SLorenzo Amaseno

 

 

Amaseno - piazzale San Rocco

Lunedì 9 agosto 2021

 

Care sorelle e cari fratelli, è sempre una gioia essere radunati insieme per celebrare la festa del martire Lorenzo, la cui presenza tra noi è segno di una vita vissuta nella diaconia, nel dono di se stesso agli altri, soprattutto ai piccoli e ai poveri. Essere insieme mostra sempre ciò che siamo come esseri umani, in particolare come cristiani, discepoli di Gesù: essere popolo, comunità, una fraternità di donne e uomini che vivono come fratelli e sorelle condividendo la loro vita, volendosi bene, aiutandosi, prendendosi cura degli altri, soprattutto di chi è più debole e bisognoso. Quanto è prezioso questo modo di vivere sia per noi stessi che per il mondo! Mai come in questo tempo abbiamo sentito la mancanza dell’affetto e della vicinanza degli altri, dei compagni di scuola, dei parenti, degli amici. Chi era già solo, come tanti anziani, l’hanno sentita ancora di più. Per questo abbiamo bisogno di radunarci attorno al Signore non solo per le feste più importanti, come oggi, ma almeno nel giorno del Signore, la Domenica, in cui Gesù vorrebbe farci gustare la bellezza e la gioia di essere insieme, di pregare, di nutrirci dal pane della sua Parola e dell’Eucaristia. Qui ritroviamo quell’unità e quella familiarità che a volte nella vita di ogni giorno si perde, perché siamo da soli, perché ognuno ha i suoi doveri da compere; altre volte gli egoismi, le incomprensioni, i giudizi malevoli, ci separano, magari senza che ce ne accorgiamo. E più uno si abitua a stare da solo, a credere di farcela da solo o che gli altri ce l’hanno con lui, più la solitudine diventa un modo di vivere, una vera malattia, da cui è difficile liberarsi. Proprio per questo è una grazia riscoprire la gioia di ritrovarci senza giudicarsi, senza guardarsi male, senza parlar male, con la semplicità di essere tutti, con i nostri limiti e le nostre virtù, parte dello stesso popolo, una comunità di fratelli e sorelle, resi tali dall’amore di Dio e dalla presenza in mezzo a noi di Gesù, che ci rende tali.

 

Il nostro martire non ebbe paura di dare, di vivere la gratuità del dono. Certo, potremmo dire: era diacono, era suo compito. Cari amici, nella vita dei santi, diaconi, sacerdoti o laici che siano, c’è sempre qualcosa che ci riguarda, che ci potrebbe aiutare a vivere meglio, più contenti, più amici tra noi, più solidali. Abbiamo ascoltato nella seconda lettura: “Chi semina scarsamente, scarsamente raccoglierà, e chi semina con larghezza, con larghezza raccoglierà. Ciascuno dia secondo quanto ha deciso nel suo cuore, ma non con tristezza né per forza, perché Dio ama chi dona con gioia”.  In queste parole si nasconde un segreto che potrebbe rendere più bella e felice la vita di tutti. A volte si vive per se stessi. Si pensa al proprio interesse, si accumula anche più del necessario, si ha paura che qualcuno, immigrato o no che sia, ci tolga ciò che possediamo, e perciò si vive male. Gli altri diventano concorrenti o, a volte, persino avversari da cui difendersi, magari da mettere in cattiva luce per mettere avanti se stessi. A che cosa si riferisce l’apostolo Paolo quando esorta la comunità di Corinto a seminare largamente? Corinto era una comunità difficile, composta da persone molto diverse, piena di divisioni interne, dove si erano formati diversi partiti che non sapevano lavorare insieme. Per questo San Paolo li esorta a superare le divisioni e a trovare unità proprio nella generosità verso gli altri, in particolare verso la comunità cristiana di Gerusalemme, che aveva bisogno di essere aiutata. Paolo non chiede di dare tutto, esorta invece ciascuno a dare secondo quanto può, ma a farlo con gioia, non con la tristezza di chi ha paura di privarsi di qualcosa. E conclude dicendo. “Dio ama chi dona con gioia”. Perché? Perché Dio gioisce della nostra generosità; infatti sa che chi dona con gioia trova quella felicità che non si ha mai nell’egoismo e nella paura di condividere la propria vita con gli altri. Non si tratta di dare solo cose materiali, come so che lo avete fatto in questo tempo difficile, in cui molti hanno sofferto per mancanza del necessario. Il dare si riferisce al nostro modo di vivere con gli altri. Infatti, si possono dare molte cose agli altri: tempo, attenzione, aiuto nelle difficoltà, vicinanza, amicizia. Pensate al valore che può avere una visita a una persona sola o malata, o anche solo una telefonata, o a volte ascoltare ciò che un altro ti vuole confidare, superando quella fretta che ci fa scappare perché si ha sempre da fare. Le parole di Paolo suonano come un ammonimento in una società in cui spesso si vive per il proprio interesse, per portare avanti se stessi, possibilmente senza o contro gli altri. Paolo ci dice che solo facendo del bene agli altri facciamo anche il nostro bene e il nostro vero interesse. Solo chi si prende cura degli altri cura davvero anche la sua anima e la sua umanità. Una società, un paese, una Chiesa, che si occupa solo di se stessa, finirà per litigare, e ciascuno cercherà il proprio tornaconto. Non avviene così anche nei nostri paesi o nelle nostre comunità ecclesiali quando non si lavora tutti insieme per il bene comune, ma ognuno si adopera per il suo interesse?

Allora, care sorelle e cari fratelli, lasciamoci guidare dalle parole di San Paolo e dall’esempio del nostro martire, che non esitò a vivere donando se stesso con generosità, senza rinunciare al suo ideale evangelico di vita anche davanti alla morte. In fondo gli sarebbe bastato poco per evitarla. Noi rinunciamo al Vangelo per molto meno. Chiediamo al Signore, per sua intercessione, che ognuno di noi non si accontenti di quello che è o che fa, ma possa da oggi fare suo il sogno e l’impegno di un mondo migliore, più giusto, più umano, più fraterno, a cominciare da se stesso, perché si cambia il mondo solo se si comincia da se stessi, senza lamentarsi e incolpare gli altri della nostra insoddisfazione o del nostro malessere. Il Signore ci aiuti. Il sangue di San Lorenzo sciolga il nostro cuore alla bontà e all’amore perché tutti possiamo gustare la gioia del dare, protegga questa comunità, le nostre famiglie, i piccoli e i poveri, i malati e gli anziani, e soprattutto ci liberi dal flagello di questa pandemia che tanto male ha provocato.

+ Ambrogio Vescovo

 

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