati a scegliere, a schierarsi con lui o contro di lui.

            Non solo il Vangelo di Gesù, anche il Vangelo su Gesù viene
annunciato dalla Chiesa con una molteplicità di generi letterari e una
grande varietà di formule. Per lo più il linguaggio è di tipo narrativo
(Gesù «è stato crocifisso» ma «è risorto», «è apparso», «è stato
glorificato» o «esaltato»), ma nel Nuovo Testamento troviamo anche
formule assertive: «Gesù è il Signore» (RmAt 5,42); «Gesù è il Cristo,
il Figlio di Dio» (Gv 20,31), «il Figlio del Dio vivente» (Mt 16,16).
Inoltre la fede nell’evento della Pasqua viene espressa attraverso tre
principali generi letterari: la professione di fede, l’inno, il
racconto. Un esempio tipico di professione di fede è quello già citato
della prima Lettera ai Corinzi: «Cristo morì per i nostri peccati
secondo le Scritture, fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno
secondo le Scritture» (1Cor 15,3-5). Quando questa fede viene celebrata
all’interno delle comunità cristiana, allora la si esprime anche
attraverso inni o cantici, come l’inno riportato da Paolo nella Lettera
ai Filippesi, in cui si proclama la condizione divina di Gesù Cristo (la
pre-esistenza), il dramma della sua umiliazione fino alla morte di
croce (la pro-esistenza) e l’esaltazione fino alla gloria di Signore
(cfr Fil 2,6-11). 10,9), «Gesù è il Cristo» (

Ma fin dal giorno di Pentecoste la Chiesa apostolica proclama la sua
fede narrando la lieta notizia di un evento preciso e concreto: la
Pasqua del Signore. Caratteristico al riguardo è il discorso che Pietro,
a nome degli altri Undici, tiene a Pentecoste (At 2,14-40),
rivolgendosi ai Giudei e a quanti si trovavano a Gerusalemme, e che egli
conclude con un messaggio solenne e sintetico: «Dio ha costituito
Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso» (At 2,36). Questo
discorso, come anche gli altri che si incontrano nel libro degli Atti
degli apostoli (At 3,12-26; 4,8-12; 5,29-32; 10,34-43; 13,16-41), è
strutturato attorno a tre elementi ricorrenti: una breve rievocazione in
forma narrativa degli avvenimenti riguardanti Gesù, soprattutto la sua
risurrezione; una interpretazione di questo evento alla luce delle
Scritture; un appello coinvolgente, rivolto agli ascoltatori, perché
aderiscano con la fede al messaggio proclamato e si convertano. Attorno a
questi elementi fondamentali si struttureranno quei racconti più
sviluppati che sono i nostri quattro vangeli.

            Questo processo di evangelizzazione è animato da un
dinamismo comunicativo che la Chiesa non può mai trascurare: il seme
della Parola va gettato nei terreni delle varie culture e delle più
svariate situazioni. Ciò esige il rispetto, sapiente e creativo, di una
duplice fedeltà: al messaggio che è Cristo, «lo stesso ieri, oggi e
sempre» (Eb 13,8); e all’uomo, alle sue esigenze concrete[11]. Il
Vangelo non può essere meccanicamente ripetuto; deve essere sempre
inculturato intelligentemente e genialmente riespresso.

 

5. Un annuncio di gioia, attraverso un servizio d’amore

            Fin dalle prime parole di Gesù, riportate dal vangelo di
Marco, si può cogliere il loro carattere di lieto messaggio (cfr Mc
1,15). La “buona novella”, prima di essere esplicitata in un
insegnamento, viene da Gesù come racchiusa in un grido di gioia: il
regno di Dio viene! e beato è chi l’accoglie!

La signoria di Dio, annunciata dal suo Figlio unigenito, si rivela come
amore gratuito e misericordioso rivolto a tutti, soprattutto agli
oppressi e ai peccatori. Chi l’accoglie con umiltà sincera e con vera
fede, fa esperienza di una pace incrollabile e di una beatitudine
appagante, pur tra le immancabili prove della vita presente, e cammina
con umile coraggio verso un futuro colmo di speranza. Con la breve
parabola del tesoro scoperto inaspettatamente in mezzo a un campo, Gesù
insegna che chi rinuncia a tutto per aderire, senza riserve e senza
compromessi, alla buona notizia del regno di Dio trova il tesoro più
prezioso (cfr Mt 13,44). Ma ciò che è decisivo è il motivo che spinge il
discepolo a lasciare tutto per aderire al Signore: la gioia di aver
trovato il bene incalcolabile del Regno. Non si lascia per trovare il
tesoro, ma perché lo si è già trovato: questo è il motivo del distacco
e, prima ancora, della gioia.

