
Lo straniero nella società globale
Sembra quasi paradossale ragionare sugli stranieri come se fossero un’altra categoria di uomini. Nel mondo globale in cui ci troviamo dovrebbe quasi non esistere più la categoria dello straniero, come di uno che appartiene a un altro mondo o, come qualcuno direbbe in modo anacronistico e razzista, a un’altra razza. Eppure questo paradosso è la realtà della nostra terra e del nostro paese, che ancora non ha accettato come fatto normale l’idea che l’Italia sia popolata di “altri”, uomini e donne che vengono da paesi diversi da quello in cui si trovano. Purtroppo la realtà degli immigrati si è collocata in questi ultimi anni all’interno dell’ampio dibattito sulla sicurezza. L’immigrato è stato considerato, assieme agli zingari, uno dei fattori più responsabili dell’insicurezza delle nostre città, mentre l’analisi delle statistiche sull’immigrazione fatta dalla CEI mostra che non è vero che il tasso di criminalità degli immigrati sia maggiore di quello degli italiani. Si sono così ingenerati motivi di paura, che non hanno fatto che aumentare i pregiudizi, già abbondantemente presenti nell’immaginario collettivo soprattutto rispetto ai nomadi. Un libro interessante di Tzvetan Todorov “La paura dei barbari” descrive in modo profondo questa attitudine diffusa nella società occidentale, che si nutre di pregiudizi e non accetta di vivere in un mondo di differenti. In realtà la barbarie non è propria di alcuni popoli, ma è solo l’esatto opposto della “civiltà”. “La paura dei barbari, dice Todorov, è ciò che rischia di renderci barbari. E il male che ci faremo sarà maggiore di quello che temevamo di subire” (p.16). Accettare la differenza non significa rinunciare alla propria identità, come talvolta si paventa. La differenza fa parte della storia e della società. Nessuno di noi è uguale all’altro. Direbbe il grande antropologo francese Jean Loup Amselle, molto prima che diventasse di moda anche in Italia parlare con il suo linguaggio, che siamo tutti meticci. Le culture si intrecciano e progrediscono perché si intrecciano. Gli esempi sarebbero innumerevoli, già a partire dall’antichità. E il mediterraneo è sempre stato un mare di scambio di culture, che ne ha fatto la ricchezza, da quelle dell’area di quello che oggi chiamiamo il Medio Oriente all’Egitto, dalla Grecia a Roma. Le culture chiuse o non crescono o muoiono. Questa è la storia, questo è il destino dell’umanità da sempre.
Lo straniero nella Bibbia
In questo senso la difesa, per alcuni eccessiva, da parte della Chiesa dei diritti degli immigrati non è solo la conseguenza della fede che professa, ma anche l’affermazione di una cultura che origina dalla fede cristiana ed insegna a vedere nell’altro innanzitutto un essere umano e poi la ricchezza di un uomo che ha gli stessi nostri diritti. Questa affermazione si basa innanzitutto sulla fede antica di Israele che vorrei brevemente ricordare, a partire da due testi, uno del Deuteronomio, l’altro del Levitico. Recita il capitolo decimo del Deuteronomio (versetto 18): “…perché il Signore vostro Dio è il Dio degli dei, il signore di signori, il Dio grande, forte e terribile, che non usa parzialità e non accetta regali, rende giustizia all’orfano e alla vedova, ama lo straniero e gli dà cibo e vestito. Amate dunque lo straniero, poiché anche voi siete stati stranieri nel paese d’Egitto.” Gli stranieri dovevano essere particolarmente bisognosi e sprovvisti del necessario, tanto che si dice che Dio dà loro cibo e vestito. Non si tratta solo di difendere il diritto dello straniero, quando esso viene calpestato, ma di assumere lo stesso atteggiamento di Dio nei suoi confronti, quello dell’amore. Se l’amore è raccomandato innanzitutto per il prossimo, come prescrive il capitolo 18 del libro del Levitico al versetto 19, e il prossimo sono i membri del popolo di Israele, qui l’autore sacro va oltre i confini e le misure del comando del Levitico. Lo straniero, il