Il vangelo della compassione – preparazione Avvento 2009 incontro Operatori Pastorali

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22 novembre 2009 – Casamari

Un giorno Gesù si trovò in un luogo deserto seguito da tanta gente attratta dalla sua parola. Ce lo racconta l’evangelista Marco al capitolo 6 (versetti 30-44). Quanto amore in quel gesto di Gesù che si ritira con i suoi discepoli perché si riposino con lui. E nei vangeli il luogo solitario è per Gesù sempre un luogo di preghiera. E’ nella preghiera che si trova riposo e ristoro. Quando il discepolo sta con Gesù trova quella pace e quel ristoro cui il Signore stesso aveva invitato: "Venite a me voi tutti che siete stanchi e oppressi e io vi darò ristoro…" (Mt 11,28). Questa sera anche noi siamo un po’ come quei discepoli. Pur con i nostri problemi (e chi non ne ha?), le nostre fatiche e delusioni, ci siamo ritirati per ascoltare la parola di Gesù, per stare con lui, per trovare ristoro per la nostra vita.


 

La preghiera è il primo modo per stare con Gesù e trovare quella pace che spesso con grande fatica riusciamo a trovare nella vita di ogni giorno, segnata dalla fretta, dalle cose che si accavallano, dove troviamo tempo per tutto ma troppo poco per la preghiera e la meditazione della Parola di Dio.

   Se stiamo con Gesù ci si apre davanti agli occhi  un mondo di bisognosi in cerca di pane. In quella folla numerosa che lo seguiva mi piace vedere il mondo dei poveri di questo mondo, quello di cui spesso si parla, come al G8 o al recente summit della FAO, ma di cui tanto poco ci si interessa. Alcune cifre bastano per darci un’idea dei poveri nel mondo:

Anche se un numero significativo di persone vive in povertà nei Paesi industrializzati, la maggioranza di persone che versano in condizioni di povertà estrema risiedono nei Paesi in via di sviluppo. Dei 4,6 miliardi di abitanti nei Paesi in via di sviluppo:

1,2 miliardi vive con meno di un dollaro al giorno;
pressappoco 800 milioni non dispongono di cibo sufficiente per condurre delle esistenze normali, sane e attive;
più di 850 milioni sono analfabeti.;  
più di un miliardo di persone non ha accesso alle risorse di acqua pulita;  
circa 2,4 miliardi non dispone dei servizi sanitari di base;  
quasi 325 milioni di bambini e bambine non frequenta la scuola;
11 milioni di bambini al di sotto dei cinque anni di età muoiono ogni anno per cause che potrebbero essere evitate;
circa 36 milioni di persone sono affette dall’HIV/AIDS.

Si potrebbe continuare. Sono cifre impressionanti, che ci fanno vergognare dei momenti in cui ci sentiamo vittime di un mondo ingiusto o ci lamentiamo dei piccoli disagi quotidiani, prendendocela ora con l’uno ora con l’altro. Ma questo povero forse lo conosciamo anche nelle nostre città o paesi: forse un anziano solo, un bambino in difficoltà, uno straniero, uno zingaro. E badate bene: Gesù ama i poveri non perché sono buoni, ma perché hanno bisogno, come dette da mangiare a quella folla senza curarsi di coloro che la componevano. Quanto grande era quella folla! I discepoli si impauriscono. Se la trovano davanti all’improvviso. Sono preoccupati.
Che fare? Un senso di impotenza comprensibile si era impadronito di loro. Fanno una proposta a Gesù, che suona ragionevole e comprensibile, realista: "Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congedali, in modo che, andando per le campagne e i villaggi dei dintorni, possano comprarsi da mangiare" (v. 35). Che potevano fare di più? Quante proposte realiste e ragionevoli nel nostro mondo davanti ai poveri. Alcuni ad esempio dicono: non date l’elemosina, perché non aiuta il povero a risollevarsi e perpetua la povertà, senza risolverla alla radice. E’ vero, bisogna preoccuparsi di risolvere il problema alla radice. Ma un poveraccio non ha bisogno anche dell’elemosina, come c’era bisogno del pane per quella folla? Il realismo elude e allontana il bisogno, chiude le domande, non è la risposta del cristiano.

   I discepoli si saranno chiesti di fronte alla domanda di Gesù: "Quanti pani avete?" e alla risposta: "cinque pani…": che fare con così poco? Che posso fare io di fronte a un così grande bisogno? C’è tanta rassegnazione e pessimismo nella vita di ogni giorno. C’è un’idea radicata nei cuori della gente: non si può mai fare niente di più e di meglio di quanto si è sempre fatto. Tanti si dicono quando vedono immagini di povertà o quando ascoltano inviti ad aiutare: non ho risorse, non ho energie, non ho tempo, non ho parole, non sono ricco, ho poco, troppo poco, quanto basta per me. Il Signore non chiede a quei discepoli né a noi di avere tanto. Quella folla affamata e stanca chiede solo una cosa: avere compassione come l’ebbe Gesù, cioè patire con loro, sentirsi parte quel bisogno, lasciarsi interrogare. C’è un senso dell’impossibile che attanaglia la vita e che è esattamente l’opposto di quanto la fede rende possibile nella vita del credente, perché nulla è impossibile a chi ha fede. La parola di Dio ci aiuta a ritrovare in noi ciò che Dio ha posto nella vita di ciascuno, fosse poco. Tutti abbiamo qualcosa da dare, anche se poco, fosse solo un talento. Basta non sotterrarlo. Invece spesso ci si lamenta, si pretende per se stessi, si rende difficile la vita degli altri con pretese e rivendicazioni, si criticano e si giudicano gli altri senza misericordia e comprensione e così si rimane se stessi e non si cambia nulla.

