Conferimento Accolitato Seminario Anagni

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Omelia del nostro Vescovo, S. E. Rev. ma mons. Ambrogio Spreafico
 

Dt 8,2-3.14-16

Cari fratelli, è sempre una grazia essere convocati dal Signore intorno all’altare per celebrare la Santa Eucaristia. Noi, uomini e donne abituali frequentatori dell’altare, spesso ne dimentichiamo il senso e il valore. L’abitudine uccide lo Spirito e inaridisce il cuore. Una delle tentazioni più comuni di chi come noi ogni giorno partecipa o celebra l’Eucaristia è proprio quella di ridurla a un rito ripetitivo, che non rinnova nel profondo la nostra vita.


 

Per questo la liturgia di oggi in particolare, nella quale sarà conferito l’accolitato ad alcuni nostri fratelli, ci aiuta a riscoprire il valore del servizio all’altare, per il quale gli accoliti sono costituiti.

   Innanzitutto dobbiamo ricordare che l’altare è Cristo. Tutto converge verso di lui. Noi tutti, anche chi celebra o chi serve, non siamo i protagonisti, ma i servi e i ministri della sua presenza in mezzo a noi. Attorno all’altare non siamo chiamati a esibire noi stessi, ma a mostrare attraverso la bellezza della celebrazione e la forza di trasfigurazione della parola di Dio la presenza di Cristo e del suo amore. Proprio il libro del Deuteronomio attira la nostra attenzione sul dono ricevuto, la Parola che viene da lui, che ci fa capire che l’uomo non vive solo di pane, ma di quanto esce dalla bocca del Signore. Il Deuteronomio ripete continuamente due inviti: ascolta e ricorda. E poi, strettamente connesso ad essi: non dimenticare. L’ascolto conduce alla fede. Noi siamo convinti di ascoltare il Signore. Eppure viviamo spesso ascoltando noi stessi, i nostri umori, sentimenti, istinti, pensieri. Lo si vede dalla pervicacia con la quale difendiamo le nostre ragioni, dalla prepotenza con cui ci imponiamo sugli altri, dai facili giudizi e maldicenze nei rapporti interpersonali. Il problema del discepolo di Gesù, e del prete ancora di più, è l’ascolto, cari amici. Solo se si ascolta il Signore, si vive e si cresce, altrimenti ci si inaridisce e si muore. Il tanto pensare a sé non fa vivere, ma fa morire. E poi il Deuteronomio aggiunge:  "Ricordati di tutto il cammino che il Signore tuo Dio ti ha fatto percorrere…". Ricordati cioè di chi eri e da dove vieni, dell’amore di Dio per la tua vita, della sua premura, pazienza e benevolenza nei tuoi confronti. "E il tuo cuore non si inorgoglisca", pensando "la mia forza e la potenza della mia mano mi hanno acquistato questa ricchezza". Quanto orgoglio o falsa umiltà nella vita di ogni giorno. Lo si vede nello scarso senso di gratitudine che si respira nel mondo, nella prepotenza di chi pretende per sé e non è disposto alla fatica dell’amore per gli altri, nella continua presunzione di essere nel giusto che impedisce agli altri di esserci di aiuto.

