
Di seguito il testo dell’omelia pronunziata dal vescovo diocesano, S. E. Mons. Ambrogio Spreafico, in occasione della festa di S. Ambrogio, patrono della Diocesi e della citta’ di Ferentino.
Care sorelle e cari fratelli,
è sempre una grande gioia trovarci insieme ogni 1 maggio attorno al martire Ambrogio, patrono di questa città e della diocesi. Vi saluto tutti con affetto. Il martire Ambrogio ci attrae. Tanti di voi sono stati qui in questi giorni, molti si uniranno a noi nelle strade di questa città durante la processione e domani sera per concludere questa bella festa. Perché siamo qui? non è solo una tradizione, perché le tradizioni possono anche finire. Non è neppure un’abitudine. Vedete, chi è il martire? Il martire è colui che non ha rinunciato a credere in Gesù, a fidarsi di lui e a contare sulla forza del suo amore, fino a ritenere questo più prezioso della stessa vita. Non ha cercato la gloria nell’onore, nei riconoscimenti, nel possesso e nella ricchezza. La sua gloria ed anche la sua felicità sono state: ascoltare Gesù, vivere il Vangelo, amare. Sant’Ambrogio era un centurione. Poteva avvalersi del suo potere e prestigio, poteva farsi i suoi interessi, forse far carriera, usare la sua posizione per dominare gli altri. Quante volte avviene così nella vita di ogni giorno! L’interesse personale è sempre più grande di quello per gli altri, per il bene comune. Quanto è difficile rinunciare ai propri interessi nella vita sociale, nella politica, e talvolta persino nella Chiesa! Se il martire Ambrogio avesse fatto così, noi non saremmo qui. Lui ci attrae perché in una società di gente egoista e prepotente, che si fa spesso gli affari suoi, noi vorremmo essere diversi, migliori. Nel nostro cuore c’è il desiderio di un mondo più umano, dove volersi bene e rispettarsi, un mondo dove gli anziani siano ascoltati ed amati e non messi da parte, dove chi ha bisogno e passa un momento difficile sia aiutato, dove i bambini ed i giovani crescano nel rispetto degli altri e con un futuro meno incerto, dove nelle famiglie ci siano pace e concordia, dove i più poveri trovino solidarietà e comprensione, dove finiscano guerre e terrorismo, insomma un mondo che non c’è, ma che noi vorremmo.
Il martire Ambrogio ci dice che questo mondo migliore è possibile, che però non dipende solo dagli altri, bensì anche da ciascuno di noi. Noi siamo maestri nel pretendere che gli altri cambino, li giudichiamo, ci lamentiamo di loro, chiediamo di essere considerati e amati, ma ci siamo mai chiesti che cosa facciamo noi per essere migliori e cambiare noi stessi? Sant’Ambrogio, uomo abituato alla guerra (era centurione, comandava una guarnigione romana, stimato dal suo capo Daciano), scoprì nel Vangelo una forza di pace che lo spinse a condividere con gli altri il suo benessere. Dava infatti ai poveri parte del suo guadagno. Vedete, così sono i martiri e così dovrebbero essere i cristiani: non hanno paura di condividere con gli altri quello che possiedono, ponendo la loro fiducia nel Signore che non fa mai mancare nulla a chi crede in lui. Abbiamo ascoltato nel Vangelo: "Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna". Queste parole ci sembrano impraticabili. Come si fa a non amare la propria vita? Noi faremmo di tutto per noi stessi, per i nostri interessi e il nostro benessere o quello della nostra famiglia. Eppure questo modo di vivere non ci rende felici, ci lascia spesso insoddisfatti. Oggi ci viene detto: ama un po’ meno te stesso e un po’ di più gli altri, rinuncia a un po’ del tuo, fosse quello che hai, ma anche le tue ragioni che imponi sugli altri, magari litigando come avviene spesso, le tue abitudini a cui gli altri si devono adeguare, i tuoi sentimenti e pensieri egoisti. Questo è odiare se stessi. Vedrai che così acquisterai qualcosa di duraturo e sarai più felice. Sarai migliore e renderai migliore la vita e il mondo.
L’eredita’ che ci lascia questo nostro martire è molto semplice e possibile per tutti, anche per chi forse tra di noi non frequenta la chiesa ogni domenica: ascoltare il Vangelo, cercare di viverlo ogni giorno, cambiando le piccole cose della propria vita, i propri sentimenti, i propri pensieri, le cose che facciamo, imparando a stare vicino ai deboli e ai poveri. Per questo abbiamo bisogno di essere qui, nella casa di Dio. Da soli rimaniamo uguali, non riusciamo ad essere diversi e neppure felici. Qui si impara a voler bene. Qui si impara a vivere gli uni accanto agli altri senza disprezzo, senza lamentarsi, senza litigare, senza giudizio. Qui si ritrova l’unità che nella vita spesso non esiste, perché siamo ancora troppo divisi, ognuno per sé, talvolta contro gli altri. Qui, nella casa di Dio si impara ad essere felici.
Che il martire Ambrogio, che attrae tutti noi ogni anno, renda migliore la nostra vita, questa città e la diocesi intera. Come i nobili di Ferentino seguirono l’esempio di Ambrogio, seguiamolo anche noi imparando ad ascoltare il Signore più di noi stessi e ad amare gli altri almeno come amiamo noi stessi. Ce lo chiede il martire Ambrogio e noi con fiducia impariamo ad ascoltarlo e a seguirne l’esempio. Che il Signore per la sua intercessione protegga ciascuno di noi, le nostre famiglie, i malati, i deboli, gli stranieri, i vecchi, questa città, la diocesi e il mondo intero.
Amen.
Amen.
![]()
