CONSIGLIO
EPISCOPALE PERMANENTE
Messaggio per la 26a Giornata per la vita – 6 febbraio 2005
La vita è un intreccio di relazioni e le relazioni richiedono che ci si
possa fidare gli uni degli altri.
Secondo una tendenza culturale diffusa, la vita degli altri però, non è
degna di considerazione e rispetto come la propria. In particolare non
riscuote un rispetto sacro la vita nascente, nascosta nel grembo d'una
madre; né quella già nata ma debole; né la vita di chi non ha i genitori
oppure li ha, ma sono assenti e aspetta di averli col rischio di aspettare
molto a lungo, forse addirittura di non averli mai. Così chi attende di
nascere, rischia di non vedere mai la luce; e chi attende in un Istituto
l'abbraccio di due genitori, rischia di vivere per tutta la vita con il
desiderio di un evento che mai accadrà.
Scontiamo modi di pensare e di vivere che negano la vita altrui, che non
si fidano della vita perché diffidano degli altri, chiunque essi siano. E
invece: "Non è bene che l'uomo sia solo!" (Gen 2,18): lo scopo
dell'esistenza sta nella relazione. Con l'Altro, che ci ha creati, ci ama
da sempre e per sempre, e per noi ha in serbo la vita eterna. E con gli
altri, a cominciare da chi più ha fame e sete di vita e di relazione: come
il bambino non ancora nato o i molti bambini senza genitori.
C'è il bambino non ancora nato, icona e speranza di futuro: entrare in
relazione con lui, considerandolo da subito ciò che egli è, una persona, è
la più straordinaria avventura di due genitori. In questo senso, l'aborto,
quando è compiuto con consapevole rifiuto della vita, superficialmente o
in obbedienza alla cultura dell'individualismo assoluto, è la più
terribile negazione dell'altro, la più gelida affermazione dell'individuo
che ignora l'altro, perché riconosce soltanto se stesso.
In non poche circostanze, in verità, l'aborto è una scelta tragica,
vissuta nel tormento e con angoscia, sbocco di povertà materiale o morale,
di solitudine disperata, di triste insicurezza: in queste situazioni a
negare l'altro è, in ultima analisi, tutta una società, cieca nei riguardi
dei bisogni delle persone e insensibile al rispetto del figlio e della
madre.
Anni di esperienza inducono a ritenere che la via maestra per vincere la
cultura dell'individualismo, ma anche per superare la fragilità che
durante una gravidanza può nascere dalla paura di non farcela, consiste
nel fare compagnia alle madri in difficoltà, aiutandole a capire che gli
altri esistono, ti aiutano, non ti lasciano sola e portando assieme a te
il tuo peso, lo rendono sopportabile, fino a farti scoprire che non di un
peso si tratta, ma della gioia più grande.
Ci sono poi molti bambini e ragazzi che trascorrono la loro infanzia in un
istituto, perché i loro genitori li hanno abbandonati o per i più svariati
motivi non sono in grado di tenerli con sé. Il loro futuro è incerto e
insicuro, perché tra pochi mesi questi istituti saranno definitivamente
chiusi. Si aprirà così per le famiglie italiane – sia per quelle che
godono già del dono di figli propri, sia per quelle che vivono la grande
sofferenza della sterilità biologica – una grande opportunità per dilatare
la loro fecondità attraverso l'adozione o l'affido temporaneo.
Se una famiglia si dimostra disponibile, non va lasciata sola. Deve
avvertire attorno a sé una rete di solidarietà concreta, fatta non solo di
complimenti ed esortazioni, ma di tante forme di aiuto e di solidarietà. E
chi si rende disponibile per l'adozione o l'affido, deve sentirsi parte di
un'avventura collettiva, in cui gli altri ci sono, vivi e presenti.
Risuonano perciò particolarmente suadenti in questo momento, per le
famiglie e per le comunità, le parole di Gesù: "Chi accoglie questo
fanciullo nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, accoglie colui che
mi ha mandato. Poiché chi è il più piccolo tra tutti voi, questi è grande"
(Lc 9,48).
Perché dunque non fidarsi della vita rispondendo a una sfida che viene
dagli eventi? Ne guadagnerebbero le famiglie nel vivere la esaltante
avventura di una fecondità coraggiosa che fa sperimentare che "vi è più
gioia nel dare che nel ricevere" (At 20,35). Ne guadagnerebbero molti
figli nel trovare finalmente l'affetto e il calore di una famiglia e la
sicurezza di un futuro. Ne guadagnerebbe l'intera società nel mettere in
evidenza segni convincenti che le farebbero prendere il largo nella
civiltà dell'amore.
La vita vincerà ancora una volta? Osiamo sperarlo e per questo chiediamo a
tutti una preghiere unita a un atto di amore accogliente e solidale.
Roma, 4 ottobre 2004
Festa di S. Francesco di Assisi
Il Consiglio Episcopale Permanente
