ETICA DEL PROFITTO


APERTURA DELL'ANNO SOCIALE 2005

 

Convegno di
studio sul tema:

LA UCID E
L'ETICA DEL PROFITTO


 


ETICA DEL PROFITTO: CONSIDERAZIONI ALLA LUCE DELLA DOTTRINA SOCIALE DELLA
CHIESA


Giovanni Scanagatta

 

Le
presenti considerazioni si propongono di inquadrare l'etica del profitto
nello scenario dell'economia dello sviluppo rispetto a quello
dell'economia stazionaria. Si ritiene infatti che solo in un'economia di
sviluppo orientata al bene comune, il profitto abbia un fondamento etico.
La Dottrina sociale della Chiesa fonda metafisicamente il valore
dell'etica e della solidarietà e in questo senso possiamo parlare di etica
cristiana del profitto nelle economie che si sviluppano diffondendo il
bene comune.

Per
svolgere il nostro ragionamento dobbiamo partire dalle forze che
determinano lo sviluppo economico. Nell'analisi economica, le forze che
determinano lo sviluppo economico sono sostanzialmente tre: la
distribuzione del reddito tra i fattori della produzione, in pratica
lavoro e capitale; la domanda; il progresso scientifico e tecnico.

La forza
della distribuzione del reddito nella spiegazione dello sviluppo
caratterizza gli economisti classici e, in particolare, Ricardo e Marx.
Per Ricardo e Marx lo scopo dell'economia politica è quello di studiare le
cause che determinano la distribuzione del reddito tra il lavoro e il
capitale. Sono i rapporti di forza tra le classi sociali che determinano
questa distribuzione, da cui discende il Manifesto di Marx "Proletari di
tutto il mondo unitevi". Il profitto viene visto come esproprio dei
capitalisti a danno dei lavoratori, in forza della proprietà privata dei
mezzi di produzione. A  tale concezione si contrapporrà la teoria
marginalista che afferma che ad ogni fattore della produzione va una
remunerazione in rapporto al contributo dato alla produzione stessa. Alla
produttività marginale del lavoro corrisponde il salario reale e alla
produttività marginale del capitale corrisponde il tasso di interesse,
cioè il tasso di profitto. I teorici del marginalismo vedono rispettato
nel loro schema il principio dell'equità, indipendentemente dai rapporti
di forza che nella storia vengono a determinarsi tra le classi sociali. In
Marx,  le figure del capitalista e dell'imprenditore tendono a coincidere,
grazie al sovrappiù estorto ai lavoratori. In realtà, come vediamo nelle
grandi democrazie economiche di oggi, le due figure possono benissimo non
coincidere e l'imprenditore che ha l'idea e un progetto imprenditoriale
può ricorrere al mercato dei capitali per reperire le risorse necessarie
alla realizzazione del suo progetto. Tali risorse sono rappresentate dal
risparmio che proviene da tutti coloro, compresi i lavoratori, che
decidono di rinviare al futuro i loro consumi.

La
seconda forza dello sviluppo economico è rappresentata dalla domanda ed
essa assume una rilevanza fondamentale in Keynes. La domanda privata di
investimenti, a causa dell'incertezza del futuro come è accaduto negli
anni trenta, può cadere su livelli così bassi da determinare un reddito di
equilibrio cui corrisponde una larghissima disoccupazione dei fattori
della produzione (lavoro e capitale). Per questo Keynes suggerisce
l'intervento dello Stato che attraverso gli investimenti pubblici può
risollevare la domanda globale, alzando il livello di occupazione dei
fattori produttivi. Il diffondersi di queste idee e la loro applicazione
nelle politiche economiche effettive degli Stati ha determinato una
crescita continua della spesa pubblica sul reddito nazionale fino a
superare il 50%. Corrispondentemente, per impedire intollerabili disavanzi
dello Stato, è cresciuto il prelievo fiscale sul reddito, riducendo
progressivamente le possibilità di scelta dell'individuo. E' stato minato
in questo modo il principio di sussidiarietà, proclamata nell'enciclica
Qudrigesimo anno
del 1931, cioè negli anni immediatamente successivi
alla grande crisi del 1929, da quando prende avvio una eccezionale
presenza dello Stato in economia. Tale politica verrà messa in discussione
tra gli anni ottanta e novanta, con le nuove politiche di riduzione della
pressione fiscale di Reagan e della Thacher.   

