Omelia 31 dicembre 2008 – Cattedrale

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   Siamo giunti al termine di questo anno 2008 e ci troviamo nella nostra cattedrale per rendere grazie al Signore e insieme per pregare per la pace, a cui è dedicata in tutto il mondo la giornata di domani. Ringrazio tutti voi che avete accolto il mio invito ad essere qui insieme per invocare il Dio della pace, bene così desiderato e prezioso. Lo facciamo mentre celebriamo la solennità della Madre di Dio, di colei che fin dall’inizio ascoltò la voce dell’angelo che le annunciava la nascita del Figlio di Dio. Come altre volte ho ricordato, proprio per questo Sant’Agostino afferma che Maria prima di essere Madre fu discepola, anzi che fu per lei "maggiore dignità e maggiore felicità essere stata discepola di Cristo che essere stata madre di Cristo". Maria ci rivela da una parte il segreto della vita cristiana, dall’altra ci aiuta anche a vivere quell’atteggiamento di gratitudine che proprio oggi si dovrebbe esprimere in maniera più piena. Infatti è lei che, nonostante il timore e l’incertezza del futuro, ebbe ad innalzare a Dio quel bellissimo canto, il Magnificat, nel quale traspare la fede e la gioia di colui che sa riconoscere i benefici del Signore. 
  


Nel nostro mondo è difficile essere grati. La gratitudine è davvero diventata un sentimento raro nella vita di oggi. Di solito si pretende e si vuole per sé. Difficilmente si è contenti di quanto si riceve. Soprattutto si fa fatica a riconoscere l’amore del Signore per ognuno di noi. I suoi benefici si perdono nell’affanno delle giornate, nella dimenticanza della sua presenza, nell’abitudine a considerare solo nostre le cose che abbiamo. La nostra società ci abitua ad essere avidi e poco generosi, paurosi nel dare perché timorosi di perdere ciò che si possiede, tristi e pessimisti in mezzo ai problemi e alle difficoltà. Se guardiamo all’anno trascorso e soprattutto a questi ultimi mesi, non possiamo nasconderci di essere in un momento difficile anche nel nostro vecchio continente, abituato a un benessere che sembra venir meno. La crisi finanziaria ed economica comincia a far sentire il suo peso. Molte famiglie fanno più fatica a vivere. La disoccupazione crea, assieme a situazioni economiche insopportabili, paura e incertezza, che purtroppo fanno chiudere in se stessi o vivere senza alcuna speranza. Se poi guardiamo più in là del mondo in cui viviamo, ci sono milioni di uomini e donne la cui vita è da sempre appesa a un filo, per i quali la precarietà è la quotidianità dell’esistenza. Penso ai popoli toccati dalla guerra, di cui ben poco si parla. I conflitti in atto sono oggi ben 34. Toccano paesi interi, come quello interminabile tra israeliani a palestinesi, o gruppi limitati, di cui talvolta non si conosce neppure l’esistenza. E la guerra è la madre di tutte le povertà. Penso alla miseria di tanti uomini e donne, che spingono istintivamente alla migrazione pur di non soccombere a situazioni di estremo bisogno o pericolo, che porterebbero solo alla morte o a una vita di stenti. Sapremo noi accogliere chi fugge per non morire o costruiremo solo muri per contenerli? Come ho già accennato nella liturgia di Natale, le guerre mietono vittime fin da bambini, se pensiamo che i bambini soldato sono ancora 300.000 nel mondo, nonostante abbiamo appena celebrato il sessantesimo anniversario della dichiarazione dei diritti dell’uomo! Il desiderio della pace è anche coscienza della grande povertà che attanaglia il mondo. Proprio il messaggio per la pace di quest’anno di Benedetto XVI "combattere la povertà, costruire la pace", si sofferma soprattutto su questo dramma mondiale e sulla correlazione tra povertà e pace. L’invito pressante a una scelta di solidarietà mondiale implica innanzitutto la costruzione di una coscienza nuova del rapporto con la ricchezza e il denaro, per non esserne dominati, come vorrebbe il modello di società che si è andato costruendo, e per saper condividere la ricchezza di pochi con la povertà di molti.
   Mentre oggi ringraziamo il Signore per l’anno trascorso, vorremmo chiedergli di diventare uomini e donne di pace, attenti al bisogno del fratello. Gesù è venuto in messo a noi come un povero, nato in un luogo di fortuna. Fu fin da piccolo un migrante, portato da Giuseppe in terra d’Egitto per sfuggire alla furia omicida di Erode. Eppure non ha cessato di amarci, di colmarci dei suoi benefici. Per questo come Maria anche noi innalziamo il nostro canto di lode, per essere liberati dall’angoscia del possesso e dalla paura del dare. Maria, dice il Vangelo di oggi, "custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore. I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto".  Custodire e meditare sono i primi due atteggiamenti che ci vengono indicati da Maria. L’anno che inizia sia un tempo in cui imparare a custodire e meditare la parola che Dio ci affida, per non vivere senza speranza e per non dimenticare quanto abbiamo visto e ricevuto!  E poi la lode dei pastori. Erano povera gente, ma rimase stupita di quanto aveva ascoltato e visto. Impariamo l’umiltà dello stupore davanti al Signore, perché niente sia scontato di quanto abbiamo, riceviamo e costruiamo. La società in cui ci troviamo a vivere ha bisogno di uomini e donne che perseguano il bene, la giustizia e la pace, al di là del loro interesse personale. Ha bisogno di gente che non cede alla logica del conflitto e della facile contrapposizione. Sono consapevole che, se siamo qui questa sera, è perché tutti noi sentiamo l’urgenza di lavorare per un anno che lenisca il dolore di chi soffre, appiani le difficoltà, contribuisca non solo al benessere sociale ed economico, ma apporti rispetto, umanità, amore, dia speranza a chi guarda con paura e incertezza al futuro. Tutti ne abbiamo bisogno, soprattutto chi vive tempi difficili. Sappiate, e mi rivolgo in particolare alle autorità civili e militari, che la Chiesa sarà sempre al fianco di coloro che lavorano per il bene comune, e non smetterà di alzare la sua voce in difesa dei deboli e dei poveri.  Il mio amato predecessore in questa Chiesa, Mons. Boccaccio, ha tenuto viva la preoccupazione per i deboli e con voi ha sempre collaborato per venire incontro al loro bisogno. Lo ricordo per i segni tangibili di carità che ha lasciato in questa terra e per aver profuso tante energie per comunicarci la gioia di chi sa amare e dare gratuitamente. Sono perciò certo di poter lavorare con tutti voi in uno spirito di fattiva collaborazione, come del resto ho finora esperimentato, e sono persuaso che l’anno che ci attende non farà mancare le occasioni per operare insieme per il bene e il progresso materiale, culturale e spirituale della nostra società, ciascuno nel rispetto delle reciproche competenze. Per questo, come segno di questo comune impegno, al termine della Messa consegnerò alle autorità presenti copia del Messaggio per la pace del Santo Padre, perché le sue parole ci aiutino a combattere la povertà per costruire la pace nella nostra terra e nel mondo intero. Che il Signore ci aiuti e ci renda tutti uomini e donne di pace, che sanno diffondere il profumo dell’amore di Dio! Questo è anche il mio augurio, che vi chiedo di portare alle vostre famiglie, soprattutto ai bambini, agli anziani e ai malati. Amen
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