Anche il “vangelo della croce” va interpretato nella luce della Pasqua.
La croce non è fine a se stessa, una fredda, orrenda negazione, ma è
fede nella parola di Gesù: «chi perderà la propria vita per causa mia e
del vangelo, la salverà» (Mc 8,35). Chi avrà rinunciato a tutti i propri
averi, perfino ai beni più cari, avrà «la vita eterna» nel tempo futuro
e «cento volte tanto» nel tempo presente (Mc 10,30). Il distacco non
soltanto rende possibile il gaudio della comunione con Dio e con i
fratelli, ma nel contempo crea anche la possibilità di godere delle
semplici gioie della vita. L’uomo che fa del mondo il suo idolo, conosce
l’avidità insaziabile del possesso, non la gioia umile e grata del
dono. «La parola della croce»: proprio questa è la buona notizia, e san
Paolo non esita ad accostarla al verbo «evangelizzare» (1Cor 1,17-18),
il verbo delle notizie liete e gradite. Per l’apostolo il vangelo della
croce è messaggio di gioia, perché rivela fino a quale punto si sia
spinto Dio nella follia del suo amore: infatti «a stento qualcuno è
disposto a morire per un giusto… Ma Dio dimostra il suo amore verso di
noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per
noi» (Rm 5,7-8). La croce è la rivelazione inaudita della misericordiosa
e tenerissima solidarietà di Dio nei confronti dell’uomo: il gesto del
Padre che dona il Figlio e del Figlio che dona se stesso all’umanità
peccatrice, indica un amore eccedente, sovrabbondante, che va oltre il
necessario; rivela una misericordia oltre ogni misura, al punto da
apparire incredibile, poiché non misurata sul bisogno dell’uomo, ma
sulla ricchezza infinita della benevolenza di Dio. La croce è scandalo e
follia, ma per chi crede è sapienza, libertà e gioia piena.

Di conseguenza la missione non è un vanto né un titolo di merito: è un
dovere imprescindibile e una insopprimibile esigenza. E prima ancora una
“grazia”, un dono grande, immeritato; addirittura una vera “liturgia”,
autentico servizio sacro, quello a cui l’apostolo è più attaccato:
essere «ministro di Cristo Gesù tra le genti, adempiendo il sacro
ministero di annunciare il vangelo di Dio perché le genti divengano
un’offerta gradita, santificata dallo Spirito Santo» (Rm 15,16).

 

6. Evangelizzazione e primo annuncio

Tentare una sintesi di tutti gli elementi essenziali che concorrono a
configurare una realtà ricca, complessa e dinamica qual è l’azione
evangelizzatrice della Chiesa, non è facile. È tuttavia possibile
indicare alcuni punti fondamentali.

In linea generale, si può ritenere che l’evangelizzazione è la
proclamazione, da parte della Chiesa, del messaggio della salvezza con
la parola di Dio, con la celebrazione liturgica, con la testimonianza
della vita. In senso stretto, «l’evangelizzazione propriamente detta è
il primo annuncio della salvezza a chi, per ragioni varie, non ne è a
conoscenza o ancora non crede»[12]. Essa è preceduta e preparata dal
dialogo leale con quanti hanno una fede diversa o non hanno alcuna fede,
oppure desiderano riscoprire e rinnovare l’adesione al messaggio
cristiano, ed è normalmente seguita dalla catechesi, che ha l’obiettivo
fondamentale di far maturare la fede iniziale. Intesa in questo senso
specifico, l’evangelizzazione precede la stessa liturgia, poiché «prima
che gli uomini possano accostarsi alla liturgia, è necessario che siano
chiamati alla fede e alla conversione»[13]. Anche il servizio ai poveri
come pure l’amore vicendevole, per essere segni limpidi ed efficaci
della carità cristiana, suppongono la fede e quindi l’evangelizzazione,
poiché «la fede viene dall’ascolto e l’ascolto riguarda la parola di
Cristo» (Rm 10,17): noi amiamo perché siamo stati amati e «abbiamo
conosciuto e creduto l’amore che Dio ha in noi» (1Gv 4,16).