La terza
forza dello sviluppo economico è costituita dal progresso scientifico e
tecnico. Il progresso scientifico e tecnico è il vero motore dello
sviluppo economico, come insegna Schumpeter nella magistrale opera del
1911 sulla "Teoria dello sviluppo economico". L'imprenditore innovatore è
l'artefice dello sviluppo e la banca che crea credito consente che le
innovazioni si traducano in nuovi prodotti e in nuovi servizi per il
mercato. E' questa la realtà che abbiamo di fronte oggi, nel grande
scenario dell'economia globale e della crescente competizione a livello
mondiale. Su questo punto si ritornerà più avanti per un approfondimento.

Le tre
forze dello sviluppo economico che abbiamo schematizzato corrispondono
grosso modo a tre grandi fasi della storia economica degli ultimi duecento
anni. La Dottrina sociale della Chiesa, attraverso encicliche fondamentali
come la Rerum novarum (1891) di Leone XII, la Quadragesimo anno
(1931) di Pio XI, la Populorum progressio (1967) di Paolo VI e la
Centesimus annus (1991) di Giovanni Paolo II, ha voluto esaltare
con il suo insegnamento la sollecitudine per il bene comune dell'uomo nei
periodi storici che abbiamo indicato. Abbiamo ora l'utilissimo Compendio
della Dottrina sociale della Chiesa, curato dal Pontificio Consiglio
"Giustizia e Pace", che ci consente uno studio sistematico e unitario di
tutte le encicliche sociali.  Le quattro encicliche sociali che abbiamo
considerato testimoniamo la particolare sollecitudine della Chiesa nel
ricondurre i grandi avvenimenti economici degli ultimi due secoli
nell'alveo del messaggio del Vangelo: la prima rivoluzione industriale e i
conflitti distributivi che essa aveva generato; la crisi del sistema
capitalistico a cavallo tra gli anni Venti e Trenta; la visione ecumenica
dello sviluppo e della solidarietà tra i popoli sul finire degli anni
sessanta; la caduta dei sistemi collettivistici e la riaffermazione della
prospettiva mondiale dello sviluppo e della solidarietà dei primi anni
Novanta.

Per
renderci conto dell'enorme importanza del ruolo del progresso scientifico
e tecnico come fattore di sviluppo per il nostro futuro è utile ricordare
che è stato stimato che nei primi diciotto secoli dell'era cristiana la
popolazione mondiale è cresciuta di circa 4 volte e il reddito pro capite
(in sostanza la produttività) di circa 1,5 volte. Ma negli ultimi duecento
anni, la popolazione mondiale è aumentata di quasi 6 volte e il reddito
pro capite di quasi 9 volte (A. Maddison, 2001). La produttività è
pertanto cresciuta negli ultimi due secoli dell'era cristiana più del
doppio dei primi diciotto secoli. Inoltre, sul finire del ventesimo
secolo, la parte sviluppata del mondo è entrata in un'era di forte
accelerazione del progresso scientifico e tecnico. La aeree principali di
tale spettacolare progresso riguardano le tecnologie dell'informazione e
della comunicazione, le biotecnologie, le nanotecnologie, i nuovi
materiali. Assisteremo in futuro ad una crescente integrazione tra queste
aree del progresso scientifico e tecnico, con conseguenze inimmaginabili
per la vita dell'uomo e per la società. Tale spettacolare progresso
scientifico e tecnico si sta confrontando e dovrà confrontarsi sempre più
con i principi etici e morali, per la salvaguardia dell'uomo e dei suoi
valori fondamentali.  

