
In concomitanza con il 65° anniversario dell’uccisione del sacerdote di Ferentino, quest’anno la sua città natale ha ospitato, per la prima volta, la premiazione del Premio Cultura organizzato dal Comitato “Don Giuseppe Morosini” e assegnato al Vescovo, S.E. Mons. Ambrogio Spreafico. La manifestazione culturale è stata suddivisa in più momenti della mattinata, a partire dalle 8,30 con il raduno dei partecipanti, che hanno reso onore ai gonfaloni in piazza Duomo prima di recarsi nella chiesa dei SS. Giovanni e Paolo per la S. Messa presieduta dal Vescovo.
Al termine della cerimonia religiosa , è seguita la deposizione delle corone presso la chiesa di S. Ippolito e il trasferimento nel Palazzo Martino Filetico che ha ospitato un incontro sulla figura di don Giuseppe Morosini con l’intervento del prof. Francesco Malgeri dell’Università “La Sapienza” di Roma, preceduto da un momento musicale curato dall’orchestra “Amadeus” della scuola media locale. È seguita, infine, la consegna del Premio attribuito ogni anno a “quelle personalità che si siano distinte della storia d’Italia per il loro impegno a favore della giustizia, libertà e pace ed abbiano lavorato alla promozione dell’uomo e dei valori della solidarietà e del progresso”. Quest’anno, il dott. Piero Cesari, prefetto di Frosinone, ha consegnato il riconoscimento al vescovo Spreafico, al Procuratore della Repubblica di Frosinone, dott. ssa Margherita Gerunda e al dott. Goffredo Sottile, già commissariato prefettizio di Ferentino e attualmente questore.
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Di seguito, il testo dell’omelia del nostro Vescovo, S. E. Rev. ma mons. Ambrogio Spreafico
Ger 20,1-13; Gv 10,31-42
Il secolo breve, come viene chiamato, fu un secolo di guerre mondiali con milioni di morti. È stato anche un secolo di tanti martiri, come si è ricordato più volte in occasione del giubileo dell’anno 2000. Giovanni Paolo II volle ricordare i martiri e i testimoni della fede in una commovente preghiera ecumenica al Colosseo. L’ideologia nazista aveva provocato in Europa lo sterminio di ben sei milioni di ebrei nei lager, assieme a cinquecentomila zingari, molti disabili, intellettuali e oppositori politici. Che cosa fare nei tempi difficili? Molti si rassegnarono e si allinearono, divenendo a volte collaboratori dei regimi totalitari e contribuendo spesso all’arresto e alla morte di tanta gente innocente, come fu anche per i delatori di don Morosini. Mentre ripensiamo a quei tempi e alla vita di don Morosini, sembra di riascoltare le parole del profeta Geremia che oggi la liturgia ci ha proposto: "Sentivo la calunnia di molti: «Terrore all’intorno! Denunciatelo! Sì, lo denunceremo». Tutti i miei amici aspettavano la mia caduta: « Forse si lascerà trarre in inganno, così noi prevarremo su di lui, ci prenderemo la nostra vendetta". Anche per don Giuseppe la denuncia e la delazione condussero inesorabilmente alla morte. Ma, ci chiediamo: era necessario non cedere al comune sentire? La scelta di don Morosini, fatta in nome della sua fede e quasi di una semplicità evangelica, fu di resistere e di ribellarsi. Lo fece con l’ingenuità di un bambino, vivendo quell’amicizia che lo caratterizzava, come ebbe a scrivere di lui il fratello Salvatore: "Anche a 30 anni egli conservava i segni inconfondibili dell’età più bella: un sorriso luminoso, una perenne e quasi incredibile serenità, una ingenuità fresca, una sincerità di espressione che non di rado sgomentava chi lo ascoltava, una bontà così profonda che gli faceva considerare amico anche l’uomo incontrato per la prima volta, una illimitata e incondizionata fiducia nel suo prossimo, anche quando questi meno l’avrebbe meritata, ed una incapacità naturale, vorrei dire congenita, di coltivare o serbare rancore."
La vita del cristiano, cari amici, è lotta, certo una lotta non violenta, senza armi, ma pure sempre lotta e resistenza. La prima lettera di Pietro dice. "Siate sobri, vegliate. Il vostro nemico, il diavolo, come leone ruggente si aggira cercando chi divorare. Resistetegli saldi nella fede, sapendo che le medesime sofferenze sono imposte ai vostri fratelli sparsi nel mondo" (1 Pt 5,8-9). La fede è resistenza al male, che è sempre tanto forte e di cui spesso non ci si accorge. Siamo in una società che cede con facilità al male, anzi che spesso non lo riconosce o addirittura lo giustifica. Così il male perde il suo senso oggettivo. Si creano tante divisioni e contrapposizioni. Il male si combatte con la gratuità dell’amore, non vivendo per se stessi, spendendosi per gli altri, aiutando. Dopo il primo bombardamento di Roma del luglio del ’43 don Morosini accolse e si prese cura di 150 ragazzi delle zone colpite che erano stati accolti nella scuola di Prati della Congregazione di San Vincenzo, di cui era membro. A Monte Mario mise al sicuro e aiutò intere famiglie di ebrei salvandole dalla cattura. È la sapiente ingenuità dell’amore.
Anche noi viviamo tempi difficili. La crisi economica comincia a pesare su numerose famiglie. È facile chiudersi in se stessi e pensare solo a se. Siamo alla vigilia della settimana santa. Il Signore che va verso la croce ci insegna il segreto della vita cristiana, quello che anche don Morosini ha cercato di vivere: non vivere per se stessi, per salvare se stessi, ma vivere amando in maniera gratuita e generosa. Si resiste volendo bene, si cambia amando, si risponde al male con l’amore. Questa è la forza del cristiano, forza ingenua forse per un mondo come il nostro, forza che è mitezza e umiltà, non violenta e prepotente. Questo è il suo modo di vivere ed anche la lotta che dobbiamo intraprendere per non rassegnarci e abituarci al male. "Rivestitevi dell’armatura di Dio per poter resistere alle insidie del diavolo", dice Paolo nella lettera agli Efesini. E poi enumera gli strumenti di questa armatura, ben diversi da quelli che si usano ogni giorno nella lotta contro gli altri: verità, giustizia, pace, fede, salvezza, Parola di Dio, preghiera. Viviamo così e renderemo migliore il mondo anche nei tempi difficili. Piccoli o grandi che siamo, accettiamo l’ingenuità e la mitezza del Vangelo, che ci chiede di voler bene e di spenderci per gli altri e troveremo la felicità che cerchiamo.