            Per quanto riguarda più direttamente il primo annuncio, esso
si può descrivere sinteticamente così: ha per oggetto il Cristo
crocifisso, morto e risorto, in cui si compie la piena e autentica
liberazione dal male, dal peccato e dalla morte; ha per obiettivo la
scelta fondamentale di aderire a Cristo e alla sua Chiesa; quanto alle
modalità deve essere proposto con la testimonianza della vita e con la
parola e attraverso tutti i canali espressivi adeguati, nel contesto
della cultura dei popoli e della vita delle persone[14]. Pertanto la
“priorità” del primo annuncio va intesa soprattutto in senso genetico o
fondativo: alla base di tutto l’edificio della fede sta il «fondamento…
che è Gesù Cristo» (1Cor 3,11); è lui la «pietra d’angolo, scelta,
preziosa, e chi crede in essa non resterà deluso» (1Pt 2,6). Si edifica
così il corpo di Cristo, «finché arriviamo tutti… all’uomo perfetto,
fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo» (Ef 4,13).

 

II. COMUNICARE IL VANGELO OGGI

 

 

7. Un obiettivo urgente e indifferibile

Nella nostra società e, più in generale, nel continente europeo si
registrano vari segni di speranza, come la considerazione data alla
qualità della vita; l’esigenza di autenticità e il desiderio di
socialità; l’internazionalizzazione della giustizia e della solidarietà;
la ricerca della pace tra i popoli; l’accresciuta sensibilità ai temi
della salvaguardia del creato. Va guardata con interesse soprattutto la
rinnovata ricerca di senso che sembra riavvicinare molti uomini e donne
del nostro paese all’esperienza religiosa e in particolare a quella
cristiana. Sono fenomeni positivi, anche se non mancano di ambiguità e
contraddizioni. D’altra parte, però, è da rilevare che «molti non
riescono più ad integrare il messaggio evangelico nell’esperienza
quotidiana; cresce la difficoltà di vivere la propria fede in Gesù in un
contesto sociale e culturale in cui il progetto di vita cristiano viene
continuamente sfidato e minacciato; in non pochi ambiti pubblici è più
facile dirsi agnostici che credenti; si ha l’impressione che il non
credere vada da sé mentre il credere abbia bisogno di una legittimazione
sociale né ovvia né scontata»[15].

In questo mutato contesto culturale non ci si può limitare a ripetere il
Vangelo; occorre uno sforzo per ricomprenderlo perché parli ancora alle
donne e agli uomini di oggi. Non si tratta ovviamente di annunciare un
Vangelo diverso, ma occorre un modo diverso di annunciarlo. Il Vangelo è
quello di sempre, ma nuovo deve essere il modo di capirlo e di viverlo,
non soltanto di dirlo, in maniera che esso liberi tutta la sua carica
di rinnovamento e di speranza. È questo l’impegno del “progetto
culturale” della Chiesa in Italia, con il suo sforzo sempre più chiaro e
determinato a tenere conto non solo delle sfide che contrassegnano la
comunicazione del Vangelo in questo inizio del terzo millennio, ma anche
delle interessanti opportunità che caratterizzano la nuova situazione.
Ne evidenziamo alcune.

Una prima riguarda il fenomeno del pluralismo religioso: cresce la
mobilità delle popolazioni e si va verso forme di società multietnica e
multireligiosa. In se stessa, una tale società non rappresenta una
minaccia alla fede cristiana o all’appartenenza ecclesiale. Il dialogo,
correttamente inteso e condotto con spirito evangelico, alimenta nei non
cristiani un atteggiamento di apertura alla verità di Cristo e conduce i
cristiani a una più profonda comprensione del Vangelo. Ma dialogare non
deve significare cedere al relativismo o al sincretismo. La fede per
crescere nel momento in cui viene donata ad altri, richiede credenti
umili e grati per il dono ricevuto, ben consapevoli della propria
identità, capaci di rendere ragione della speranza cristiana e di
annunciare il Vangelo anche a persone di altra religione, «quando
vedranno che piace al Signore»[16].