diverso, deve essere trattato come prossimo, come uno del proprio popolo. È innanzitutto l’amore di Dio che indica la misura di questo nuovo atteggiamento. Questa richiesta di amore diventa ancora più chiara ed esplicita nel capitolo 19 del Levitico: “Quando uno straniero dimorerà presso di voi nel vostro paese, non lo opprimerete. Lo straniero dimorante fra voi lo tratterete come colui che è nato fra voi; tu lo amerai come te stesso perché anche voi siete stati stranieri nel paese d’Egitto” (versetti 33-34). Il brano inizia con l’invito a “non opprimere” lo straniero. Ma poi prosegue indicando un principio di uguaglianza abbastanza singolare per il periodo dopo l’esilio babilonese, in cui si sottolinea spesso la diversità e la necessaria divisione dagli stranieri: “Lo straniero che dimora con voi sarà come uno nato da voi.” Si era partiti dall’idea di non considerare gli altri come nemici, qui si giunge alla radice della mentalità da cui nasce l’ostilità: considerare lo straniero diverso da sé. Il testo ebraico non dice solo, come vuole la traduzione: “Lo tratterete come colui che è nato tra voi”, ma: “Sarà come uno nato da voi.” L’uguaglianza si pone sul piano dell’origine, non solo del modo di agire nei confronti dello straniero. Lo straniero è come uno di voi di fronte a Dio. In questo senso è “prossimo”, perciò a lui si applica lo stesso comando dell’amore del prossimo: “Tu lo amerai come te stesso.” Se Levitico 18,19 comanda di amare il prossimo come se stessi, intendendo per “prossimo” quelli che appartengono a Israele, lo stesso comando subisce nel capitolo 19 del Levitico un allargamento inatteso e rivoluzionario di una mentalità: allo stesso modo devi amare lo straniero. Allora si comprende più in profondità la motivazione che si ripete ogni volta che il legislatore dà un comando relativo allo straniero: “Perché voi siete stati stranieri nel paese d’Egitto.” Dio si è preso cura del suo popolo perché era straniero e schiavo in Egitto. Così Israele, ricordando la sua condizione originaria di straniero, fa memoria nello stesso tempo dell’amore di Dio per lui. È questa memoria che lo spinge ad assumere la stessa preoccupazione e lo stesso amore di Dio a tal punto da considerare lo straniero come uno del proprio popolo. Così l’amore per lo straniero equivale all’amore per il prossimo.
Mondo globale, mondo tribale? Mondo globale, mondo tribale? E’ una domanda che mi pongo sempre più spesso. Credo che sia il rischio del mondo in cui viviamo, rischio accentuato dalla crisi economica, che induce a cercare un nemico a cui attribuire la causa del nostro malessere. La storia è popolata da simili scelte. La più tremenda e drammatica, unica, fu la shoà, l’olocausto di sei milioni di ebrei nei campi di sterminio nazisti, assieme a cinquecentomila zingari, disabili, e molti altri. Dice Jonathan Sacks in “La dignità della differenza”: “Come dice un antico insegnamento ebraico: Quando un essere umano crea molte monete con lo stesso conio, escono tutte uguali. Dio crea tutte le persone secondo la stessa immagine – la sua immagine – e ciascuna è differente. La sfida all’immaginario religioso è vedere l’immagine di Dio in chi non rispecchia la nostra immagine. E’ il contrario del tribalismo, ma è anche qualcosa di diverso dal’universalismo” (p. 72). Forse ci dovremmo abituare a vedere di più negli altri questa immagine, che è sempre diversa dalla nostra, e che non chiede di rinunciare a quello che siamo, ma di connetterci a chi ci appare diverso per scoprire in lui l’impronta di Dio e costruire insieme un mondo più umano. I fatti di Castel Volturno e di Rosarno non sollevano innanzitutto il problema degli immigrati irregolari o no, ma la terribile normalità con cui abbiamo tollerato non i clandestini, ma lo sfruttamento di uomini che ricevono 25 euro per un giorno di lavoro di 16-18 ore, di cui 5 euro vanno ai caporali mafiosi e agli autisti di pullman, e che vivono in condizioni disumane.