Il
progresso scientifico e tecnico è frutto dell'intelligenza dell'uomo,
fatto ad immagine e somiglianza di Dio. Il progresso scientifico e tecnico
determina forti aumenti di produttività che sono stati spettacolari negli
ultimi duecento anni e che cresceranno in modo esponenziale nei prossimi
25-50 anni. Gli aumenti di produttività determinano in larga parte la
crescita del reddito pro capite delle popolazioni e, quindi, la
possibilità di realizzare il bene comune se i comportamenti si ispirano ai
valori della solidarietà a livello mondiale. In questo quadro, il profitto
ha un valore etico in quanto misuratore dell'efficienza economica (la
parabola dei talenti) e presupposto per l'accumulazione e la crescita
dell'economia. La crescita dell'economia diventa lo strumento per la
realizzazione del bene comune secondo i principi della solidarietà
universale. Questi paradigmi non valgono per le economie stazionarie, in
cui l'intelligenza dell'uomo non opera come potrebbe per il progresso
scientifico e tecnico e quindi per lo sviluppo. In tali economie
stazionarie, l'esistenza del profitto è solo segno di conflitti
distributivi tra chi ha di più e chi ha di meno e il profitto stesso perde
la sua natura etica per diventare espressione delle ineguaglianze e delle
ingiustizie.

Ecco
quindi delineato il paradigma che caratterizzerà sempre più lo scenario
futuro i cui sviluppi non possiamo oggi nemmeno immaginare. Il progresso
scientifico e tecnico si estenderà sempre più a tutte le attività
dell'uomo, compresa la sua stessa vita. E qui entriamo nel delicatissimo
tema delle biotecnologie che fa sorgere terribili problemi etici e morali,
ma che non rientra negli scopi delle presenti riflessioni.

Affrontiamo nell'ultima parte delle nostre riflessioni il tema della
posizione        della Dottrina sociale della Chiesa nei confronti
dell'impresa, del mercato, del profitto e dello sviluppo. La Centesimus
annus
  di Giovanni Paolo II offre a questo riguardo indicazioni
illuminanti. Essa fornisce una chiara prospettiva mondiale dello sviluppo
dei popoli e della solidarietà, sottolineando il ruolo fondamentale
dell'impresa e della libera iniziativa come fattori di creazione di
ricchezza. Fondamentale è il ruolo dell'impresa nell'economia di mercato,
perché in essa si manifesta la creatività dell'uomo, fatto ad immagine e
somiglianza di Dio. Il progresso scientifico, frutto dell'intelligenza
dell'uomo, è il motore dello sviluppo economico e i valori della
solidarietà fondati metafisicamente consentono di realizzare il bene
comune a livello mondiale. La Dottrina sociale della Chiesa vede nella
"mondializzazione dell'economia" "straordinarie occasioni di benessere"
purchè "cresca la concertazione tra i grandi paesi e… negli organismi
internazionali siano equamente rappresentati gli interessi della grande
famiglia umana" (Centesimus annus, n.58). 

Ma anche
nelle altre encicliche – che peraltro non hanno il compito di elaborare
teorie o dottrine economiche – si possono trovare elementi importanti per
dire che i Pontefici ritengono elementi imprescindibili ed indispensabili
del progresso sociale, un'economia della produzione e della produttività,
e la relativa etica. L'etica economica non è ridotta dai Pontefici ad
etica della distribuzione, ma ad un'etica dell'intraprendere fondata
sull'impresa per la produzione della ricchezza da diffondere per il bene
comune. 

Il
profitto, in definitiva, non viene demonizzato e la « Chiesa riconosce la
giusta funzione   del profitto, come indicatore del buon
andamento dell'azienda: quando un'azienda produce profitto, ciò significa
che i fattori produttivi sono stati adeguatamente impiegati e i
corrispettivi bisogni umani debitamente soddisfatti. Tuttavia, il profitto
non è l'unico indice delle condizioni dell'azienda. È possibile che i
conti economici siano in ordine e insieme che gli uomini, che
costituiscono il patrimonio più prezioso dell'azienda, siano umiliati e
offesi nella loro dignità. Oltre ad essere moralmente inammissibile, ciò
non può non avere in prospettiva riflessi negativi anche per l'efficienza
economica dell'azienda. Scopo dell'impresa, infatti, non è semplicemente
la produzione del profitto, bensì l'esistenza stessa dell'impresa come
comunità di uomini che, in diverso modo, perseguono il soddisfacimento dei
loro fondamentali bisogni e costituiscono un particolare gruppo al
servizio dell'intera società. Il profitto è un regolatore della vita
dell'azienda, ma non è l'unico; a esso va aggiunta la considerazione di
altri fattori umani e morali che nel lungo periodo sono egualmente
essenziali per la vita dell'impresa» (Centesimus annus, n. 35).

Sezione
Ucid Frosinone, 11 dicembre 2004

 

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