La seconda opportunità è costituita dalla diffusione, sempre più rapida e
pervasiva, degli strumenti della comunicazione sociale: i mass-media
sono ovunque attorno a noi e non possiamo più farne a meno. Opportunità e
rischi della nuova cultura mediale non vanno minimizzati: «possono
favorire un nuovo umanesimo o generare una drammatica alienazione
dell’uomo da sé e dagli altri»[17]. Se il mandato di comunicare il
Vangelo è reso oggi più urgente, per altro verso «l’evangelizzazione
stessa della cultura moderna dipende in gran parte dall’influsso» dei
media[18].

Anche una certa diffusione dello spirito critico, nell’ambito non solo
degli studiosi e degli uomini colti, ma in generale della gente, dovuto
all’innalzamento del livello medio della cultura, non può essere vista
dal credente come una situazione di per sé negativa. Il fatto che ci si
voglia rendere conto di persona, che si esigano prove e documenti, non è
un male, quasi una preclusione allo spirito di fede. È una risorsa che
occorre valorizzare e una sfida che bisogna raccogliere, con serenità e
umile fierezza, senza complessi di inferiorità.

Queste considerazioni non vogliono ingenerare l’idea che sia
prevalentemente il mutato contesto culturale o ecclesiale a motivare la
nuova evangelizzazione. La missione di comunicare il Vangelo nasce
innanzitutto dall’interno stesso della fede. In qualsiasi contesto resta
sempre vero che il Vangelo è fatto per essere annunciato e creduto, e
ben si adatta a ogni cristiano il grido di Paolo: «Guai a me se non
annuncio il Vangelo!» (1Cor 9,16).

 

8. I caratteri essenziali dell’annuncio

            Gesù Cristo è il Signore, il perfetto e definitivo
Rivelatore del Padre, è l’unico Salvatore del mondo; nell’evento della
sua incarnazione, morte e risurrezione ha portato a compimento la storia
della salvezza, che ha in lui la sua pienezza e il suo centro. «In
questo senso si può e si deve dire che Gesù Cristo ha un significato e
un valore per il genere umano e la sua storia, singolare e unico, a lui
solo proprio, esclusivo, universale, assoluto»[19]. Tale carattere di
assolutezza è un dato perenne della fede della Chiesa ed è stato
solennemente ribadito dal concilio Vaticano II: «Il Verbo di Dio, per
mezzo del quale tutto è stato creato, si è fatto egli stesso carne, per
operare, lui l’uomo perfetto, la salvezza di tutti e la ricapitolazione
universale. Il Signore è il fine della storia umana, il punto focale dei
desideri della storia e della civiltà, il centro del genere umano, la
gioia d’ogni cuore, la pienezza delle loro aspirazioni»[20]. Il
significato assoluto e universale della persona di Cristo e della sua
opera impegna il credente ad annunciare con franchezza, fiducia e
coraggio: «In nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti, sotto il
cielo, altro nome dato agli uomini, nel quale sia stabilito che possiamo
essere salvati» (At 4,12). Il valore dell’evento salvifico del Figlio
di Dio, fatto uomo, crocifisso e risorto, conferisce all’annuncio un
carattere decisivo: o lo si accoglie o lo si rifiuta. «Chi crederà e
sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato» (Mc
16,16).

            Al carattere di assolutezza del messaggio cristiano è
strettamente legato anche il suo aspetto salvifico. La proclamazione che
“Gesù è il Signore”, mentre rende gloria a Dio, è sorgente di salvezza
per i credenti: «Chiunque invocherà il nome del Signore, sarà salvato»
(At 2,21), afferma Pietro il giorno di Pentecoste; e Paolo, rivolgendosi
ai cristiani di Roma, scrive: “Se con la tua bocca proclamerai: “Gesù è
il Signore!”, e con il tuo cuore crederai che Dio lo ha risuscitato dai
morti, sarai salvo» (Rm 10,9). Il più grande tributo di gloria al Padre
è riconoscere che nella Pasqua egli ha dato al Figlio il suo proprio
nome di “Signore” e il suo stesso potere. Questa è la verità inaudita,
racchiusa nell’annuncio: “Gesù Cristo è il Signore!”. Pertanto «ogni
lingua proclami: “Gesù Cristo è Signore!”, a gloria di Dio Padre» (Fil
2,11). Acclamare e confessare che Gesù è il Signore significa
riconoscere lui, e nessun altro, come unico Signore della propria
esistenza. Questo riconoscimento di fede ci procura la salvezza, perché
mentre ci sottomettiamo alla sua signoria, voltiamo le spalle agli idoli
per volgerci verso il Dio vivo e vero, che ha risuscitato Gesù dai
morti (cfr 1Ts 1,9-10).

