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Questa sera, alla presenza delle autorità civili e militari del territorio, della pastora valdese Hiltrud Stahlberger e di padre Ciprian Baltag della parrocchia ortodossa romena di Frosinone e di tanti fedeli, la Basilica verolana di S. Maria Salome ha ospitato la solenne liturgia in occasione del primo anniversario della consacrazione episcopale del nostro vescovo, S. E. Mons. Ambrogio Spreafico.

Di seguito, il testo dell'omelia e, a breve, sarà disponibile sia il video che la fotogallery.

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Care sorelle e cari fratelli,

è con gioia che sono qui con voi a un anno dalla mia ordinazione episcopale nella Basilica di San Giovanni in Laterano. Oggi ci troviamo in quest’altra Basilica durante l’anno giubilare della nostra patrona, Santa Maria Salome, donna evangelica, che ci testimonia il cuore della fede cristiana nella sua vicinanza al Signore morto e risorto per noi. Non posso non ricordare l’affetto e la premura con la quale il mio predecessore, Mons. Salvatore Boccaccio, mi ha accolto subito dopo la mia ordinazione e ha guidato i miei primi passi come vescovo, lasciandomi in eredità la sua bontà e l’amore per voi e soprattutto per i deboli e i poveri. Ringrazio tutti voi della vostra presenza e dell’affetto con il quale mi avete accolto in questa diocesi. Il prossimo ottobre, anniversario della sua morte, porteremo le sue spoglie in cattedrale in un sepolcro degno di un vescovo.

Ringrazio il Vicario Generale, Mons. Luigi Di Massa, per i suoi consigli e la sua amicizia. Con lui ringrazio tutti i sacerdoti, i religiosi e le religiose per lo spirito di servizio con cui hanno vissuto questo tempo. Un grazie particolare alle autorità civili e militari per lo spirito di collaborazione mostrato in ogni circostanza. Sono onorato della presenza dei rappresentanti della Chiese e comunità ecclesiali che operano in questa diocesi. Infine grazie a tutti  voi, che rappresentate l’impegno costante e fedele di tanti nelle nostre realtà parrocchiali, nei movimenti e nelle aggregazioni laicali. Senza di voi ben poco si potrebbe realizzare di quella fede cristiana che si fa vita e si comunica. Penso al prezioso servizio dei catechisti, degli operatori pastorali, dei cori parrocchiali, dei volontari che a diverso titolo sono vicini al bisogno dei deboli, e di tutti coloro che permettono alla casa di Dio di essere un luogo accogliente.

Ringrazio soprattutto il Signore per avermi donato di vivere il mio episcopato in questa bella terra, piena di tradizioni e ricca di umanità. Ho cercato di guardare a voi come il Signore a quella gente bisognosa che lo seguiva, desiderosa di un pane di vita eterna. Il Signore mi perdonerà se non sempre ho dato tutto me stesso perché il pane della sua parola bastasse per tutti. Tutti noi infatti, care sorelle e cari fratelli, siamo bisognosi di quel pane, ma purtroppo talvolta ci accontentiamo del cibo che ci nutre ogni giorno e ci affanniamo e rattristiamo se non sempre riusciamo ad avere quanto vogliamo. Il possesso e l’avere sono diventati una sorta di ossessione della nostra società materialista e sono la causa di tanto male e di tanto egoismo. Il Vangelo che abbiamo ascoltato ci aiuta a scoprire il segreto della vita con Gesù. Era numerosa la gente che lo seguiva. Nel vangelo di Giovanni, a differenza degli altri vangeli, è Gesù che pone una domanda a Filippo: “Dove possiamo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?” Gesù pone ad ognuno di noi quella domanda: come sfamare il bisogno di tanta gente? Come rispondere al bisogno di tanti nel mondo, ma anche intorno a noi? Uomini e donne deboli, affaticati, poveri, disorientati, anziani, si rivolgono a noi, magari senza parlare, senza chiedere, perché non hanno più neppure la forza e il coraggio delle parole.  La risposta istintiva di Filippo è spesso come la nostra: “Duecento denari di pane (una somma enorme) non bastano neppure perché ognuno ne possa avere un pezzo”. Sì, è vero. Noi stessi talvolta abbiamo poco, soprattutto in questo tempo di crisi e di maggiori difficoltà. Che cosa erano quei cinque pani e due pesci davanti a quella moltitudine? Che cosa è ciò che ognuno di noi può dare davanti al bisogno di tanti uomini e donne vicini e lontani? Bisogno materiale, ma anche bisogno di sostegno, di vicinanza, di umanità, di amore. Non abbiamo bisogno infatti solo di nutrire il corpo, ma anche il cuore e lo spirito. E’ questo ciò che manca alla nostra vita e alla nostra società, che ci abitua ad avere, al possesso, a tenere per noi con la paura di dare. Così si nutre il corpo, ma poco ci si preoccupa di nutrire lo spirito.