   Ma  l’altare, il Cristo presente, rompe i nostri comodi equilibri. Era tardi quel giorno sulle rive del lago di Galilea. Tutti erano stanchi, tanto che i discepoli dicono a Gesù di congedare la folla "perché vada nei villaggi e nella campagne dei dintorni, per alloggiare e trovare cibo". Sì, l’altare di Cristo raduna un popolo. Lo vediamo anche noi. La gente viene attorno all’altare, viene quando c’è il Signore che parla e si offre cibo per noi. Noi siamo troppo pessimisti ( e il pessimismo fa comodo ed è proporzionale alla pigrizia con cui viviamo: poca fatica e pochi risultati!). Lo constato personalmente ogni volta che visito qualche realtà della diocesi: la gente ha bisogno di incontrare il Signore, di ascoltare parole buone, evangeliche. È affamata di umanità e di amore in un mondo pieno di paure e incertezze. Cerca risposte nello spaesamento della vita. Purtroppo bisogna dire che qualche volta anche noi siamo proprio come quei discepoli. Abbiamo fretta di mandarli via. Ci sentiamo stanchi anche noi e non sempre ce la sentiamo di assumerci il compito di sfamare tanta gente. Ci concentriamo su pochi, magari su quelli che ci danno ragione, che ci fanno i complimenti, che sono d’accordo con noi, e non ci occupiamo dei tanti – e spesso sono la maggioranza, almeno stando alle statistiche della frequenza alla messa dalle nostre parti – che non mostrano entusiasmo, che rimangono ai margini, non sembrano interessati. Ma Gesù non cede all’invito pur comprensibile e ragionevole dei discepoli. E chi poteva dar loro torto? Il luogo era deserto, sarebbe stato impossibile cercare cibo per tutta quella folla. Il realismo e la ragionevolezza dei nostri motivi sono un impedimento al Vangelo e alla sua forza di cambiamento e sono conseguenza di una vita impaurita e tranquilla, che talvolta diventa un modo di vivere anche per i ministri dell’altare. "Voi stessi date loro da mangiare. Ma essi risposero: non abbiamo che cinque pani e due pesci, a meno che non andiamo noi a comprare viveri per tutta questa gente". Anche noi, se siamo onesti con noi stessi, forse non abbiamo sempre molto da dare. Talvolta ci mancano le idee; abbondiamo forse di programmi pastorali, ma qualche volta scarseggia la passione per gli altri e l’amore per il Signore; facilmente ci rassegniamo alle difficoltà e agli insuccessi; ci muoviamo magari tra tanti impegni e dimentichiamo che la forza del nostro operare viene da una vita spirituale nutrita da un’assidua preghiera. Eppure bastano cinque pani e due pesci per sfamare tanta gente. Dio si accontenta di poco, ma chiede che quel poco sia donato, non sia conservato per noi. Gesù tuttavia non discute con quei discepoli né si mette a contrattare con noi. Il problema infatti non è convincersi che Lui ha ragione, ma semplicemente obbedire. Il Vangelo chiede obbedienza, non discussione.

   Il Signore così disse a quei poveri discepoli: "Fateli sedere a gruppi di cinquanta". Gesù crea unità, comunione tra gente divisa e diversa. È il numero della comunità escatologica, come ci attestano gli scritti di Qumran. Non dobbiamo fare che questo, cari fratelli: obbedire e creare comunione tra gente diversa. Poi Gesù "prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò su di essi la benedizione, li spezzò e li dava ai discepoli perché li distribuissero". I gesti sono semplici, e il miracolo avviene dopo la preghiera di Gesù sui pani e sui pesci, ma anche nel momento in cui i discepoli li distribuiscono. Il Vangelo sembra quasi dirci che il Signore ha bisogno anche dei discepoli perché si compia il miracolo della moltiplicazione. Infatti è nella loro distribuzione che il cibo basta per tutti e persino ne avanza. Cari fratelli, non tutto dipende da noi. Il Signore rende possibile il miracolo del poco che basta per tutti. Ma noi siamo chiamati a fare la nostra parte: non tenere per noi ciò che Dio ci ha dato, anche se fosse poco, obbedire alla sua parola, dare a tutti, perché nel dono avviene il miracolo della moltiplicazione. In maniera semplice il Vangelo indica a voi, che ricevete l’accolitato, ed a noi tutti il senso di essere servi della mensa del Signore, attorno alla quale si può rinnovare ogni volta il miracolo della moltiplicazione, per cui ciò che avevano pochi bastò per tutti e sfamò tutti. È il miracolo dell’Eucaristia, che si compie ogni volta che la celebriamo attorno all’altare del Signore. È il miracolo di un cibo di vita eterna, offerta di un uomo che non ha cessato di amarci neppure di fronte alla morte, e per questo il suo sacrificio è stato sorgente di vita e di resurrezione. Accostiamoci perciò al suo altare e con quanto abbiamo ricevuto da lui avviciniamo gli altri al Signore perché trovino il cibo vero che lui ci offre e che sazia la vita. Giovanni Paolo II, di cui oggi ricordiamo i quattro anni dalla morte, fu un pastore che dall’altare di Cristo sprigionò una forza di amore che raggiunse il mondo intero. Che lui ci sia di esempio, perché ci rivestiamo di quello stesso amore che solo può avvicinare gli uomini a Dio.
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