            Nella proposta del primo annuncio risulta anche di
fondamentale importanza rispettare l’imprescindibile dimensione storica
della fede cristiana: Dio si è rivelato nella vita concreta dell’uomo
Gesù. «Il Verbo si fece carne» (Gv 1,14): questo significa che Dio si è
comunicato all’uomo mediante una profonda condivisione dell’esperienza
umana. Facendosi carne, il Figlio di Dio non si è posto solo dalla parte
del mistero di Dio di fronte all’uomo, ma anche dalla parte dell’uomo
di fronte al mistero di Dio. Accettando di morire per amore sulla croce,
Gesù si è collocato nel punto più vero e più doloroso del dialogo tra
Dio e l’uomo, al centro della contraddizione, là dove la verità è
rifiutata, l’amore è sconfitto e Dio sembra assente; così egli ha
risolto il contrasto in alleanza. Nel mondo esiste la morte, e il Figlio
di Dio l’ha vinta condividendola con l’uomo. Nel mondo c’è il peccato, e
il Figlio di Dio l’ha preso sulle sue spalle, morendo per i peccatori,
anzi come un peccatore tra due malfattori. Nel mondo la verità è
sopraffatta dalla menzogna, e il Figlio di Dio ne ha condiviso il dramma
e lo scandalo. Se non ci si colloca in questa prospettiva, né si parla
di Dio, che si è rivelato nel Crocifisso, né si parla dell’uomo, che
vive nella miseria del peccato. Se si smarrisce questo centro, si
rischia di dire parole su Dio, come gli amici di Giobbe, ma non di
comunicare la parola del Signore, perché non si annuncia il vero volto
del Dio vivo e non si raggiunge l’inquieto cuore dell’uomo.

            È inoltre indispensabile tenere in considerazione il
carattere paradossale della rivelazione cristiana. Non si può parlare di
Gesù Cristo in modo ovvio. Il compimento delle attese umane da parte
del Vangelo è sempre sorprendente e passa prima per il loro
capovolgimento, cosa che è motivo di fede per alcuni e di scandalo per
altri. Tutte le religioni dicono che l’uomo deve essere pronto a dare la
vita per Dio, ma il Vangelo racconta innanzitutto che il Figlio di Dio
ha dato la vita per l’uomo. Il movimento è capovolto. Non sono i
discepoli che hanno lavato i piedi al Signore: questo sarebbe ovvio. È
il Signore che ha lavato i piedi ai discepoli: questo è davvero
sorprendente. Il capovolgimento operato da Gesù impegna il credente a
capovolgere a sua volta il modo di pensare Dio e la sua gloria.

 

9. Lo stile della comunicazione

            «Si è missionari prima di tutto per ciò che si è, come
Chiesa che vive profondamente l’unità dell’amore, prima di esserlo per
ciò che si dice o si fa»[21]. La testimonianza della vita cristiana è la
via privilegiata dell’evangelizzazione, la sua forma prima e del tutto
insostituibile. Se è vero che la fede è adesione piena e coinvolgente di
tutta la persona alla verità che è Cristo, allora l’annuncio non può
essere un fatto puramente verbale: non basta parlare del Vangelo;
occorre in un certo senso renderlo “visibile” e “tangibile” (cfr 1Gv
1,1-3). La comunicazione della fede avviene per irradiazione, prima che
per iniziative o attività specifiche. Attraverso la testimonianza dei
singoli credenti, delle famiglie e delle comunità cristiane, l’amore di
Dio va a raggiungere le persone nella loro situazione concreta e le
dispone a credere. «Specialmente nel clima odierno, permeato di
materialismo pratico, estraneità reciproca e indifferenza religiosa,
molte porte si aprono solo per il fascino dell’amicizia e della
solidarietà. Anche i distratti e i superficiali rimangono colpiti e si
accostano al messaggio cristiano. Interpella le coscienze con
particolare efficacia l’amore preferenziale per i poveri, che, mentre
contraddice l’egoismo radicato nell’uomo e le discriminazioni presenti
nella società, si fa espressione di una benevolenza diversa, quella di
Dio, gratuita e rivolta a tutti»[22].