Care sorelle e cari fratelli, il miracolo di Gesù passa attraverso ognuno di noi, attraverso il dono di quel poco che abbiamo e possiamo dare. Anche noi infatti abbiamo ricevuto tanto dal Signore, dal dono della vita a quanto abbiamo. Di questo non smetteremo mai di essere grati. Il dono crea unità tra gente diversa e a volte divisa, aiuta a vincere il pessimismo e l’idea che la vita sia come un destino segnato e immutabile, il cui cambiamento non dipende da noi, ma sempre dagli altri. Dare con gratuità anche quel poco che si ha, cambia il cuore e rende migliore il mondo. Ho molto apprezzato quanto alcuni comitati di festa, a cominciare da Monte San Giovanni Campano, hanno fatto, decidendo di mettere a disposizione parte dei soldi raccolti per aiutare i terremotati dell’Abruzzo. Mi piacerebbe che ogni festa vivesse anche la gioia del dono per chi è nel bisogno. Sarebbe una profezia in un mondo che ci abitua a tenere per noi e ad avere paura di vivere con generosità e attenzione verso chi soffre più di noi.

L’apostolo Paolo, su cui quest’anno abbiamo avuto modo in diverse occasioni di riflettere, ci aiuta a comprendere il valore e il senso della nostra vocazione cristiana, che ci deve distinguere dagli altri, non per sentirsi migliori, ma per essere segno della presenza e dell’amore di Dio: “Comportatevi in maniera degna della chiamata che avete ricevuto, con ogni umiltà, dolcezza e magnanimità, sopportandovi a vicenda nell’amore, avendo a cuore di conservare l’unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace”. Esaminiamo noi stessi con sincerità. Viviamo le nostre giornate con umiltà, dolcezza, magnanimità, amore, conservando l’unità e la pace? O non accettiamo in noi e attorno a noi prepotenza, durezza di cuore e di modi, avarizia, inimicizie, divisioni, liti? Durante quest’anno ho sentito talvolta la ferita della divisione, del facile giudizio sugli altri, dell’inimicizia, della prepotenza, di un individualismo che separa e porta a cercare solo il proprio interesse. Ho pregato il Signore perché ci facesse il dono dell’unità, perché questa è la vocazione a cui tutti, laici e consacrati, siamo stati chiamati: “un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio e Padre di tutti…”. L’amore di Dio, che è Padre di tutti, avvicina agli altri, rende fratelli e sorelle. Nell’Eucaristia della domenica il Signore ci concede di gustare la gioia di una fraternità universale, al di là delle divisioni della vita ci rende un solo popolo, mostrandoci che questa è l’unica vera immagine che deve guidare la vita di ogni giorno. Ad essa ci dobbiamo ispirare quando ci sentiamo più soli, più lontani dagli altri, quando ci sembra difficile perdonare ed avvicinarci agli altri con amicizia e simpatia, con la gratuità di chi vuole dare amore e non solo pretenderlo e riceverlo. Qui ascoltiamo la Parola di Dio, che ci orienta, ci sostiene, ci insegna una saggezza che non conosciamo. Per questo vi ringrazio di avermi voluto regalare l’evangelario, che ricopre nella sua bellezza il libro della Bibbia e che è stato introdotto in maniera solenne all’inizio della Santa Messa. Esso ci dice che la Parola di Dio che racchiude e che ascoltiamo è qualcosa di prezioso e di bello. La dobbiamo ascoltare di più per viverla più intensamente. Vorrei che il prossimo anno fosse un anno di ascolto della Parola di Dio nella Messa domenicale, ma anche nei vari momenti dia vita delle nostre realtà. E’ questa Parola che nutre il cuore e lo spirito. Per questo ho pensato di riprendere l’esperienza della Scuola di Teologia per laici, per dare a tutti coloro che lo desiderano, la possibilità di approfondire il mistero della vita cristiana.
Siamo qui, sorelle e fratelli, come quella sera, attorno al Signore. Forse anche noi non abbiamo molto da dare. Siamo uomini e donne deboli, fragili, al di là dei momenti di facile euforia ed entusiasmo. Ma qui troviamo forza per guardare al futuro con speranza. Tutti abbiamo qualcosa da dare. Se daremo con gratuità qualcosa di nostro, fosse solo un po’ di tempo e di amore agli altri, troveremo quella gioia che allieta il cuore e rende migliore e più umano il mondo. Chiedo con voi al Signore la grazia di essere tutti discepoli umili e buoni, e per me quella di essere un pastore con il cuore di Dio. Per questo chiedo la vostra preghiera e la vostra amicizia.


Amen


+ Ambrogio Spreafico

25 giugno 2019 * S. Massimo confessore
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