Domenica delle palme – omelia di mons. Vescovo

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Omelia del nostro Vescovo, S. E. Rev. ma mons. Ambrogio Spreafico 

Care sorelle a cari fratelli,

   La liturgia di oggi ci introduce nella settimana santa, settimana di passione, morte e resurrezione del Signore Gesù. Siamo nel cuore della vita e della fede cristiana, anche se il mondo non si accorge di questo. Eppure senza gli avvenimenti di questa settimana vana sarebbe la nostra fede e vuota la nostra vita.


 

Abbiamo fatto un piccolo percorso portando nelle mani i rami di ulivo, come fecero le folle di Gerusalemme accompagnando il Signore che entrava nella città santa. Questo gesto non può essere solo l’entusiasmo di un giorno né frutto di un’abitudine antica. Siamo consapevoli di iniziare un tempo importante, che ci vedrà insieme, spero, anche il giovedì e il venerdì santo e poi nella notte di Pasqua. Siamo diversi, per età, abitudini, carattere, opinioni, ma siamo un unico popolo, un’unica famiglia, la famiglia di Dio, che in questi giorni si stringe in unità attorno a Gesù nell’ora della passione. Oggi noi percorriamo la vicenda dolorosa di un uomo che non ha voluto salvare se stesso e non ha rinunciato ad amare fino alla fine. Per questo è stato appeso alla croce. Il suo amore suonava e suona anche oggi di scandalo in un mondo di donne e uomini che amano poco e sono preoccupati di mettere al sicuro se stessi. La voce del nostro mondo non è diversa da quella di chi si rivolgeva a lui crocifisso dicendo: "Salva te stesso". È un ritornello prepotente, che vuole convincerci che il problema dell’uomo e della donna è pensare a sé e non agli altri. Sembra una legge di vita e di sopravvivenza, soprattutto nei tempi difficili come il nostro, in cui ognuno si sente vittima e incolpa gli altri delle sue difficoltà. Ma Gesù ci aveva ammoniti: "Chi vuol salvare la propria vita, la perderà; chi perde la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà." Questo è il segreto della vita cristiana, fratelli e sorelle, e in questi giorni noi lo possiamo scoprire seguendo Gesù e ascoltando la sua parola.

   Colpisce il fatto che il racconto della passione inizia e termina ricordando delle donne che si preoccupano di Gesù. All’inizio troviamo l’episodio di Betania, dove, mentre Gesù si trova a casa di Simone, una donna versa un intero vaso di profumo prezioso sul capo di Gesù. Subito i commensali mostrano la loro rabbia per lo spreco di un unguento così prezioso: "Perché questo spreco di profumo? Si poteva venderlo per più di trecento denari e darli ai poveri". Quello della donna era un gesto gratuito, di accoglienza a Gesù, di attenzione per il suo corpo. Ma la gratuità dell’amore allora come oggi infastidisce gente abituata a calcolare tutto, persino l’amore. L’amore gratuito sembra uno spreco per chi vive preoccupato di sé, in modo avaro e calcolatore. Al termine del racconto della passione troviamo ancora alcune donne, che sole sono rimaste con Gesù fin sotto la croce. Erano Maria di Magdala, Maria madre di Giacomo il minore e di Ioses, e Salome, "le quali – dice il vangelo – quando era in Galilea lo seguivano e lo servivano, e molte altre che erano salite con lui a Gerusalemme." Sono le uniche che non abbandonano Gesù nel suo cammino verso la croce. Sono le tre Marie, come vengono rappresentate nella Basilica di Santa Maria Salome, patrona della nostra diocesi, una di loro. Non è facile stare a lungo con uno che soffre. Lo sappiamo. Si fugge davanti alla sofferenza. Non si sa cosa dire. Il nostro mondo non sopporta la sofferenza e preferisce allontanarla. Quante volte abbiamo sentito dire: "Piuttosto che soffrire, meglio che muoia". Per questo molti paesi cosiddetti civili e democratici hanno legalizzato l’eutanasia, perché non si sa stare vicini a chi soffre, non si vuole sprecare tempo accanto al dolore degli altri, cosicché anche il proprio diventa insopportabile. Quelle donne ci aiutano a rivestirci di un sentimento che sta scomparendo dal nostro mondo: la pietà, la compassione. L’amore di quelle donne non è gridato, scomposto; è delicato, fatto solo di presenza e di piccoli gesti, quasi insignificanti, come quel profumo versato sul capo di Gesù o quello stare sotto la croce senza poter dire niente. Eppure quanta distanza tra questi gesti e la fuga paurosa dei discepoli, il tradimento di Giuda, il rinnegamento di Pietro, l’urlo della folla che lo vuole crocifiggere, la presa in giro dei soldati romani, l’indifferenza dei passanti!

   Oggi, sorelle e fratelli, il grido di Gesù sulla croce squarcia il silenzio dell’indifferenza e la volgarità della violenza su un uomo sofferente. Quel grido ci sveglia, come il canto del gallo che ricordò a Pietro le parole di affetto del Signore e lo fece piangere. È il grido di un uomo morente, crocifisso e abbandonato da tutti, tranne che da alcune donne. Il suo grido è anche una preghiera rivolta a noi e al mondo: non mi abbandonare, non usare violenza e prepotenza, non vivere per te stesso, non allontanarti dal dolore, impara la pietà e la compassione, vivi nell’amore. Il suo grido è anche una domanda rivolta a noi: scegli di vivere con me e come me, non lasciarti dominare dalla paura di un amore gratuito, vivi con umiltà e mitezza, accompagnami nel dolore e potrai godere la gioia della resurrezione. Oggi ascoltiamo questo grido, per non continuare ad ascoltare noi stessi. Compiamo in questi giorni gesti semplici e gratuiti di amore verso gli altri imparando da lui, mite e umile di cuore. Sarà il nostro modo per farci vicini a un uomo che soffre e va verso il patibolo, lui che era il Figlio di Dio. Il suo grido dalla croce ci ricorda che nel mondo sono tanti quelli che soffrono più di noi. Sono uomini e donne in guerra, sono bambini vittime della fame e delle malattie, sono donne maltrattate e umiliate nella loro dignità, sono vecchi lasciati soli a vivere e a morire, sono stranieri e zingari per cui c’è poca pietà, sono condannati a morte senza speranza di vita. Ce lo ha ricordato il Santo Padre nel suo viaggio in Africa. Oggi noi vogliamo fare nostro il grido di Gesù dalla croce per non vivere più nell’indifferenza e nel vittimismo. Certo, anche vicino a noi ci sono persone che soffrono, gente che vive tempi difficili, famiglie in difficoltà, persone che hanno perso il lavoro. Impariamo a stare loro vicini, aiutiamole come possiamo, non facciamo finta di niente. Talvolta anche solo un ricordo, una parola, un piccolo gesto di solidarietà possono aiutare, dare speranza,  cambiare la vita degli altri. 
   Chiediamo al Signore all’inizio di questa settimana santa di donarci la grazia di vivere con lui, di accompagnarlo con la preghiera e la meditazione della parola di Dio, nella scelta di piccoli gesti di amore. Possiamo anche noi come la donna di Betania, versare un unguento profumato sulle ferite di chi ha bisogno, perché questo profumo insegni pietà, compassione, benevolenza, amore. Questa settimana sembra dimenticata dalla società. Non sia così per noi. Ritroviamoci insieme il giovedì santo, il venerdì e il giorno di Pasqua, perché possiamo imparare l’amore da colui che soffrì per noi non rinunciando ad amarci fino alla fine.
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