            D’altra parte la presenza operosa non basta. Come la
rivelazione di Dio è avvenuta attraverso «eventi e parole, intimamente
connessi tra loro»[23]; come l’evangelizzazione di Gesù è avvenuta «in
opere e in parole» (Lc 24,19), e il vangelo di Paolo si è diffuso «non
soltanto per mezzo della parola, ma anche con la potenza dello Spirito
Santo» (1Ts 1,5), così non si può opporre testimonianza di vita e
annuncio esplicito. La testimonianza chiede di essere illuminata e
giustificata da un annuncio chiaro e inequivocabile, come questo dovrà
sempre rinviare a ciò che si può “vedere e udire” (cfr Mt 11,4). È la
stessa testimonianza cristiana che include la professione pubblica della
fede e, d’altra parte, l’evangelizzazione ha al suo centro l’annuncio
esplicito che Dio ci dona la salvezza in Gesù Cristo, crocifisso e
risorto; la Chiesa è generata dalla parola di Dio. «Nella realtà
complessa della missione il primo annuncio ha un ruolo centrale e
insostituibile, perché introduce nel mistero dell’amore di Dio, che
chiama a stringere in Cristo una personale relazione con lui e apre la
via alla conversione»[24].

            C’è un’altra falsa alternativa da tener presente: quella fra
identità e dialogo. In realtà la Chiesa non vede un contrasto tra
l’annuncio del Cristo e il dialogo. È certo che, per essere corretto e
autentico, il dialogo richiede una chiara consapevolezza della propria
identità e non può mai degenerare nel relativismo o nel sincretismo. Non
è vero che una religione vale l’altra: «Il dialogo deve essere condotto
e attuato con la convinzione che la Chiesa è la via ordinaria di
salvezza e che solo essa possiede la pienezza dei mezzi di
salvezza»[25].

Il Vangelo è da annunciare, non da imporre. Neppure il Figlio di Dio
l’ha imposto: l’ha proposto a tutti, l’ha testimoniato con la sua vita,
ma non è mai ricorso alla violenza per farlo accettare. Ha sollecitato
il consenso e ha accettato il rifiuto. Il messaggio dell’amore non si
annuncia se non attraverso l’amore. È proprio la proclamazione del
Vangelo a spingere il cristiano al dialogo con tutti; a illuminare i
credenti nel discernere i “semi del Verbo” ovunque si trovino; a
coltivare gli elementi “di verità e di grazia”, sparsi nella varie
tradizioni[26]. È sempre da ricordare che, secondo un aforisma della
cristianità antica condiviso da san Tommaso, «ogni verità, da chiunque
sia detta, viene dallo Spirito Santo»[27] e, d’altra parte «la Chiesa di
Dio vivente» è «colonna e sostegno della verità» (1Tm 3,15).

 

10. Radicalità evangelica e vita quotidiana

            Per annunciare il Vangelo della vita piena, serena e feconda
che i cristiani possono vivere sulle tracce del Signore Gesù, la Chiesa
ha bisogno soprattutto di santi. Qualcuno potrebbe pensare che forse
basterebbe essere credenti convinti e gioiosi, umili e tenacemente
innamorati del Signore Gesù: ma non sono appunto questi i santi? Essi
non pretendono certo di essere senza macchie e senza difetti, ma sono
cristiani che non fanno mai pace con le loro incoerenze, pronti ogni
giorno a ricominciare daccapo: “Credo, [Signore]; aiuta la mia
incredulità!» (Mc 9,24). «Come il Concilio stesso ha spiegato, questo
ideale di perfezione non va equivocato come se implicasse una sorta di
vita straordinaria, praticabile solo da alcuni “geni” della
santità»[28].