   Ma Gesù non si ferma davanti a quella rassegnazione e a quel realismo, che sembra sapiente e giustificato. Poi Gesù fa sedere quella folla numerosa a gruppi. Quanta cura, quanto amore! Gesù rende quella folla anonima e diversa un popolo. Quei piccoli gruppi sono il segno di una comunità dove non c’è divisione, sono la famiglia di Dio, la Chiesa. Non c’è fretta né agitazione nell’opera di Gesù. Egli non è sbrigativo, non tratta con freddezza. La compassione e la pietà sono attenzione, cura. Vi ricordate la parabola del buon samaritano? Quanta cura ebbe il samaritano per quel poveraccio trovato semi morto per la strada, anche se non c’entrava niente con lui. Anche lui, dice il vangelo, si fermò perché ebbe compassione. La compassione rende possibile il miracolo, rende possibile l’impossibile. Mi ha sempre colpito il modo in cui avviene il miracolo della moltiplicazione dei pani. Gesù non si comporta come un mago. Quante volte le persone si rivolgono a Dio come se fosse un mago. Gesù prega (compassione e preghiera sono connessi), benedice e spezza i pani e poi li dà ai discepoli da distribuire. Avrebbe potuto moltiplicarli egli stesso. Non lo fa. E’ nel distribuirli che i pani si moltiplicano e bastano per tutti. E sono i discepoli a farlo. Cari amici, non abbiamo paura di condividere quello che abbiamo, perché solo così esso si moltiplica. Bastano pochi pani e pochi pesci per sfamare una folla numerosa. Dice Gesù: Chiunque avrà dato anche solo un bicchier d’acqua a uno solo di questi piccoli, perché è mio discepolo, in verità vi dico, non perderà la sua ricompensa" (Mt 10,42). Nel dono c’è una sovrabbondanza che va oltre ogni attesa. Un detto di Gesù riportato dagli Atti degli Apostoli dice: "C’è più gioia nel dare che nel ricevere" (20,35). Conosciamo tutti la tristezza del giovane ricco, che ebbe paura di perdere quello che aveva e se ne andò triste, e la gioia di Zaccheo, che seppe dare almeno una parte di quello che possedeva. Ognuno può stabilire la misura, come Zaccheo, ma la misura, ricordiamolo, va sempre messa a confronto con quanto abbiamo ricevuto. La vita è un dono. Noi lo sappiamo – e io l’ho ripetuto spesso negli ultimi tempi – ma lo dimentichiamo facilmente. Allora la vita diventa  pretesa, diritto, prepotenza, sete di possesso. Se non si è disposti a dare, si finisce per possedere. Non c’è alternativa. Questo avviene anche nei rapporti interpersonali, nell’amore tra giovani, fidanzati, nelle stesse famiglie. Chi non sa dare, sa solo pretendere e diventa geloso e possessivo. Anche per questo sovente i rapporti si interrompono.

  Care sorelle e cari fratelli, il Signore chiede ad ognuno di noi che in modi diversi si impegna al servizio degli altri in questa nostra diocesi, di vivere e comunicare il Vangelo della compassione e dell’amore in un mondo senza pietà. Pensiamo alla nostra vita e a quante occasioni avremmo per compiere il miracolo della moltiplicazione dell’amore di Dio. Se lo facessimo, cambieremmo noi stessi e il mondo, perché niente è impossibile a chi ha fede. Mi ha sempre colpito il fatto che nei vangeli molti malati, dopo essere stati guariti, vanno a comunicare con gioia il miracolo avvenuto, come ad esempio un lebbroso: "Ma quello si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori in luoghi deserti, e venivano a lui da ogni parte" (Mc 1,44-45). Il lebbroso guarito era un uomo grato, perché cosciente di avere ricevuto quello che cercava. Per questo non può tenere per sé ciò che è avvenuto. Noi spesso rimaniamo come siamo, perché convinti della nostra bontà e giustizia, poco coscienti che tutti siamo bisognosi e malati nel cuore, nei pensieri, nelle opere e che Dio ci continua a dare amore e compassione, nonostante il nostro peccato. La coscienza del dono ricevuto, dell’amore di Dio per noi, spingono all’estroversione, superando quel senso di giustizia e di bontà che spesso ci fa credere migliori e giusti e ci fa perdere il senso del debito che ognuno di noi ha di fronte a Dio. Inizia tra una settimana il tempo di avvento. Sia un tempo di preghiera, di riflessione a partire dalla Parola di Dio, come ho suggerito al Convegno diocesano, e perciò di conversione del cuore. Nella Parola di Dio ognuno posa ritrovare il cuore di Dio e la compassione di Gesù.  All’inizio della Messa noi ogni volta confessiamo il nostro peccato perché il sacrificio eucaristico ci trasformi profondamente. La confessione nel tempo di avvento ci aiuterà a ritrovare la vera dimensione di noi stessi per poter vivere la compassione e il perdono che il Signore concede a tutti coloro che con umiltà si rivolgono a lui riconoscendo il loro bisogno.  


+ Ambrogio Spreafico
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