Santa Messa in Cena Domini

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Omelia del nostro Vescovo, S. E. Rev. ma mons. Ambrogio Spreafico 

 

Cari fratelli e sorelle, nel cuore di questa settimana continuiamo la celebrazione del triduo santo, di cui la liturgia di questa sera è insieme l’anticipazione e in qualche modo la spiegazione. "Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi prima della mia passione", dice Gesù secondo il Vangelo di Luca al capitolo 22. Il Signore Gesù desidera stare con i suoi discepoli, desidera celebrare la Pasqua, memoria della liberazione dall’Egitto e di ogni liberazione, come ci ricorda il libro dell’esodo. Un uomo triste, provato, minacciato, che sente la morte vicina, desidera stare con i suoi discepoli, con ognuno di noi. Emerge in questi giorni tutta l’umanità di Gesù, e in essa la forza dell’amore di Dio. Gesù vuole stare con noi, perché noi comprendiamo il mistero del suo amore senza limiti, in un mondo egoista, teso a tracciare confini tra un uomo e un altro, un popolo e un altro, un etnia e un’altra, un mondo dove lo spazio di un amore sconfinato si riduce di giorno in giorno, dove prevalgono la divisione e il litigio.


 

     Il vangelo della lavanda dei piedi e il gesto che abbiamo compiuto sarebbero già fin troppo eloquenti da sé. La prima cosa che colpisce è questa: Gesù, nell’ora del dolore e della minaccia di morte, non pensa a se stesso, ma a noi: "Prima della festa di Pasqua, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine". "Salva te stesso", gli dicono coloro che passano sotto la croce. Ma Gesù non vuole salvare se stesso, ma il mondo. Dio non si è rassegnato a un mondo senza pietà. Gesù non rinuncia al suo amore neppure nel momento più terribile. Qui comincia la stranezza del racconto evangelico: Il Signore manifesta il suo amore in un gesto semplice, si potrebbe dire banale, lavando i piedi dei discepoli. Si comprende l’imbarazzo e la risposta orgogliosa di Pietro. L’azione di lavare i piedi impolverati di chi giungeva ospite nella casa di qualcuno era infatti compito dei servi. Lavare i piedi significava umiliarsi, abbassarsi. Come poteva il maestro abbassarsi fino a lavare i piedi sporchi di quei discepoli? Pietro pretende di capire più di Gesù. Anche noi pretendiamo di avere l’ultima parola persino di fronte a Dio; parliamo, pensiamo, e non ascoltiamo, non crediamo. Siamo convinti di capire meglio del vangelo e continuiamo a vivere seguendo noi stessi. È facile credersi e farsi maestri. L’orgoglio, insieme alla rassegnazione, mettono in continuazione a tacere il Vangelo. Ma di fronte al Vangelo e al Signore il discepolo è chiamato innanzitutto a credere prima ancora che a capire.

   Nel gesto della lavanda si realizza pienamente il mistero della kenosi del Verbo di Dio, dell’abbassamento di Dio fino a diventare servo, e poi fino alla morte di croce. Paolo spiega bene questo mistero nella lettera ai Filippesi: "Egli, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo diventando simile agli uomini. Dall’aspetto riconosciuto come uomo, umiliò se stesso, facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce." (2,6-8) Umiliarsi per servire e avvicinarsi agli altri. Il Signore ci ha dato l’esempio, cari fratelli, perché noi ci laviamo i piedi gli uni gli altri, come faranno in maniera simbolica alcuni di noi, obbedendo anche materialmente al gesto di Gesù. Ecco ciò che contraddistingue il nostro Dio, ecco ciò che deve contraddistinguere la vita dei discepoli: abbassarsi, umiliarsi per servire a amare. Non si tratta di essere servili, ma servi. È facile essere servili, soprattutto di fronte a qualcuno che crediamo superiore a noi. Ma ben altra cosa è servire. Si tratta di vivere un amore senza misure, che sa andare incontro agli altri, perdonare, aiutare, avere pietà e compassione. Noi viviamo in un mondo rassegnato e vittimista, che mette troppe misure all’amore, in cui sembra impossibile amarsi, amare soprattutto i diversi, quelli di un altro popolo, o semplicemente anche di un’altra idea o di un altro carattere. Da qui nascono e si moltiplicano gli odi, le inimicizie, le divisioni, persino le guerre. Quante sono le guerre e le divisioni! I cristiani, cari fratelli, non possono accettare la logica dei maestri e dei padroni, che si impongono con la forza sugli altri, e tanto meno la logica della spada. Gesù ce ne ha dato un chiaro esempio durante la sua passione. Purtroppo l’incapacità ad amare, a umiliarsi, ad abbassarsi, contraddistingue spesso anche la nostra vita. Ma noi non abbiamo altra legge. Su questo cade o vive il cristianesimo, cade o vive anche il nostro vivere insieme come fratelli e sorelle radunati dall’amore di Dio nella Chiesa e segno di unità nel mondo. Gesù non si oppone al desiderio di Giacomo e Giovanni di essere grandi, ma indica loro il modo per esserlo: "Fra voi però non è così: ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi, sarà schiavo di tutti" E al termine della lavanda aggiunge: "E sapendo queste cose, sarete beati, se le metterete in pratica". La gioia del discepolo è conseguenza dell’amore e del servizio agli altri. La tristezza che talvolta ci accompagna è il frutto dell’incapacità ad amare come Gesù ci ha insegnato, è la conseguenza di un cuore rassegnato ed egoista, che vuole tutto per sé e non è disposto a cedere su niente. Certo, la legge dell’amore sembra un cedimento, una debolezza di fronte alla prepotenza o alla forza dell’io, della ricchezza o delle armi. In realtà questa legge è la nostra forza, la forza che vince il mondo. Anzi, l’ora del passaggio da questo mondo al Padre è, secondo l’evangelista Giovanni, l’ora della gloria di Gesù. L’ora della gloria è quella del servizio e dell’amore senza limiti, non dell’affermazione di sé.

  Oggi ci appare con maggiore chiarezza la realtà della famiglia di Dio e della sua unità nel servizio e nell’amore. La cena del Signore, che oggi celebriamo facendo memoria particolare di quell’ultima cena, è il luogo dell’unità ed è sacramento dell’unità, che siamo chiamati a custodire e a vivere. Ma tutto nasce dall’unità con il Signore e dalla fede. Qualcuno ci potrebbe dire che siamo davanti a  un sogno impossibile. Oggi noi confessiamo con forza di credere che questo sogno è possibile, perché ne vediamo già un po’ la realizzazione nella nostra vita, nel nostro essere qui insieme, pur essendo diversi, nella scelta di amarci e servirci l’un l’altro. Cari fratelli, il mondo ha bisogno di questo sogno. Noi ne siamo i custodi preziosi. Gesù ce lo affida come un testamento, come lo affidò ai discepoli. In questo giorno, catechesi vivente del nostro essere Chiesa per il mondo, rinnoviamo allora la nostra fede in Dio, perché ci custodisca nell’unità e ci renda testimoni del suo sogno di amore ovunque la vita ci porterà ad essere.
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