            Sembra opportuno pertanto provare a declinare “santità”,
intrecciando radicalità evangelica e vita quotidiana. La radicalità
evangelica non va intesa come eccezionalità di opere o di gesti, come
somma di rinunce o straordinarietà di sacrifici. San Paolo ricorda che
uno potrebbe anche distribuire tutti i propri beni ai poveri o
addirittura offrire il proprio corpo alle fiamme e non avere la carità
(cfr 1Cor 13,3). Il “carisma migliore” additato dall’apostolo non è un
dono singolare, o un talento speciale, bensì la carità ordinaria,
feriale: è l’amore non invidioso, umile, rispettoso, tollerante. La
carità cristiana non si identifica con la donazione dei beni e, di per
sé, neanche con l’offerta della propria vita. La santità è tutta
questione di amore: richiede di non anteporre nulla all’amore gratuito e
smisurato del Signore e, per questo, di essere pronti anche a lasciare
tutto, ma solo per seguire lui. È una radicalità che non si misura sulla
quantità materiale delle cose lasciate, ma sulla purezza della fedeltà
al Vangelo e sulla genuina qualità dell’appartenenza al Signore. Le
opere radicali autenticamente cristiane sono quelle che fanno trasparire
il volto del Padre: «Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini,
perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro
che è nei cieli” (Mt 5,16). La radice e la misura di una esistenza
cristiana autentica e coerente è sempre la croce di Gesù, che non è solo
gesto di salvezza; è anche segno di rivelazione: è la piena
manifestazione trasparente di quanto Dio ami il mondo.

Perciò il discepolo qualificato per annunciare il vangelo dell’amore del
Padre per tutti i suoi figli, è colui che prende la sua croce ogni
giorno e segue il suo Signore (cfr Lc 9,23). «Ogni giorno», chiede Gesù:
infatti la via della croce non può essere solo quella del martirio, ma
anche la via del quotidiano, inteso come la situazione normale e
ordinaria, con le sue fatiche e le ardue complessità, in cui il
cristiano vive. Nella vita quotidiana, nel contatto giornaliero nei
luoghi di lavoro e di vita sociale si creano occasioni di testimonianza e
di comunicazione del Vangelo. Il Vangelo non è una proposta eccezionale
per persone eccezionali, e la Chiesa non potrà mai diventare una setta
di eletti o un gruppo chiuso di perfetti, ma sarà una comunità di
salvati, peccatori perdonati, sempre in cammino dietro all’unico Maestro
e Signore.

Pertanto, perché la parola del Vangelo sia donata a tutti coloro che
l’attendono, è indispensabile la presenza significativa dei cristiani
laici nei vari ambienti di vita. «È compito proprio del fedele laico
annunciare il Vangelo con un’esemplare testimonianza di vita, radicata
in Cristo e vissuta nelle realtà temporali: famiglia; impegno
professionale nell’ambito del lavoro, della cultura, della scienza e
della ricerca; esercizio delle responsabilità sociali, economiche,
politiche. Tutte le realtà umane secolari, personali e sociali, ambienti
e situazioni storiche, strutture e istituzioni, sono il luogo proprio
del vivere e dell’operare dei cristiani laici»[29]. Nell’esperienza del
credente infatti non possono esserci due vite parallele: da una parte la
vita “cristiana”, dall’altra quella cosiddetta “secolare”, ossia la
vita di lavoro, di impegno, di tempo libero. La vita è una sola: Cristo,
che vive in noi.

 

III. GESÙ RISORTO È LA NOSTRA SPERANZA

 

 

11. Il primo annuncio: “Cristo è risorto!”

Ogni anno i cristiani tornano alla sorgente della loro fede: è quanto
avviene nella veglia di Pasqua, che sant’Agostino chiamava «la madre di
tutte le sante veglie»[30], perché all’assemblea dei fedeli viene
nuovamente comunicata la notizia lieta e sempre sorprendente: Gesù, il
crocifisso, è risorto! La liturgia della veglia comincia con un rito
suggestivo. La chiesa è al buio e in profondo silenzio; dal portale
entra il grande cero pasquale, simbolo del Cristo risorto; da quella
fiamma si propagano tante piccole luci, man mano che i presenti
accendono le loro candele; poi si accendono tutte le lampade; e in mezzo
all’assemblea si leva il canto gioioso della risurrezione. Gesù «ha
vinto la morte e ha fatto risplendere la vita» (2Tm 1,10): la fede
cristiana è luce accesa e alimentata dalla Pasqua del Signore. «Questo è
il vero giorno di Dio, radioso di santa luce, nel quale il sangue
divino lavò i turpi peccati del mondo, ridando fiducia ai peccatori,
illuminando la vista dei ciechi»[31]. Questo è il vangelo che la Chiesa
riceve fedelmente e fedelmente trasmette. Ci rendiamo conto che si
tratta di un annuncio sconvolgente, che cambia la vita? Se Cristo non è
risorto, la croce non ci salva, la causa del regno di Dio è sconfitta e
la Chiesa non ha più nulla da dire. Ma il nostro Dio è grande nell’amore
e non finisce di stupire: ridona agli uomini come salvatore il proprio
Figlio che essi hanno rifiutato e ucciso. Mediante il Crocifisso
risorto, il Padre si fa definitivamente vicino ai peccatori, ai poveri,
ai malati, ai falliti della storia, ai morti inghiottiti dalla terra.

