
Is 61,1-3.6.8-9
Sal 88
Ap 1,5-8
Lc 4,16-21
Cari fratelli nel sacerdozio, sorelle e fratelli,
è sempre un grande dono ritrovarsi insieme nella Settimana Santa per percorrere con le nostre comunità quell’itinerario di dolore del Signore che lo portò fino alla croce. Qui a Veroli ci uniamo a Santa Maria Salome per seguire il Signore sulla via dolorosa con la stessa compassione e il medesimo amore. E sarà una grazia cantare ancora una volta la vittoria della vita sulla morte nel giorno della Pasqua.
Dovremmo rendere grazie al Signore per questo dono, perché ogni Pasqua è una grazia che si aggiunge alla nostra vita. Le Pasque, almeno in questa vita, non sono eterne. Alcuni nostri fratelli nel sacerdozio non hanno avuto la gioia di essere oggi qui con noi, come don Santino, che ci ha lasciato da poco. Talvolta si ha un’idea eterna di se stessi, come se la vita in questo mondo non finisse mai. Per questo non si sente l’urgenza della conversione di se stessi. In fondo si crede di aver sempre tempo. Si passa facilmente da una cosa a un’altra, da un impegno ad uno nuovo, ci si agita e ci si lamenta del troppo da fare, ma poco si sceglie di fermarsi accanto al Signore. Eppure il Signore desidera stare con noi. Lo abbiamo ascoltato all’inizio del racconto della Passione: "Ho tanto desiderato mangiare questa pasqua con voi". Gesù vuole stare con i suoi amici. E noi siamo suoi amici. Quanta tristezza in Gesù nell’orto degli ulivi, quando aveva chiesto ai discepoli di vegliare con lui, ma non ne furono capaci perché presi dal sonno. Eppure Gesù non li condanna. Ebbe per Pietro uno sguardo di amore, benché l’avesse rinnegato, continuò a chiamare Giuda "amico", nonostante l’avesse tradito, apparve ai discepoli risorto anche se lo avevano abbandonato, rimprovera con affetto Tommaso che arrivava sempre tardi. Oggi il Signore si volge a ciascuno di noi, ci guarda negli occhi e nel cuore, perché riconosciamo il nostro peccato e il nostro bisogno di conversione e, nel silenzio della nostra camera, senza esibizione, piangiamo la nostra lontananza da Dio e dal suo amore. Sì, troppe volte ci dimentichiamo di lui, nonostante ne siamo i ministri, e lo lasciamo solo a portare la croce insieme a tanta povera gente del nostro mondo.
Il Signore ci ha costituiti "un regno di sacerdoti per il suo Dio e Padre". Il presbiterio, riunito attorno al vescovo, potrebbe essere visto come l’anticipazione di questo regno nel quale tutti gli uomini avranno la possibilità di vivere in comunione con Dio. E ognuno di noi singolarmente, rinnovando oggi le promesse fatte al momento dell’ordinazione, è chiamato a riscoprire la grazia del dono ricevuto, attraverso il quale diviene dispensatore dei misteri di Dio e ministro della sua Parola. Infatti attraverso gli oli, che oggi benediciamo, permettiamo a tanti di ricevere i sacramenti, unti dalla forza proveniente da Dio, che guarisce e salva. Ma l’olio è anche un segno di pietà e di compassione per chi soffre e muore, come lo fu nelle mani di Santa Maria Salome, quando si recò al sepolcro per ungere il corpo di Gesù. Il mondo ha bisogno di sacerdoti santi, uomini di Dio, perché uomini di preghiera e di carità, che comunicano la compassione e l’amore del Signore, costruiscono unità dove c’è divisione, pace dove ci sono violenza e discordia, danno speranza ai rassegnati, consolazione agli afflitti, sostegno ai deboli, soccorrono i poveri e sollevano gli oppressi. Questo è il compito che il Signore di nuovo ci affida, lo stesso che egli proclamò per se stesso nella sinagoga di Nazareth: "Lo Spirito del Signore è su di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi, a proclamare l’anno di grazia del Signore". Nel nostro mondo c’è tanto disorientamento, e ognuno cerca il proprio interesse. Quel "salva te stesso" che dissero insistentemente a Gesù sotto la croce è diventato il modo comune di vivere, un nuovo conformismo. E’ un invito che risuona impercettibilmente ogni giorno. E’ la voce che ti vuole convincere che si salva chi pensa a sé. Si rincorre con affanno il proprio benessere senza essere mai soddisfatti, si cerca una felicità nel denaro e nelle piccole soddisfazioni che non arriva mai. Eppure non si riesce a liberarsi dall’ossessione di se stessi. Persino tra noi presbiteri e nelle nostre realtà ecclesiali talvolta si creano inutili divisioni e giudizi malevoli, perché si vuol bene tanto a se stessi e meno al Signore e agli altri. Ricordiamo sempre che l’unica grandezza sta nel servizio e nell’amore per gli altri, a partire dai poveri, e non nell’essere al centro dell’attenzione.