            La veglia pasquale è il contesto paradigmatico per la
celebrazione del battesimo, sacramento fontale che ci rende partecipi
della risurrezione di Cristo: veniamo sepolti con lui nella morte, per
rinascere con lui a vita nuova. Insieme ai catecumeni, tutti i fedeli
sono chiamati a rinnovare le promesse del santo battesimo: a rinunciare a
Satana e alle sue opere e seduzioni, e a credere in Gesù Cristo, Figlio
di Dio, al Padre suo onnipotente e allo Spirito Santo da lui effuso per
la nostra salvezza. Questo è il nucleo vivo della fede cristiana, in
cui sono presenti insieme i due misteri fondamentali del nostro credo:
la morte e risurrezione del Signore Gesù, e la Trinità del Padre e del
Figlio e dello Spirito Santo nell’unità di un solo Dio. Dopo questa
solenne professione della fede, in ricordo del battesimo, i presenti
vengono benedetti “nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito
Santo”.

 

12. Il Crocifisso è risorto per la nostra salvezza

Tutto è cominciato non da una teoria, da una concezione del mondo e
della vita umana, ma da un avvenimento testimoniato da persone concrete,
in maniera affidabile e convincente. Il giorno di Pasqua, di buon
mattino, alcune donne si recano al sepolcro di Gesù di Nazaret, ma lo
trovano vuoto, e ne restano sorprese e impaurite. Un personaggio
misterioso, seduto sulla destra del sepolcro, dice loro: «Non abbiate
paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui.
Ecco il luogo dove l’avevano posto. Ma andate, dite ai suoi discepoli e a
Pietro: “Egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto”»
(Mc 16,6-7).

«Andate, dite»: è quello che le donne fanno con lo stupore di cui sono
pervase. Che il Crocifisso sia risorto è una notizia troppo grande per
poter essere taciuta. Anche gli apostoli, dapprima impauriti e ripiegati
su se stessi, diventano testimoni coraggiosi e aperti al mondo. La
grande svolta avviene il giorno di Pentecoste, con la piena effusione
dello Spirito Santo. Il primo segno della venuta dello Spirito è
l’annuncio di Gesù Signore e Cristo, come fa Pietro alla folla accorsa:
“Uomini d’Israele, ascoltate queste parole: Gesù di Nazaret – uomo
accreditato da Dio presso di voi per mezzo di miracoli, prodigi e segni,
che Dio stesso fece tra voi per opera sua, come voi ben sapete –,
consegnato a voi secondo il prestabilito disegno e la prescienza di Dio,
voi, per mano di pagani, l’avete crocifisso e l’avete ucciso. Ora Dio
lo ha risuscitato…» (At 2,22-24). Anche al centurione Cornelio,
rappresentante del mondo pagano, Pietro, primo missionario, non avrà
altro da dire: “Essi lo uccisero appendendolo a una croce, ma Dio lo ha
risuscitato al terzo giorno” (At 10,39-40). Nessuna notizia è più
importante della risurrezione di Gesù, perché nessun avvenimento della
storia è più di essa decisivo. Dunque a ebrei e pagani viene comunicato
lo stesso messaggio: Gesù è morto in croce, ma Dio lo ha risuscitato, e
la prova è che ci è stato donato lo Spirito Santo.

Una fede cristiana senza l’adesione al messaggio della risurrezione di
Cristo non è più conforme alla fede di Pietro, di Paolo, dei primi
cristiani. E non è più la fede che Gesù ha chiesto per la sua persona.
Tutt’al più è una idealizzazione dell’uomo Gesù, come un eroe o un
saggio, non il nostro Salvatore e Signore. Chi si illude di poter fare a
meno della risurrezione di Cristo, non è più fedele al suo messaggio di
salvezza.

 

segue Questa è la nostra fede parte 3

Share