Come ho ricordato anche lo scorso anno, c’è una sola grande differenza tra le parole che Gesù cita dal profeta Isaia nella sinagoga di Nazaret e il testo originario di Isaia. Le sue parole si fermano all’anno di grazia del Signore e non continuano con la proclamazione della vendetta. La vendetta era ritenuta un’azione necessaria perché ci fosse vera giustizia. Infatti non si può solo affermare la grazia, la gratuità dell’amore, senza nello stesso tempo dichiarare la necessità che il malvagio abbia la giusta pena, la meritata conseguenza delle sue azioni. Per questo le parole di Gesù risultarono inaccettabili per gli abitanti di Nazareth, tanto che condussero Gesù sul ciglio del monte per ucciderlo. Qui ovviamente non si tratta di affermare che il male non venga riconosciuto e colui che lo compie perseguito, ma piuttosto di vivere secondo quell’eccesso di amore che caratterizza il cristiano. In un mondo mercato in cui tutto si vende e si compra, in cui il valore della vita viene dal possesso e dall’esibizione di sé, anche noi cristiani rischiamo di accettare la logica della vendetta, del dare per ricevere, di un giudizio senza misericordia, di un amore misurato e calcolatore, avaro e infine ingiusto, ansioso di avere e poco incline a dare, incapace di perdonare e di guardare gli altri con bontà e simpatia. Nel sacramento della confessione il sacerdote sempre esperimenta la gratuità di un amore che sa perdonare chi si affida alla misericordia di Dio e, riconoscendo il male commesso, decide di intraprendere la via della conversione.
Nella liturgia del crisma la Chiesa aiuta noi presbiteri e il popolo santo di Dio a ritrovare quell’unità che nasce dall’amore di un uomo, figlio di Dio, che non ha voluto salvare se stesso, ma il mondo. Il modo di questa salvezza ci viene svelato nella liturgia della Cena del Signore, inizio del triduo pasquale, là dove il Signore, "sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine", e mentre era a cena con i suoi si alzò da tavola e si mise a lavare i piedi dei discepoli. Quell’abbassarsi di Gesù fino ad assumere la forma del servo è il segno di un amore estremo, senza misure, forse eccessivo per un mondo calcolatore come il nostro. Solo un amore così crea unità e comunione tra gente diversa. Cari sacerdoti, care sorelle e fratelli, questo tempo difficile, questo mondo diviso tra tanti interessi individuali o di gruppo, chiede a noi cristiani segni di amore e di unità. Noi siamo il popolo di Dio, la sua famiglia, sacramento dell’unità del genere umano. Il sacerdote deve rappresentare ovunque l’unità per cui il Signore ha pregato. Il nostro ministero è un servizio di comunione per la famiglia umana. Non smettiamo mai di pregare e di lavorare per questo, imparando a rinunciare alle nostre piccole rivalse e ai facili protagonismi, per essere ovunque testimoni di quell’amore per cui Cristo ha dato la vita. Sono passati trent’anni dal 24 marzo del 1980, quando Monsignor Oscar Arnulfo Romero, arcivescovo di San Salvador, capitale di un piccolo e povero paese dell’America centrale, fu colpito a morte sull’altare, al momento dell’offertorio, mentre celebrava la Messa. E aveva detto queste parole, al termine dell’omelia: "Questa santa Messa, questa Eucaristia, è un atto di fede: con la fede cristiana sembra che la voce della diatriba si converta nel corpo del Signore che si offre per la redenzione del mondo e che in questo calice, il vino si trasforma nel sangue che fu il prezzo della salvezza. Che questo corpo immolato e questo sangue versato per gli uomini ci alimenti per dare il nostro corpo e il nostro sangue assieme a Gesù, non per noi bensì per la giustizia e la pace del nostro popolo". E don Primo Mazzolari diceva: "I preti sanno morire". Ringraziamo il Signore per la grazia del sacerdozio e da lui impariamo a morire a noi stessi per dare la nostra vita nell’amore gratuito che Gesù ci ha insegnato. Con Santa Maria Salome, nostra patrona, prepariamoci ad accompagnare il Signore verso la croce e a compiere quel gesto semplice di amore, prendendoci cura di lui come ella fece con le altre donne.
Amen.
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disponibilità completa video in alta risoluzione
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della riflessione di S.E. Mons. Ambrogio Spreafico
Vescovo della Diocesi di Frosinone – Veroli – Ferentino,
nella sezione Mass Media
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